Conflitto d’interesse per le fondazioni

aprile 5, 2001


Pubblicato In: Giornali, Panorama


Le banche azioniste di Mediobanca rispondono a qualcuno. Ma i padroni del credito….

Con gli accordi sulla corporate governance e sulla composizione dell’azionariato di Consortium che dovrà rilevare le quote ex Lazard di Generali e Mediobanca, si è posto un punto fermo alla travaglio dei primi mesi successivi alla scomparsa di Enrico Cuccia. Il tono generale con cui tali intese sono state accolte è quello dell’entusiasmo: finalmente, si è letto e sentito, anche in Piazzetta Cuccia le azioni si contano pesano e non si pesano. Aldilà del parteggiare per le fazioni che in questi mesi si sono con chiarezza profilate all’interno dell’azionariato di Mediobanca, c’è da chiedersi: ma sono stai davvero risolti i due problemi tanto agitati dai critici di Cuccia, quello del controllo e quello della trasparenza?

A costo di andare controcorrente per l’ennesima volta, io penso proprio di no. E fondo questa mia convinzione sul ruolo iperattivo che in questa partita hanno giocato due soggetti: gli azionisti bancari nonché gli azionisti di questi stessi azionisti, cioè le Fondazioni.
Partiamo dalla prima questione: Mediobanca è una merchant bank e una holding di partecipazioni, le cui perle più preziose sono le Generali, il Corriere della Sera e Montedison. Dei due azionisti maggiori di Mediobanca, Banca di Roma e Unicredito, uno in particolare si è mosso con grande determinazione per affermare il principio che la propria voce doveva contare di più, nelle scelte strategiche, rispetto al management di Mediobanca, cioè rispetto alla voce di Vincenzo Maranghi. La decisione degli interventi assunti da Banca di Roma ha avuto un gran peso nel portare alle novità cui tutti plaudono, dal comitato per le nomine, a quello per le retribuzioni, ai due vicepresidenti, al comitato esecutivo. Tuttavia tali novità positive non possono far dimenticare che gli azionisti bancari di Mediobanca hanno inevitabilmente un delicato problema di conflitto di interessi. Non solo sul merchant banking, dove pure hanno attività proprie in potenziale concorrenza, ma soprattutto nella partita di aggregazione di banche e assicurazioni che si sta giocando in Europa. Una partita in cui gli interessi e le strategie di Banca di Roma e di Unicredito possono non coincidere con quelli di una Generali forte, indipendente, e dunque polo aggregatore e non aggregato.

Questa mia preoccupazione è tanto lontana dall’essere dettata da un ragionamento di parte, che, contrariamente a quel che si potrebbe credere, mi preoccupa non di meno il ruolo svolto da coloro che, in àmbito bancario, hanno dichiarato di aver esercitato un ruolo di contrappeso a chi “ voleva smantellare Mediobanca, e non riconosceva la professionalità e il carisma all’interno della banca di Maranghi”, come ha dichiarato nella sua intervista all’ultimo numero dell’Espresso Fabrizio Palenzona, neoconsigliere di Mediobanca in rappresentanza di Unicredito, ma in realtà garante della Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, che è stato tra i più attivi, insieme a Paolo Biasi di Cariverona, per determinare l’ingresso delle Fondazioni nell’azionariato di Consortium.
Se infatti le banche azioniste possono avere conflitti rispetto a Mediobanca, almeno i loro manager rispondo a qualcuno. Le Fondazioni, invece, non solo, per il vasto disegno che si prefiggono – divenire loro, oramai, la vera “galassia del Nord” erede di Cuccia – possono a loro volta incorrere in ulteriori conflitti di interesse, ma, quel che è peggio, ne sarebbero totalmente irresponsabili e non ne renderebbero conto a nessuno. Non come Enrico Ciuccia a un tempo, cioè per riconosciuta sapienza e autorevolezza sul campo: Ma per un insuperabile vincolo istituzionale. E’ per questo che non tutto ciò che sembra luccicare, nelle ultime vicende mediobanchesche, sembra a me davvero oro.

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