Comunque vada sarà un successo, se la sinistra batte i moralisti anti Cav.

maggio 9, 2013


Pubblicato In: Giornali, Il Foglio


Articolo di Marco Valerio Lo Prete

Per Franco Debenedetti, il governo Letta non si valuta dalle riforme ma dal ritorno di una dialettica normale

Ce la farà il governo Letta? Ce la faremo noi a tirarci fuori dalla crisi economica realizzando qualcosa di serio nei prossimi tre anni? Sì ce la faremo, risponde Franco Debenedetti, manager e già senatore dei Democratici di sinistra, a patto di non concentrarci freneticamente sul “che fare”, ma sul “come”. “Se il problema rimanesse la cosiddetta ‘agenda’ delle riforme, allora la priorità diventerebbe la sospensione della dialettica tra i partiti della maggioranza, Pd, Pdl e Scelta civica. Al contrario, quello che conta davvero per far invertire rotta al paese è riportare la dialettica tra le parti a una normalità europea e occidentale”.

L’intendance (delle riforme) suivra, senza scostarsi chissà quanto dal “mainstream europeo”, seppure con uno specifico balzo che Roma dovrà compiere sul fronte “produttività”. Al centro del ragionamento di Debenedetti, però, rimane la soluzione della “guerra dei trent’anni” tra berlusconiani e antiberlusconiani: “Questo è un governo anomalo. Lo è rispetto al modello a cui si richiama e di cui porta il nome. Nelle grandi coalizioni, le discussioni si fanno e le mediazioni si cercano sull’azione di governo, le differenze di identità vengono date per scontate. Nella nostra grande coalizione accade il contrario: il disagio della sinistra a partecipare al governo non è per le misure che dovrà accettare, ma per la prossimità antropologica che dovrà sopportare, al rischio di contagio morale che è obbligata a correre”. Il governo Letta, secondo l’ex senatore Ds, “non lo si giudicherà quindi dalla qualità delle misure che proporrà e farà approvare, che è come normalmente si giudica un governo di coalizione, ma dal superamento dell’ostilità all’idea stessa di un governo di coalizione”. Questo “è un problema molto più per la sinistra che per la destra. La prospettiva di una grande coalizione ha disarticolato il Pd, mostrando la debolezza delle forze che dovevano unirlo: basta guardare i due mesi sprecati a esplorare alleanze e a cambiarle, a scegliere candidati e ad abbatterli”.
Il terrore del Pd, secondo Debenedetti, è che accettando fino in fondo la legittimità della grande coalizione con il Cav. “venga a mancare l’ubi consistam ideologico”: “Si cerca ora di accreditare l’idea di un radicamento popolare dell’antiberlusconismo, di una ribellione spontanea che si trattava solo di raccogliere – continua l’ex senatore dei Ds – Cittadini che sarebbero totalmente diversi da quelli che invece le televisioni di Berlusconi avrebbero trasformato in suoi elettori”.
Da qui il tentativo di “salvare il principio di realtà che consiste nel preservare le diverse visioni sostantive del paese, le identità distinte di destra e di sinistra, le due diverse idee dell’Italia”, come ha scritto il direttore di Repubblica, Ezio Mauro. Si chiede Debenedetti: “L’antiberlusconismo come ‘stato d’animo immaturo, esacerbato, settario’? Neanche per sogno, è il ragionamento per esempio di Gad Lerner, l’antiberlusconismo va ‘riconosciuto come conseguenza necessaria di un’analisi del sistema italiano’”. “Evitare che finisca così è il compito principale del governo Letta – dice Debenedetti – E’ necessario soprattutto alla sinistra. La destra avrà i suoi problemi di identità e leadership quando Berlusconi uscirà di scena. A maggior ragione c’è bisogno che la sinistra sia pronta a prendere il testimone. L’antiberlusconismo non va rifondato, va superato. E il Pd deve farlo finché Berlusconi è in campo. Se fossero altre forze a batterlo, il rischio è che l’antiberlusconismo sopravviva a Berlusconi, che la sinistra si illuda di continuare a vivere di rendita”.
Soltanto su un punto dell’agenda economica, Debenedetti si sente di suggerire una “missione specifica” al governo Letta: “Lasciamo cadere le inutili leggi anticorruzione che dicono tutto e niente, evitiamo le provocazioni, come la legge (costituzionale!) sulla ineleggibilità. Poi, ammesso – e non è così – che ci sia un’alternativa tra austerità e crescita, alla fine i margini di manovra che ci lascia l’Europa sono ridotti. Il problema vero è la nostra competitività. Lo dice Hans Werner Sinn, presidente del centro di ricerca tedesco Ifo: se anche la Germania uscisse dall’euro, i paesi del sud rimarrebbero con i loro problemi di competitività”.
Ecco, questo “è il vero problema del paese, riguarda tutti, lo si risolve con misure che toccheranno tutti, altro che fomentando spaccature ideologiche nel paese. Richiede cambiamenti di ruoli e di aspettative, agli individui e alle loro organizzazioni. Confindustria e sindacati, tanto per parlar chiaro, dovranno abbandonare vecchi schemi consociativi. Tocca il lavoro e il welfare, quanto si consuma e si risparmia, tocca istruzione e sanità – conclude Debenedetti – Tocca la giustizia, non quella a cui si chiede di risolvere i problemi politici della sinistra, ma quella che deve risolvere i problemi reali di individui e aziende”.

ARTICOLI CORRELATI
L’equivoco della pacificazione
di Gad Lerner – La Repubblica, 09 maggio 2013

Il bene del Paese
di Ezio Mauro – La Repubblica, 30 aprile 2013

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