Bele sì (proprio qui)
Ebrei ad Asti

marzo 4, 2014


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Bele sì (proprio qui)
Ebrei ad Asti

di Maria Luisa Giribaldi e Rose Marie Sardi
Introduzione di Franco Debenedetti
Editrice Morcelliana


Leggendo nel rotolo della Legge durante il suo bar mitzwah, il ra­gazzino perde il segno; bele sì, gli suggerisce sottovoce il rabbino, bele sì, ripete il ragazzino, confondendo ebraico e dialetto.
Bele sì, proprio qui. Qui, in questa pagina. Qui, in questo luogo. Il Libro e Asti.
Leggere le Scritture ad Asti: questo è ciò che tale lavoro vuole do­cumentare, per questo raccoglie dati e date, narra di persone e di fatti, descrive la vita della comunità israelitica che in Asti si insediò, ad Asti visse per secoli, crebbe, fiorì e poi si estinse. I suoi membri se ne allonta­narono fisicamente, andando a vivere in città più grandi, e culturalmente andando a far parte di più ampie comunità. Ad Asti, bele sì, non c’è più una comunità, l’unico luogo di culto ancora frequentato è il cimitero.

Quando scompare la Comunità, scompaiono le tradizioni locali, e an­che delle storie famigliari diventa difficile mantenere viva la memoria. La mia generazione è probabilmente l’ultima ad avere ancora ricordi personali di ebrei di Asti, l’ultima a riconoscere a prima vista i luoghi associati al «lessico famigliare» raccolto da mio padre nel suo Nato ad Asti. Per la maggior parte della generazione successiva alla mia il carat­tere specifico della cultura di quella comunità resterà sconosciuto, non sarà più un riferimento. Asti sarà solo una cittadina, forse neppure più provincia, e si perderà ogni collegamento con la cultura ebraica che lì si era radicata, attraverso secoli di povertà, di studio e di pietà, resistendo a persecuzioni e angherie, e infine avendo conosciuto lo sviluppo con l’emancipazione. «Esiste un appuntamento misterioso tra generazioni», scrive Walter Benjamin: questo libro è stato scritto per non mancarlo.
La storia italiana presenta una straordinaria varietà, anche all’inter­no di regioni relativamente piccole: «nei casi in cui vi sia una presenza di Ebrei – nota Arnaldo Momigliano – alle differenze tra le varie tra­dizioni locali si aggiungono fondamentali differenze relative all’atteg­giamento avuto in passato verso gli Ebrei»1. Differenze anche all’interno di uno stesso Stato: nello Stato Pontificio a Bologna gli ebrei furono quasi assenti, a Ferrara diedero vita a una vivace comunità; in Piemonte, a fronte di una striminzita presenza a Torino, le tre comunità di Asti, Fossano e Moncalvo, ebbero addirittura un proprio rito liturgi­co, l’Appam.
Cittadine agricole: è plausibile che il formarsi in quelle povere cam­pagne di un ceto di contadini che volevano diventar padroni della loro terra si sia accompagnato con l’emergere, tra coloro a cui era impedito di possedere terre, di chi prestava loro i soldi: di lì sarebbero nate le attività finanziarie degli Artom, degli Ottolenghi, dei Debenedetti, dei Treves. Nel libro si parla di una famiglia ebraica nascosta e salvata da alcuni contadini che ricordavano di essere stati trattati con umanità e comprensione da un banchiere ebreo: memoria della solidarietà tra i protagonisti di un duplice, faticoso affrancamento, quello del contadi­no per avere la sua terra, quello dell’ebreo per uscire dalla povertà in cui era vissuto per secoli.
Cittadine situate a una distanza dalla capitale sufficiente a dare meno pretesti alle persecuzioni della Chiesa e forse ad attutirne l’im­patto, e ad alimentare l’entusiasmo, a volte anche acritico, per le novi­tà positive che venivano dalla corte. La posizione, geografica e cultu­rale, sarebbe diventata più tardi, la scommessa vincente sull’unità del Paese. Isacco Artom, ovviamente, personaggio eccezionale lungo tutta la sua vita, quando da volontario combatte a Curtatone e Montanara, quando è «il segretario Artom che è sempre con me» come spiegava Cavour a chi lo visitava nottetempo2, e quando da diplomatico riesce a evitare che per Roma difesa dai francesi scoppi una guerra. Penso a qualcosa di più largamente diffuso, alla «improvvisa esplosione di iniziativa, creatività, responsabilità politica e intellettuale che caratte­rizza la storia degli Ebrei italiani»3 che inizia con Napoleone, riprende dopo la Restaurazione con Carlo Alberto, continua con la monarchia sabauda. Penso al contributo degli ebrei italiani alla grande guerra e, dopo il fascismo, alla lotta partigiana. Tutte battaglie combattute nel segno dell’emancipazione e della liberazione. E poi la Shoah: non fosse altro che per aver raccolto, una per una, con precisione e pietà, le storie degli Ebrei astigiani che ne furono vittime, questo libro me­ritava di essere scritto.
C’è un periodo chiave in questa storia, tra l’ultimo decennio dell’800 e il primo del ’900. Anche per la comunità di Asti nel suo insieme quello fu un periodo di eccezionale apertura e visibilità nel contesto cittadino: ma fu anche l’inizio della diaspora della comunità, e con essa dell’accelerazione del processo di assimilazione. Si restau­ra la sinagoga, secondo i vigenti «criteri di visibilità e imponenza», seppure «con sensato criterio» mantenendosi «fedeli allo stile sobrio ed equilibrato» del genius loci4. Ma all’Istituto Clava le iscrizioni si riducono al lumicino: la generazione precedente la mia è stata l’ultima ad avervi fatto le elementari. Se il fatto che meglio spiega «la storia degli Ebrei dal 70 al 1492» è la norma che «prescriveva ad ogni Ebreo di leggere e studiare la Torah in ebraico e di mandare i figli a scuola o in sinagoga, dall’età dei sei o sette anni, affinché anch’essi imparassero a farlo», allora diventa chiaro perché la crisi dell’Istituto Clava segni l’inizio della fine della comunità di Asti5. Bele sì: se il suggerimento stesso del rabbino finisce per essere causa dello sbaglio dell’allievo, il futuro è segnato.
Un periodo di grandi cambiamenti, per molti membri della comu­nità, cambiamenti di residenze, di attività, di culture, di frequentazio­ni. Nomina sola tenemus: se a tanti figli di Israele si mettono nomi gentili, in particolare nomi sabaudi, è perché se ne immagina la vita fuori dalle angustie della piccola comunità, nel mondo libero dell’Italia unita. È un periodo chiave per chi è rimasto un ebreo praticante, ma che non sente l’essere un ebreo “da” Asti come distintivo rispetto al proprio essere ebreo nel mondo. Da quel momento deve attrezzarsi per rispondere alle crescenti spinte per l’assimilazione, e, più in generale, al processo di secolarizzazione che investe tutte le religioni in tutta la società occidentale.
Ma è un periodo chiave soprattutto per coloro per cui l’allontana­mento fisico dalla comunità di Asti si accompagna a un progressivo distacco dalla comunità, all’abbandono delle pratiche rituali, fino a perderne il ricordo, primo passo verso le conversioni fatte pensando di sfuggire alle leggi razziali. Per costoro e per i loro discendenti l’origi­ne astigiana è l’unico legame con il loro passato, l’unica cosa che li fa (essere? sentire? rappresentarsi? ricordarsi?) ebrei: l’unico modo per trovarsi all’“appuntamento”. Per questo è in modo particolare di quella fase di cambiamento che resta il desiderio di saperne di più, lo stimolo per approfondire le ricerche e arricchire i racconti. Perché lì stanno le radici del platano6, le memorie e le culture da tramandare.
Un periodo in parte felice, quello tra fine ’800 e inizio ’900. Vive­vano ancora le persone che erano cresciute nel ghetto e nulla lasciava presagire la “grande carneficina”. E anche dopo, dal ’20 al ’38, nono­stante tutto, per i più fu un periodo relativamente calmo. Nel ’36 Mus­solini era al massimo della popolarità: quanti ebrei condividevano quel consenso? La Shoah cambia tutto, anche retrospettivamente. Ma allo­ra, nessuno, neanche chi guardava con angoscia cosa stava succedendo in Germania, poteva immaginare quello che sarebbe successo. È a noi che lo sappiamo che si stringe il cuore quando guardiamo le fotografie e i film di quegli anni: ritraggono vecchiaie serene, adulti ottimisti, gio­vani spensierati. Gli ebrei anche in quegli anni diedero un contributo importante alla vita intellettuale e sociale dell’Italia: ma come si sen­tivano in quell’Italia, che cosa significava allora essere ebreo, soprat­tutto per chi ebreo non lo era già più nelle sue pratiche e forse neanche nella sua autorappresentazione? È forse pensando alla storia recente, e sentendone anche lui il peso straziante, che Benedetto Croce, nel 1947, se ne esce con lo stravagante consiglio agli ebrei «di fondersi sempre meglio con gli altri italiani, procurando di cancellare quella distinzione e divisione nella quale hanno persistito nei secoli e che, come ha dato occasione e pretesto in passato alle persecuzioni, è da temere che ne dia anche in avvenire»7: ma quali sono stati i sentimenti e le ragioni per cui già 20 o 30 anni prima quella «distinzione e divisione» si andasse attenuando fin da far credere che si potesse del tutto annullare? E come si fa a «cancellare»?
Eugenio Montale, nel 1926, in un’Italia ormai sotto il fascismo scriveva:
«Se fosse possibile essere ebrei senza saperlo, questo dovrebbe essere il mio caso tanta è la mia possibilità di sofferenza».
Dopo quello che poi è stato fatto agli ebrei nei vent’anni successi­vi, nessuno oggi oserebbe identificare l’essere ebrei con la «possibilità di sofferenza»: i nazisti non erano degli altri antisemiti, e i campi dei nuovi ghetti. Ma in che senso pensano se stessi gli ebrei, quelli che sanno di esserlo, quelli che non sanno come esserlo, quelli che non sanno se esserlo?
Molte sono le strade che hanno preso quelli che sono usciti dalle tante Asti d’Italia e del mondo. Ci sono quelli che ebrei lo sono nel rispetto della ritualità, nella conoscenza della lingua, nell’osservanza delle norme; e ci sono quelli interamente secolarizzati. Ci sono quelli per cui l’essere ebreo è diventare israeliano, altri per cui è avere il mondo come patria. Ci sono ortodossi e riformati. Ci sono cattolici che restaurano la sinagoga, ed ebrei orgogliosi di non averne una8. Ci sono ebrei che immaginano il paradiso «come recupero delle piccole cose, dei particolari, delle cose che appaiono a noi insignificanti»9; e ce ne sono altri che, con l’ebreo Derrida, sentono su di sé la responsabilità di decostruire i testi per estrarne la molteplicità di significati. Per Lacan, l’ebreo è quello che sa leggere, ed è perché l’ebreo Freud sa leggere che anche noi sappiamo leggere, abbiamo iniziato a leggere, siamo stati iniziati a leggere altrimenti: l’analista segue le vie del midrash, in analisi si leggono, si recitano, si interpretano le Scritture.
«Il passato – scrive Walter Benjamin – reca con sé un indice segre­to che lo rinvia alla redenzione. Non sfiora forse anche noi un soffio dell’aria che spirava attorno a quelli prima di noi? Non c’è, nelle voci cui prestiamo ascolto, un’eco di voci ora mute? Se è così, allora esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la no­stra. Allora noi siamo stati attesi sulla terra. Allora a noi, come ad ogni generazione che fu prima di noi, è stata consegnata una “debole” forza messianica, a cui il passato ha diritto»10. L’Angelus Novus ha il viso rivolto al passato, ai tanti Bele sì del passato.

Note:
1. A. Momigliano, Gli Ebrei d’Italia, in Pagine ebraiche, a cura di S. Berti, Einaudi, Torino 1987, p. 129.
2. E. Artom, L’opera politica del senatore Isacco Artom, Zanichelli, Bologna 1906.
3. A. Momigliano, Gli Ebrei, cit., p. 133.
4. Cfr. infra, p. 128.
5. M. Botticini – Z. Eckstein, I pochi eletti, Università Bocconi Editore, Milano 2012.
6. «Il platano» è il nome di una importante rivista culturale astigiana.
7. B. Croce, Scritti e discorsi politici, II, 1963, p. 325, citato in A. Momigliano, Gli Ebrei, cit., p. 143.
8. «Non c’è: il nostro è un kibbutz laico» mi rispose con orgoglio mio cugino Corrado quando gli chiesi di mostrarmi la sinagoga a Ruchama.
9. P. De Benedetti, Teologia degli animali, Morcelliana, Brescia 20114, p. 78.
10. W. Benjamin, Sul concetto di storia, Einaudi, Torino 1997, p. 23.

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Le radici nella cenere della Shoah
di Stefano Jesurum pubblicato – Corriere della Sera, 04 marzo 2014

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