«Il Jobs Act ha rimosso alcune rigidità. Ora bisogna rafforzare le politiche attive»

marzo 9, 2018


Pubblicato In: Giornali, Varie

Intervista di Alessandro Rossi a Franco Debenedetti e Pietro Ichino

Ing. Debenedetti, quali sono le origini di questo rapporto?
Sono ormai undici anni che l’Istituto Bruno Leoni realizza questo lavoro che ha come obiettivo l’analisi del livello di apertura del mercato del nostro Paese, la sua evoluzione o involuzione nel corso del tempo ed il confronto con il resto d’Europa. Tutti gli esercizi di questo genere, in cui si mettono a confronto mercati e paesi diversi, ciascuno con le proprie specificità, e quindi dove si sovrappongono elementi quantitativi e qualitativi, e sono il risultato di scelte politiche ed economiche, sono soggetti a critiche di natura metodologica. Che però decrescono con gli anni: l’accumularsi dei rapporti nel corso del tempo tende ad annullare gli errori. Più sono gli anni, e qui sono ormai 11, più questo lavoro di analisi diventa prezioso per fornire indicazioni sulla strada che ciascun Paese deve seguire per dare più e migliori servizi ai suoi cittadini.

Le liberalizzazioni rappresentano da sempre un argomento spinoso. Cosa si aspetta per il futuro?
Lo scenario di incertezza che abbiamo di fronte conseguente al risultato delle elezioni, insieme alla posizione di chi ha vinto le elezioni, certo non entusiasta in tema di liberalizzazioni, non rappresentano, almeno sulla carta, un contesto favorevole. Ma proprio per questo è ancora più importante questo lavoro di analisi realizzato dall’Istituto Bruno Leoni, perché esso ci permette di fotografare la realtà di partenza che rappresenta un obbiettivo (o una sfida) per chi amministra i territori e governa il Paese.

Sul fronte delle liberalizzazioni come si colloca l’Italia?
Nel complesso abbiamo in punteggio di 71 su un massimo di 100 che viene attribuito a chi ha il risultato migliore in ciascuno dei mercati indagati. Ancora una volta il Paese più aperto è la Gran Bretagna, a cui viene attribuito un punteggio globale di 95. Seguono Paesi Bassi (80) (soprattutto per i servizi postali) e Spagna (78) (soprattutto per il trasporto aereo).

Facciamo due esempi di settori in cui siamo progrediti.
Il primo settore, quello che per anni è stato il nostro maggiore problema, è quello del mercato del lavoro. Fino all’entrata in vigore del Jobs Act, che ha rappresentato un importante passo in avanti, in Europa eravamo penultimi, davanti solo alla Grecia. Oggi la situazione è sicuramente diversa, anche per i tabù (vedi art. 18) che sono caduti. Ma il Jobs Act non ha dispiegato ancora tutto il suo potenziale perché devono prendere corpo le cosiddette politiche attive del lavoro, per reimmettere nelle aziende a maggiore produttività i lavoratori delle aziende meno produttive che la concorrenza obbliga a ridimensionare o chiudere. Poi c’è il problema dei giovani: in questo caso le politiche attive sono anche quelle che consentono il passaggio dal mondo della scuola e quello dell’industria. Come si può pensare che la disoccupazione giovanile diminuisca se non si adottano strumenti come questi? C’è tutto da fare e anche molto da imparare: la Germania in questo è un modello. Queste riforme, a partire dal Jobs Act, devono essere portate avanti e completate: pensare il contrario, come pure si sente dire, sarebbe un disastro. Non devono essere depotenziate o smantellate: per il nostro Paese sarebbe un disastroso passo indietro.

Facciamo un secondo esempio…
Peraltro di grande attualità. Quello del trasporto ferroviario. Qui l’Italia presenta luci ed ombre. L’alta velocità funziona molto bene e soprattutto il monopolio delle ferrovie è stato intaccato da Italo, che, seppur fra mille ostacoli, che si è ricavata una fetta di mercato facendo il low cost dell’alta velocità. Le tariffe anche di Trenitalia sono diminuite: ennesima dimostrazione che la concorrenza è sempre un vantaggio per tutti. Ora NTV è stata venduta ad un fondo americano che vi investirà dei soldi e che intende replicare questo modello in altri Paesi. Resta, invece, il tabù della separazione della gestione della rete dal soggetto proprietario dei treni: ancora oggi entrambe fanno capo alle ferrovie dello Stato. Molto problematica è la situazione del trasporto locale, tutta chiusa alla concorrenza, e dove il livello di servizi è a volte vergognosamente basso. Parlando di trasporti non si può non citare il trasporto aereo. Grazie ai low cost il servizio è assicurato e i prezzi sono diminuiti: oggi Ryanair è la prima compagnia in Italia. In punto nero, scandalosamente nero, è Alitalia: dopo le somme ingentissime che è costato all’Italia il mito nazionalista della compagnia di bandiera, la bandiera è stata uf”icialmente calata, Alitalia verrà venduta. Ma i pregiudizi (e gli interessi) sono duri a morire: di fronte ad essi il Governo non se l’è sentita di chiudere la partita prima delle elezioni, e ha lasciato la patata bollente al successore. Visto il risultato delle elezioni una cosa è certa: Alitalia continuerà a costituire una minaccia per i nostri risparmi.

Pietro Ichino: «Le riforme non producono benefici per tutti. Per questo servono le compensazioni»

Professor Ichino, tra i settori che nel corso degli ultimi anni sono stati maggiormente riformati nel nostro Paese ci sono quello del lavoro e quello delle banche. Quali sono stati i principali benefici introdotti?
Per quel che riguarda il mercato del lavoro, il solo per il quale io abbia una competenza specifica, le riforme del 2012 e del 2015 hanno innanzitutto contribuito a renderlo più “luido, meno ingessato. Questo è importante per favorire il passaggio delle persone dalle aziende meno efficienti a quelle più capaci di valorizzare il loro lavoro: se vogliamo aumentare la produttività del lavoro italiano, dobbiamo smettere di difendere con le unghie e coi denti le aziende poco produttive, e sostenere invece robustamente, sul piano economico come su quello della riqualificazione professionale, i loro dipendenti nella transizione verso le imprese più forti. Le quali oggi in Italia stentano a trovare la manodopera qualificata di cui hanno bisogno.

Restando in tema di lavoro, le liberalizzazioni sono sempre portatrici di effetti positivi oppure debbono anch’esse essere governate per evitare che producano nei settori interessati conseguenze controproducenti, magari non previste?
Qualsiasi riforma di un mercato deve sempre essere governata. E, poiché in genere essa non produce soltanto benefici per tutti, ma c’è sempre anche qualcuno che ci perde qualcosa, è indispensabile che la riforma sia accompagnata da misure di sostegno per i perdenti. In riferimento speci”ico alla riforma del lavoro, però, stento a individuare dei veri e propri “perdenti” tra i lavoratori: la nuova disciplina non ha portato ad alcun aumento della frequenza dei licenziamenti, il cui tasso è rimasto identico a prima. I veri perdenti, qui, sono gli avvocati giuslavoristi, visto che il contenzioso giudiziale si è ridotto di due terzi dal 2012 a oggi.

Nel settore del commercio, però, le liberalizzazioni degli orari, de!inite selvagge dalle associazioni che rappresentano i lavoratori di questo settore, sono state aspramente criticate dai titolari dei piccoli negozi perché ritenute penalizzanti, anche in termini economici, per chi ha un a piccola attività e, al contrario, un aiuto altrettanto importante ai grandi centri commerciali su cui si fa ricadere, almeno in parte, la responsabilità della desertificazione delle attività commerciali nei centri cittadini. Che cosa ne pensa?
Ogni misura di liberalizzazione viene, normalmente, qualificata come “selvaggia” da chi ha qualcosa da perderci. Ma occorre sempre chiedere il parere di chi invece ne trae dei benefici. Nel caso del commercio al minuto, avendo vissuto l’epoca in cui la spesa si faceva dal lattaio, dal fruttivendolo, dal droghiere, dal panettiere e dal macellaio, sono convinto che per i consumatori la possibilità di farla invece a un supermercato porti dei vantaggi enormi, in termini di qualità e di prezzi delle merci, di possibilità di scelta, e anche di comodità. È vero che i piccoli dettaglianti hanno invece da rimetterci: è dunque necessario che essi vengano in qualche modo indennizzati, o sostenuti nella transizione verso attività organizzate più modernamente.

Posizioni contrarie alla liberalizzazione del settore sono emerse anche da parte dei rappresentanti dei farmacisti: sul banco degli imputati sono finite, anche recentemente, le parafarmacie, giudicate un problema per i titolari delle farmacie tradizionali. Qual è il suo giudizio a riguardo?
Sono molto favorevole alle parafarmacie.

In 32 pagine di manifesto “elettorale” di Confindustria le parole “privatizzazioni” e “liberalizzazioni” non compaiono nemmeno una volta. Perché, secondo lei, la più importante associazione di rappresentanza dell’impresa italiana non le giudica una priorità per il Paese?
Liberalizzazione signi”ica sempre rendere contendibili delle posizioni consolidate, aprire a degli outsider la porta di ingresso in spazi finora occupati solo da vecchi insider. Qualche volta la Con”industria si comporta un po’ come una associazione di insider.

Durante l’ultima legislatura i governi Renzi e Gentiloni hanno contribuito ad ammodernare il Paese. Ma si sono dovuti scontrare con grandi resistenze e la nuova geografia politica che si è delineata dopo il voto non sembra particolarmente favorevole alla liberalizzazione. Che cosa ne pensa?
Sono, ovviamente, molto preoccupato.

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