Tutelare gli interessi diffusi è sacrosanto ma ci vuole giudizio

settembre 1, 1993


Pubblicato In: Varie


Un annuncio economico, grande un quarto di pagina, sul “Wall Street Journal”: «Se avete comperato un biglietto aereo tra il primo Gennaio 1988 e il 30 Giugno 1992 potreste aver diritto ad un rimborso». Non è una nuova forma di pubblicità di una linea aerea o di un agente di viaggio.

Chi lo fa pubblicare è il giudice Marvin Shoob, del tribunale di Atlanta in Georgia: ed è il risultato di una causa civile alquanto singolare: la parte lesa infatti è costituita da 12 milioni di persone, e la posta in gioco era stata stimata in 2 miliardi di dollari: sì, proprio 3000 miliardi di lire.
Di che si tratta? La deregulation ha scatenata una competizione accanita tra linee aeree, con l’introduzione di ogni sorta di tariffe speciali, sconti quantità, premi di fedeltà ecc. La sanguinosa guerra dei prezzi ha fatto le sue vittime, tra cui la famosa Pan American. D’altra parte negli Stati Uniti è rigorosamente proibito un accordo sui prezzi tra concorrenti: nove compagnie aeree avevano trovato questo metodo per comunicarsi le proprie mosse: gli annunci delle tariffe che intendevano applicare venivano inserite nel sistema di prenotazione.
In tal modo la battaglia sulle tariffe veniva per così dire simulata, come in una partita di bridge: io annuncio che intendo attaccarti su una tratta aerea per te particolarmente importante: tu reagisci attaccandomi sul mio territorio; se io giudico la minaccia troppo seria, ritiro il mio attacco, e così farai tu. Mosse e contromosse simulate, annunciate, ritirate, riproposte: in un caso una linea aerea modificò le proprie tariffe 11 volte in un periodo di 30 giorni.
Nacque così un processo, del tipo chiamato in America “class action”, in cui parte lesa potrebbero essere tutti coloro che dimostreranno di avere acquistato un biglietto in partenza da 34 aeroporti americani in un periodo di 54 mesi: 12 milioni di persone.
E gli eventuali aventi diritto vengono ora rintracciati a mezzo annunci sui giornali.
Una vittoria dei consumatori? Meno di quanto sembra. Il giudice ha ritenuto di imporre un compromesso: delle 9 compagnie aeree accusate, 3 erano già fallite, e l’esorbitante ammontare del danno teoricamente accertato (i 3000 miliardi di Lire) avrebbe fatto fallire anche le altre.
Cosi il valore del rimborso venne stabilito forfettariamente tra i 254 ed i 356 milioni di dollari. I rimborsi saranno sotto forma di buoni di limitata validità (andata ritorno, e ore non di punta), fino al 10 per cento del prezzo di un nuovo biglietto, e potranno essere ritirati solo direttamente agli sportelli delle linee aeree, che così risparmieranno la provvigione dovuta all’agenzia di viaggio:, cioè proprio il 10 per cento.
Praticamente un buono promozionale a costo zero: sicché paradossalmente una linea aerea, l’Alaska Airlines cercò di inserirsi tra…gli accusati!
A far la parte del leone sono gli avvocati, che si sono visti assegnare dal tribunale parcelle per oltre 14 milioni di dollari, più rimborsi spesi per 1,6 milioni di dollari: meno di quanto avessero chiesto ( 24 milioni di dollari) ma sempre più del doppio di quanto loro sarebbe spettato in base alle tariffe dell’ordine.
Tutti contenti dunque? I passeggeri che ritengono che il sistema giudiziario abbia protetto i loro interessi, le linee aeree che magari venderanno qualche biglietto in più con quella che appare essere una campagna commerciale a costo zero, e con l’imprimatur del giudice, gli avvocati che hanno lucrato un non indifferente guadagno.
Ma casi di questo genere, come non manca di rilevare il “Wall Street Journal”, tendono a minare la credibilità stessa del sistema giudiziario americano.
Il principio della class action (casi famosi sono quelli relativi ai danni dell’amianto, o dell’agente orange in Vietnam, o a difetti in autoveicoli, mentre sempre minaccia quello sulle conseguenze del forno passivo), consente di estendere la protezione della legge anche a coloro che non avrebbero i mezzi per far valere individualmente i propri diritti, ma può sconfinare nell’uso dello strumento giuridico per proteggere diritti civili.
Anche principi sacrosanti, quali la tutela da molestie sessuali, o , quella dei sentimenti delle minoranze, danno luogo a volte ad episodi che a noi suonano ridicoli: una battuta un po’ pesante di uno studente verso sue compagne di Università (le aveva apostrofate come
water-buffalo, ippopotami) è diventato un caso nazionale, con coinvolgimento delle massime autorità accademiche; fin nel lessico, parole come “girl” possono diventare un’offesa. (Per chi non lo sapesse, si deve dire pre-woman).
Alcune caratteristiche della società americana — moralismo: difesa dell’individuo contro il potere delle organizzazioni, Stato e corporations; monetizzazione di tutto, anche del diritto — si saldano e producono a volte effetti esasperati: sicché la necessità di contenere i costi che la potentissima categoria forense impone all’economia statunitense era stato uno dei punti programmatici della contesa elettorale Bush-Clinton.
E da noi? Si stanno verificando alcuni tentativi di proteggere gli interessi diffusi consentendo la legittimazione attiva (cioè la capacità di chiamare in giudizio) anche a soggetti collettivi Wwf ad esempio). Ma i limiti posti ad azioni di questo genere non sono tanto nella giurisprudenza quanto nella pratica: nella patria del diritto una causa Civile deve aspettare in media 10 anni per arrivare alla fine del proprio iter processuale.

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