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→  gennaio 21, 2010

il_riformista
Trent’anni di guerra. Tra loro non c’è continuità politica. Il punto di contatto è la strenua opposizione ai due da parte dei sostenitori del pensiero unico.

Ha ragione Antonio Polito, fare di Berlusconi l’erede di Craxi o la sua conseguenza politica è una “forzatura non vera e soprattutto non politicamente fondata”; sostenerlo è motivo più di confusione che di comprensione, e dell’uno e dell’altro.

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→  agosto 27, 2009

il_riformista
Caro Direttore, “sarà bene riconoscere una volta per tutte che Berlusconi […] non è un’anomalia, un incidente di percorso, una parentesi nella storia politica italiana, destinata a chiudersi senza lasciare grande traccia di sé. Al contrario.” Ha ragione Enrico Morando, questo é il punto di partenza se si vuole capire “perché Berlusconi vince” (il Riformista 23 Agosto 2009). Questa è anche la base per una risposta politica a Berlusconi: lo era ieri quando era al culmine della sua parabola politica, lo è ancora di più oggi che si intravede la fine del suo ciclo politico.

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→  novembre 19, 2008

il_riformista
Caro direttore,

Leggo sul Riformista del 18 novembre una lunga lettera di Franco Debenedetti (“Villari sì e Bassanini invece no”), zeppa di critiche e di insinuazioni velenose nei miei confronti. Le critiche sono tutte legittime quando non sono basate su una manipolazione dei fatti. Ma è invece ciò che fa Debenedetti fingendo ignorare che nel Consiglio d’amministrazione della Cassa depositi e prestiti non sono stato nominato da Prodi (come lui afferma falsamente) ma dagli azionisti di maggioranza, 66 Fondazioni bancarie non classificabili in termini di schieramenti politici.
E fingendo di ignorare che alla stessa presidenza della Cassa (come due anni fa alla vicepresidenza) sono stato designato dai medesimi azionisti di minoranza, e non dal Governo: anche se naturalmente la cosa è stata da essi trattata e concordata con Tremonti, nell’ambito di una riforma della governance della Cassa che affida all’amministratore delegato Varazzani tutti i poteri per la gestione dell’azienda e fa del presidente un organo di garanzia e di raccordo con gli azionisti e le istituzioni (Regioni, enti locali, commissione parlamentare di vigilanza).

Basterebbe questo dato, per vero, a smentire la ricostruzione critica di Debenedetti, il suo ricorso alla categoria del “collaborazionismo” (come un Franco Monaco qualsiasi!) e le illazioni sulla “valenza” della mia nomina (rectius elezione) per il Pd. Ma non si può non notare che anche Debenedetti (come, per vero, molti altri) sembra prigioniero di una cultura iperpoliticistica e ultrapartitocratica, per la quale qualunque cosa, e dunque anche le scelte del variegato mondo delle Fondazioni bancarie andrebbero ricondotte a logiche e convenienze di partito, e andrebbero su queste misurate. È peraltro la stessa distorsione culturale che ha spinto in passato lo stesso Debenedetti a contestare il ruolo e l’autonomia delle Fondazioni bancarie, come espressione della società civile («organizzazioni delle libertà sociali» secondo la felice formula usata da Zagrebelsky nella sentenza della Corte costituzionale che ne ha sancito la natura privata e l’incomprimibile autonomia), e che lo ha indotto a bollarle come insopportabilmente «autoreferenziali», perché non lottizzate dai partiti (almeno nella maggior parte dei casi). Ed è forse proprio questa una delle chiavi utili a capire le ragioni profonde della sua astiosa polemica.

Quanto alla intervista a Cazzullo sul Corriere, forse Debenedetti ignora che ci sono anche interviste (e intervistatori) non pilotati.
Cazzullo mi ha fatto le domande che voleva, e io gli ho dato risposte sincere. Per chi è convinto, come me, che le grandi riforme e le coraggiose innovazioni di cui il Paese ha bisogno richiedono, se non una grande coalizione, almeno un rapporto costruttivo e dialogico tra maggioranza e opposizione, era impossibile sottrarsi alla domanda sull’unica situazione politica che avrebbe consigliato una soluzione alla Merkel, il sostanziale pareggio elettorale del 2006. È peraltro una tesi che sostengo da anni, che ho illustrato nella prefazione all’edizione italiana del rapporto Attali (scritta con Mario Monti), che dunque nulla ha a che fare con la presidenza della Cdp.

Idem sul piano Rovati. È Cazzullo che ha notato qualche convergenza su quanto gli avevo appena detto e il piano Rovati. E Debenedetti, che riceve le newsletter di Astrid, sa perfettamente che da molto tempo andavamo riflettendo su quelle ipotesi (delle quali, all’inizio di quell’estate, avevo discusso con Bernabè, Colao, Parisi, Paola Manacorda, Francois de Brabant). La cena ferragostana con Prodi e Rovati è andata esattamente come ho riferito. Per ciò, pur giudicando intempestiva e inopportuna l’iniziativa di Rovati, l’avevo allora sostanzialmente condivisa nel merito e gli espressi all’epoca la mia solidarietà. So bene che ora questa ipotesi trova consensi nel centrodestra (ma non solo). E allora? Vogliamo porci il problema sostanziale, per il Paese, che è sottesa a quella discussione, o invece di privilegiare le peggiori logiche partitiche? Vogliamo capire chi può finanziare la ristrutturazione in fibra ottica del local loop della rete Tlc, che richiede non meno di 15 miliardi di nuovi investimenti? L’ipotesi di un intervento pubblico in una rete che (almeno per ora) è in regime di monopolio naturale, seguendo l’esempio del Giappone, della Corea (e della Francia), merita la pregiudiziale ideologica avanzata da Debenedetti? O non è questione (opinabile) da affrontare laicamente, confrontando soluzioni alternative?

Cordiali saluti

Franco Bassanini

Dallo statuto consultabile sul sito della Cassa non risulta che i soci che hanno più del 15% del capitale, cioè le Fondazioni, oltre al diritto di presentare una propria lista di consiglieri, abbiano quello di nominare né un vicepresidente né il presidente: con Prodi o con Tremonti, a essere “sovrano” è sempre il Tesoro. Se proprio si vogliono usare parole forti, “manipolazione” è indurre a credere il contrario. Parola forte è anche
“collaborazionismo”: non tocca all’autore difendere titoli e occhielli su cui non mette verbo, ma a Bassanini è sfuggito che, essendo messo al plurale, aveva senso affatto diverso. Quanto alle Fondazioni (bancarie, se è lecito precisare), è vero che la Corte ha sancito la loro natura privata, ma è altrettanto vero che la maggior parte dei membri degli organi di governo sono “nominati” direttamente o indirettamente dal pubblico.
È la differenza tra l’essere e il dover essere. Come al solito.

Franco Debenedetti

ARTICOLI CORRELATI
Villari sì e Bassanini invece no
di Franco Debenedetti – Il Riformista, 18 novembre 2008

→  novembre 18, 2008

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Collaborazionismi

Perché Villari sì e Bassanini no?

Riccardo Villari, dopo altre 40 sedute andate a vuoto, é stato eletto presidente della Commissione di Vigilanza RAI con i voti di tutti i membri del PdL e di due del PD. Ora l’opposizione, (quasi) unanimemente, gli intima di dimettersi pena l’espulsione dal partito.
Franco Bassanini è stato nominato dal Governo presidente di una Cassa Depositi e Prestiti destinata a uscire dal ruolo un po’ sonnolento di finanziatore degli enti locali, per diventare strumento di una politica interventista nel campo delle infrastrutture. Tutto regolare?

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→  novembre 2, 2008

il_riformista
di Stefano Feltri

UNTORI. Si temeva che potessero scatenare una crisi globale e invece ne sono vittima. Ma i fondi speculativi restano il simbolo di una finanza sofisticata e alimentata dal debito che molti sperano venga spazzata via. Eppure, dicono i loro sostenitori, sono più trasparenti delle banche. Dibattito dopo il caso Porsche-Volkswagen.

Secondo Giluio Tremonti sono «entità assolutamente folli», che «non hanno nulla a che fare con il capitalismo». In questa fase della crisi non si possono più attaccare gli speculatori sulle materie prime (i prezzi sono scesi) e prendersela con i banchieri è troppo facile, quindi il ruolo di capri espiatori per la catastrofe finanziaria è passato ai fondi speculativi che di mestiere comprano azioni che ritengono sottovalutate e ne vendono altre giudicate sopravvalutate, il tutto finanziandosi con i soldi delle banche.

Dopo le analisi dell’economista Nouriel Roubini dell’Economist, la polemica è arrivata anche in Italia sulle colonne dei Corriere della Sera dove Massimo Mucchetti applaude al «bagno di umiltà» cui sono stati costretti i gestori dei fondi hedge: devono rassegnarsi ad ammettere che, a differenza “di quanto promettevano, non sono in grado di garantire alti rendimenti sia quando i mercati salgono (facile) che quando scendono (molto più difficile)”.

Lo spunto è il caso Volkswagen: da tempo il gruppo Porsche diceva di voler comprare azioni di Volkswagen (oltre a quelle già in suo possesso), voci che hanno spinto in alto il titolo fino a un livello che gli osservatori hanno giudicato eccessivo.

In settimana fondi hedge hanno quindi cominciato a scommettere che il prezzo sarebbe sceso: stipulano un contratto con una controparte con cui si impegnano a consegnare domani delle azioni Volkswagen (che ancora non possiedono) al prezzo di oggi. Se la scommessa funziona, il fondo compra l’azione quando è già scesa di prezzo, la gira alla controparte al prezzo superiore concordato prima e intasca la differenza.

Quello che i fondi non potevano sapere era che, di nascosto, Porsche aveva rastrellato quasi tutte le azioni Volkswagen disponibili sul mercato e quindi, quando è arrivato il momento di comprare le azioni per onorare il contratto, gli hedge fund hanno dovuto farlo a un prezzo molto più elevato (sono salite da 200 a 1000 euro), contendendosi le poche rimaste sul mercato.
Sempre sul Corriere, Franco De Benedetti ha replicato dicendo che «in realtà chi critica gli hedge fund fa, certo involontariamente, il gioco di chi vuole un mercato poco trasparente perché lì può fare quel che vuole». I fondi hedge, dice la teoria economica (e i dati lo confermano), contribuiscono a fissare il giusto prezzo sui mercati, perché identificano ed eliminano gli eccessi, in alto o in basso, nelle quotazioni dei titoli. Ma Porsche si è mossa nell’ombra, sfruttando l’opacità del mercato tedesco, e ha trasformato una decisione razionale dei gestori di fondi in una catastrofe (per loro).

Eppure la caccia agli untori che hanno portato la crisi continua a indicare gli hedge fund, maltrattati dalle Borse di tutto il mondo che vietano la pratica del nakedshort selling (la vendita di titoli che non si possiedono). Molti invocano nuove regole per il settore degli hedge che è meno regolato di quello delle banche, ma non si discute mai dell’efficacia delle norme, che per le banche erano già rigide ma si sono rivelate inutili.
Si temeva che i fondi potessero innescare una crisi bancaria non rimborsando i debiti e invece sono stati i fallimenti bancali a mettere in crisi i fondi, strozzati dall’assenza di liquidità.

Mentre le banche nascondevano fuori bilancio i titoli tossici e bruciando i soldi dei risparmiatori in investimenti sbagliandi, i fondi dovevano rendere conto dei propri risultati ogni tre mesi, incassando commissioni solo al raggiungimento degli obiettivi.
La scarsa trasparenza rimproverata ai fondi sembra piuttosto tìpica del sistema bancario: anche nel mezzo della crisi c’è una grande banca italiana che riesce a vendere ai propri clienti le sue obbligazioni con un rendimento del cinque per cento inferiore rispetto a quello che deve pagare agli investitori professionisti.
Ma nessun governo sembra intenzionato a soccorrere i fondi, mentre le banche vengono salvate con il denaro pubblico.

ARTICOLI CORRELATI
Gli hedge funds e il caso Volkswagen
di Franco Debenedetti – Il Corriere della Sera, 01 novembre 2008

La crisi degli hedge funds «Una mina contro il sistema»
di Massimo Mucchetti – Il Corriere della Sera, 31 ottobre 2008

→  ottobre 22, 2008

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Commenti

Fortuna sfacciata o preveggente tempismo? Con Berlusconi al 70% di consensi e il Pd sotto il 30%, davanti al nuovo giornale si spalanca la pianura di un’eccezionale opportunità. Non per il 30%, of course, ma per il 70%.

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