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Archivio per il Tag »gianni vattimo«

→  novembre 23, 2009

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di Gianni Vattimo

Il tramonto della verità è la rappresentazione più fedele della cultura contemporanea: questo vale, secondo Gianni Vattimo, non solo per la filosofia, la religione e la politica, ma anche e soprattutto per l’esperienza quotidiana di ognuno di noi. La cultura delle società occidentali è – di fatto, anche se spesso non di diritto – sempre più pluralista. I media mentono, l’informazione e la comunicazione sono un gioco di interpretazioni e ai politici si consentono molte violazioni dell’etica, e dunque anche del dovere di verità, senza che nessuno si scandalizzi. Tuttavia, la nostra società “pluralista”, come mostrano ogni giorno le discussioni politiche, continua a credere alla “metafisica” idea di verità come obiettiva corrispondenza ai fatti e si illude di creare l’accordo sulla base dei “dati di fatto”.

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→  luglio 29, 2003

lunita-logo
25 luglio 2003

Caro Direttore,

ti scrivo nella tua triplice veste di amico, di torinese, di direttore.
I miei dissensi dalle posizioni di Gianni Vattimo sono documentati e argomentati in una serie di articoli pubblicati sul tuo giornale; da allora le divergenze politiche sono, semmai, ancora aumentate.

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→  gennaio 2, 2002


Sono debitore di una risposta alla replica che su queste colonne mi ha riservato Gianni Vattimo. Ma prima di parlare dei due punti di dissenso che egli individua, c’è una questione da affrontare, e cioè il giudizio che si dà sulla situazione politica dopo le elezioni del maggio 2001.
“Questo non è un regime” scrivo io. L’articolo di Vattimo invece è punteggiato di espressioni e riferimenti che rivelano un’opinione opposta.

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→  dicembre 29, 2001


Risposta a Vattimo e ai buoni sentimenti

Gianni Vattimo, che mi prende a simbolo di chi va “da sinistra a destra in nome dello sviluppo” (“l’Unità” del 27 Dicembre), si decida: o le tesi che io sostengo e diffondo gli provocano “sempre più marcati dissensi”, oppure i miei sono veramente quello che gli appaiono, e cioè dei “tradimenti“. C’è una radicale differenza: i dissensi li si discute, i traditori si condannano. Nel primo caso si parla di logica e di politica. Nell’altro si istruisce un processo: in cui chi si ritiene giudice in quanto depositario della verità indaga sulle “evoluzioni”, soppesa le aggravanti per chi ha “persino” responsabilità parlamentari, chiede la damnatio di chi “(ancora?) non ha compiuto” una così “stupefacente evoluzione”, “inspiegabilmente sempre più berlusconiana”. “Francamente” sorprendente!

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→  gennaio 11, 1995


Caro Direttore, Gianni Vattimo si stupisce dell’«opposizione silente» (La Stampa di lunedì): questa, dopo essere «riuscita a fare un primo grande passo» con la «grandezza dell’impresa compiuta con l’abbattimento di Berlusconi», ora sarebbe vittima di «un incantesimo paralizzante» prodotto dalla «malefica presenza del cavaliere».
Strano che Vattimo trovi silenziose le opposizioni nonostante la veemenza delle accuse lanciate da esponenti politici (e non solo dall’ala bossiana della Lega) e da grandi organi di stampa; strano che faccia ricorso a categorie non propriamente politiche quali gli incantesimi e le malefiche presenze: non sarà che c’è qualcosa di sbagliato nelle assunzioni da cui parte? Ossia, è proprio vero che Berlusconi è stato abbattuto ed in particolare che lo è stato dall’opposizione? Di fatto le cose non stanno propriamente in questi termini: il governo Berlusconi è stato messo in minoranza da una frattura consumatasi nell’eterogenea maggioranza parlamentare su cui si poggia; e Berlusconi sarà abbattuto per davvero il giorno che non avrà più il sostegno di quegli elettori che gli hanno permesso di conquistare la maggioranza di seggi alla Camera.
Vattimo sembra sostenere che ci sia stata una vittoria tattica dell’opposizione (aver fatto esplodere una contraddizione interna alla maggioranza) e che ora manchi la capacita di tradurla in vittoria strategica (conquistare la maggioranza dell’elettorato). Non c’è stata vittoria tattica: non solo non c’è un progetto politico che consenta di aggregare almeno una parte della Lega (per non parlare dell’ala moderata di Forza Italia), ma addirittura si rischia di vedere indebolito il rapporto che univa all’opposizione popolari e progressisti. E non c’è prospettiva strategica; perché delle due l’una: o si ritiene che la convergenza in una maggioranza di pds, popolari, Lega e Rifondazione (il cui contributo numerico appare sempre più indispensabile) è possibile su pochi punti per un ordinato momento elettorale, ed a ciò bastano davvero pochi mesi; oppure l’intesa è senza vincolo temporale, perché volta al risanamento dell’economia: ma ciò comporta o la totale rinuncia di Rifondazione alle proprie convinzioni politiche, o l’azzardata scommessa di conciliare con queste la necessaria credibilità internazionale. Invece di elaborare una prospettiva strategica, si è offerta alla maggioranza l’insperata occasione di distrarre l’attenzione pubblica dalla sua manifesta incapacità a governare, dalla sua rovinosa condotta di politica economica, dalle spaccature sociali prodotte dal suo «thatcherismo senza qualità», per spostare il discorso su terreni più astratti, per radicalizzarlo in termini di contrapposizione viscerale. E su questo terreno non possiamo dire di essere risultati vincenti: le analisi appassionate e brillanti che, con Gianni Vattimo e con tanti altri benpensanti abbiamo saputo produrre, non hanno spo-stato molti voti, mentre la mistificazione di aver agitato il pericolo illiberale e «comunista» ha già fatto vincere a Berlusconi le elezioni.
La questione si può anche affrontare da un altro punto di vista: c’è chi considera il berlusconismo come un male da estirpare comunque e al più presto, con un comitato di liberazione, come si è fatto esattamente 50 anni fa contro il fascismo, o con un patto di solidarietà nazionale, come si è fatto contro il terrorismo. Se di questo si è convinti, allora non conta l’eterogeneità delle forze che si uniscono, conta solo la causa comune della battaglia per la democrazia. Chi aderisce a questa visione deve mettere in conto non solo i costi di alimentare uno scontro con il 40% dell’elettorato italiano, ma altresì il rischio che le differenze, politiche alla fine determinino l’insuccesso dell’intero progetto. Al contrario, il berlusconismo non è la malattia infantile del maggioritario, è là forma che concretamente il maggioritario ha assunto alla sua prima e parziale realizzazione. Di fronte alla situazione involutiva cui era giunta l’amministrazione della cosa pubblica, abbiamo sostenuto che il maggioritario avrebbe posto le condizioni per riprendere la strada dello sviluppo. Su questa strada il berlusconismo, con le sue approssimative rozzezze, le sue ineliminabili contraddizioni, il suo inestricabile miscuglio di populismo e di autoritarismo, è in grado di fornire solo risposte di respiro breve: ad esse bisogna saper opporre risposte più efficaci e convincenti.
«E’ ora di pensare concretamente in termini di post-berlusconiano», scrive Vattimo: temo che si sbagli. Concretamente, per l’opposizione, il post-berlusconiano è ancora tutto da conquistare. Credere che esistano le scorciatoie di episodiche ed eterogenee alleanze, i miracoli di crolli provvidenziali, o il provvidenziale intervento di deus ex machina, non farà che rendere l’attesa ancora più lunga, e ancora più gravi i danni per il Paese.

→  novembre 29, 1993


Temo che, dopo l’articolo di Gianni Vattimo (“Ripensare il buon progressista” La Stampa di venerdi’), il numero di chi,come il sottoscritto, si considerava progressista si sia ridotto di molto: chi si riconosce in quella descrizione?
Progressista sarebbe colui che rifiuta le pure e semplici logiche delle leggi economiche. Il criterio rischia di produrre significative esclusioni: non vi rientrerebbe Keynes, che pur sarebbe difficile includere tra i conservatori; e tanto meno Marx, che proprio dalla ferrea logica di leggi economiche traeva la teoria dell’inevitabilità della crisi del capitale e che non risulta vedesse nella solidarietà il mezzo per travalicarne i limiti. E neppure lo stato sociale tedesco, basato su un calcolo economico rigoroso.

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