Se nel pubblico lavorano solo i furbi

agosto 2, 2011


Pubblicato In: Giornali, Vanity Fair


dalla rubrica Peccati Capitali

“Se l’Azienda Trasporti Milanese mi deve 15 milioni nel 2005 e me li dà nel 2010, sa che cosa significa per la mia impresa?” E’ una frase buttata lì, senza collegamento con le accuse di corruzione che Pietro Di Caterina fa ai vertici lombardi del PD. Un fatto di per sé senza rilievo penale, che quindi esime dalla solita giaculatoria sulla giustizia che deve fare il suo corso e l’imputato innocente fino a prova contraria. Uno sfogo, che colpisce ma non soprende: “E’ una cosa di una violenza inaudita”. Inaudita perché puro esercizio di potere. “Mi dicevano: fai la denuncia poi vediamo…”. Per carità, pagare in ritardo è un interessato malvezzo anche in grandi aziende private (Fiat in testa): ma si tratta di mesi. Per carità, non tutte le aziende pubbliche fanno così: ma solo in un’azienda pubblica è possibile questa violenza condita con l’arroganza dell’impunità.

Il fornitore o chiude o si cerca altri clienti o si fa furbo: alla lunga a fornire le aziende pubbliche rimangono i furbi, che non è detto siano i migliori, e neppure i più convenienti per il cliente. E siccome le aziende pubbliche sono una parte considerevole della nostra economia, una parte considerevole delle aziende private sono indotte a dedicare il loro tempo e la loro inventiva a essere “furbi” anziché a pensare a sviluppare il proprio business; sono costrette a guardarsi le spalle con timore anziché libere di guardare avanti con fiducia.

Lo sfogo è istruttivo. Serve a capire i meccanismi che rendono asfittica la nostra crescita, e al tempo stesso a individuare uno dei rimedi sicuri per crescere di più: diminuire l’area delle attività economiche gestite dal pubblico.

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