Se la politica si fa gli affari nostri

luglio 27, 2000


Pubblicato In: Giornali, Panorama


Dove andrà Piazza Affari? Con Londra e Fran­coforte che stanno lavo­rando a una fusione a cui si aggiungerà il Nasdaq. la borsa americana dei titoli tecnologici e della new economy? Oppure seguirà Euronex, integrazione tra le borse di Parigi e dei Paesi Bassi, con pos­sibile collegamento al Big Board di New York? La scelta tocca nel portafogli i 7 milioni di italiani che investono parte del loro patrimonio in titoli: mercati più grandi vuol dire più scelta, maggio­re possibilità di diversificare il rischio, minori provvigioni agli intermediari. Ma tocca ancora più le imprese: per­ché da quella scel­ta dipende il siste­ma di corporate go­vernance a cui dovranno conformarsi. Ci saranno ancora vicende come Olivetti-Te­lecom, o Generali-lna? Dipende con chi si va. Londra propone che valgano le regole del mercato in cui un’azienda è quotata. Parigi invece vorrebbe che le norme ve­nissero dettate da una Consob europea e all’ultimo Ecofin ha ot­tenuto l’istituzione di un gruppo di 6 saggi per studiare il tema.

La decisione deve prenderla Borsa Italia Spa. la società priva­ta che gestisce Piazza Affari. Ma le banche, che ne sono i princi­pali azionisti, hanno fatto un gran pasticcio. San Paolo-Imi e Uni-credito hanno prontamente ap­poggiato l’asse Francoforte-Lon­dra, le altre si sono poi dissocia­te. Il contrasto ha investito anche la nomina del successore di Ste­fano Preda alla presidenza di Bor­sa Italia Spa. Nella confusione tra candidati espressione della mar­cia indietro, appare probabile che si debba fare ricorso alla collau­data scuderia e al prestigio inter­nazionale di Bankitalia.

In questa situazione la deci­sione del ministro del Tesoro di resuscitare il «Comitato di indiriz­zo strategico per lo sviluppo del­la Piazza Finanziaria Italiana» ap­pare del tutto singolare. Inventa­to da Romano Prodi ai tempi del­la privatizzazione, si tratta di un organismo pletorico nella compo­sizione: presieduto da un sotto­segretario, accoglie 40 persona­lità delle amministrazioni centra­li, locali e di imprese. Tutti hanno interpretato il risorto comitatone come la conferma della sconfes­sione dell’intesa con Londra, in­trapresa due anni fa dall’ad Mau­rizio Capuano. Un’invasione di campo che invia un preoccupan­te segnale politico.

L’interesse nazionale vuole che le imprese siano in concorrenza tra loro nel reperimento dei capi­tali destinati al proprio sviluppo. e siano esposte alla competizio­ne per il controllo. Era questo l’ob­biettivo che si poneva la legge Draghi: essa contiene norme si­mili al City Code che si è affinato nel tempo nella maggior piazza fi­nanziaria del mondo, Londra. Non fosse che per coerenza, il gover­no dovrebbe mostrare preferenza verso l’asse anglo-tedesco.

Invece, proprio perché è una pesante interferenza governativa nel corso di discussioni tra soci privati di un’azienda privata, l’ini­ziativa del governo allinea il no­stro Paese sulle posizioni dirigi­ste di Parigi. Si parla tanto di in­tegrazione europea: ma iniziative come quella francese — e italiana — rafforzano le resistenze dei pae­si che temono l’effetto sui mer­cati finanziari di regole farragino­se, faticosamente contrattate dai politici, imposte dalla maggioran­za e amministrate dall’eurocrazia.

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