Ma ora il governo molli il catenaccio

luglio 13, 2000


Pubblicato In: Giornali, Panorama


Parlare di calcio que­sta settimana è quasi obbligato. D’altra parte, forse perché sono en­trambe forme di compe­tizione, fin dai tempi più remoti sport e politica sono uniti da un filo non solo metaforico. Come il calcio è an­che quello che si vive sugli spal­ti, così la politica non è solo quella che fanno governo e Par­lamento, ma anche quella che si fa sui giornali, in televisione.

Chi ha visto la partita Italia-Olanda avrà notato lo striscio­ne dispiegato da alcuni tifosi che inneggiavano al «catenac­cio». Certo, come nel calcio, an­che in politica ci sono situazio­ni obbligate: quelle che si verificano quando una parte della squadra si è fatta espellere e non partecipa più al gioco, o quando si è in debito di ossigeno. Che si tratti di superare l’esame dell’euro o di passare il turno, in entrambi i casi ser­vono i sagaci rinvii e gli abili an­ticipi. Ma che questa tattica, questo spettacolo, possano en­tusiasmare, mi sembra vera­mente singolare: anzi sono propenso a ritenere che si tratti di una singolarità destinata a re­stare tale. Credo cioè che cal­cio dei rigori e politica del rigo­re non bastino a riempire gli stadi e a conquistare la mag­gioranza degli spettatori, non valgano a diffondere passioni, che si tratti di quella di guar­dare o di quella di giocare. Per vincere anche sugli spalti ci vuole altro, bisogna che in cam­po ci siano anche le limpide geometrie, il dribbling inebrian­te, il passaggio che spiazza.

Certo c’è sempre qualcuno che stende lo striscione. Pen­sioni? Viva il catenaccio. Fles­sibilità? Viva il catenaccio. Liberalizzazioni, che si tratti di treni o di professioni? Cate­naccio. Comunicazione politica in tv? Catenaccio. Rendere giustizia ai cittadini facendo fun­zionare l’amministrazione? Ca­tenaccio. Ma se vogliamo che più gente metta in gioco se stessa, investa le proprie ri­sorse materiali o personali, al­lora non basta inneggiare al ca­tenaccio. Anche perché non è detto che alla fine non si in­contri uno Zidane-Berlusconi che c’intorda.

Quand’era al governo, D’Alema ha cercato, ripetutamente, di forzare il catenaccio. Ha bat­tuto il pugno, ma poi ha dovuto o voluto ritrarlo. E poiché i pro­blemi restano, a superarli si do­vranno inventare nuove trian­golazioni. Per fare un esempio: in tema di licenziamenti, non c’è nulla da fare, lo so per esperienza personale. Cate­naccio. Il passaggio che spiaz­za potrebbe consistere nell’ag­girare il concetto stesso di job property su cui si fonda l’arti­colo 18 dello Statuto dei lavo­ratori. L’idea che il posto di la­voro sia assimilabile a una pro­prietà su cui vantare dei diritti è in contraddizione con il mon­do dei nuovi mestieri e delle nuove imprese, quello che invi­diamo e che inseguiamo. E a chi contrattaccasse indicando quanta flessibilità à la carte è oggi disponibile con forme con­trattuali alternative, si dovreb­be ricordare quanto alle impre­se costi, in termini di contrat­tualizzazione dei rapporti di la­voro, fare ricorso a forme di rapporto speciali: e quanto ciò influisca sulla organizzazione, quindi sulle scelte, sugli oriz­zonti temporali delle imprese, e quindi quanto alla fine influi­sca sulla loro dimensione.

Certo, le tattiche giuste sono quelle che portano alla vittoria. Ma tutte le contese si giocano anche su tempi più lunghi, su traguardi più lontani. Per vince­re su quelli non basta accon­tentare solo i tifosi che inneg­giano al catenaccio.

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