Lavoro e questione morale: le ragioni di un impegno

marzo 1, 1994


Pubblicato In: Varie


Questo impegno diventa tanto più serio oggi, che la nuova legge elettorale impone un rapporto diretto tra eletto ed il collegio che lo ha espresso. Abbia­mo voluto che il candidato fosse legato più al suo elettorato che alle segreterie dei partiti. Per quan­to riguarda le designazioni, ciò è avvenuto, bisogna riconoscerlo, in modo ancora imperfetto. Ma cre­do che questo stretto legame tra eletto e territorio sia un obbiettivo da non perdere, costituisca un im­pegno da mantenere . Per quanto mi riguarda , se sarò eletto, intendo essere anche ed in primo luo­go il senatore del collegio n°.1 di TORINO.

Ciò rimanda ai problemi di Torino, dunque al lavoro. A Torino, lavoro, ha sempre voluto dire in primo luogo FIAT: e certo la FIAT continuerà ad essere per molti anni ancora il punto nodale del problema occupazione a Torino. Ma è ora quanto mai urgen­te pensare a costruire in Torino nuove occasioni di lavoro e di impresa.

Quante cose sono nate a Torino ! Il cinema, la moda, la radio, i motori navali, i pneumatici (Superga): come ricordava Umberto Eco poche sere fa, anche il movimento operaio. Tutte cose che da Torino sono emigrate: con questo non si vuole indurre spirito revanscista (anche se in un possibile ed auspicabile decentramento dello Stato e dei suoi poteri, qualche pensierino lo si potrebbe pure fare   ), ma ricordare quanta imprenditorialità ed innovazione è stata espressa da Torino, anche fuori dall’auto e dai suoi componenti . Questo spirito, le competenze e la cultura materiale che in Torino si son formate e stratificate, devono potere essere mobilitate per creare i lavori nuovi.

Quali possono essere ? Penso innanzi tutto a quelli che si trovano all’incrocio delle aree tecnologiche delle telecomunicazioni, della televisione, dell’infor­matica, delle banche dati; quelli che si situano tra consumo, formazione, intrattenimento, tempo del lavoro e tempo del non lavoro.

La locuzione “politica industriale” ha assunto un tono assai svalutativo negli ultimi anni: ma ho l’impres­sione che Torino abbia bisogno, se non di una poli­tica industriale, comunque di un progetto, di alcune iniziative infrastrutturali, di un’idea guida sulla qua­le sfidare e chiamare a raccolta l’iniziativa ed il ca­pitale privato.

Questo nel medio periodo: nel breve periodo la ri­cetta si chiama, come è ormai generalmente ac­quisito, una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro – che non sia però il mercato primitivo e sel­vaggio del lavoro – e tanta formazione. Certo, c’è anche bisogno di un atteggiamento più aperto al rischio di impresa: e per questo occorre un clima generale di fiducia. Ed è credo compito della sini­stra, oggi dei progressisti, dire forte che non è la riedizione del rampantismo craxiano, che ci vien oggi riproposta dal Cavaliere di Arcore, ad avere il monopolio della fiducia: anzi che solo la sicurezza di uno Stato giusto ed equo consente di creare quel clima di fiducia, da parte di tutti, che è indispensabi­le per rilanciare la voglia di intraprendere e di inno­vare.

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