La visione liberale, il suo nuovo ancoraggio

giugno 1, 2006


Pubblicato In: Giornali, Il Messaggero

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Mario Draghi, o della chiarezza.
E’ anche grazie alla chiarezza con cui ha svolto le sue considerazioni finali, alla coerenza tra stile di retorica politica e propositi enunciati che le sue osservazioni sono apparse oggettive e incontrovertibili le sue indicazioni. Inevitabile il paragone con il discorso politico, tra eccitati comizi da un lato e voci opache o dissonanti dall’altro.

Draghi è netto nell’indicare l’obiettivo: la crescita. E nel porre i termini del problema: il calo della produttività, che fa dell’Italia un caso unico al mondo. Abbracciando l’ortodossia economica, sui temi su cui da mesi si discute e ci si divide, Draghi taglia netto. Prima la stabilità economica o prima lo sviluppo? Non sono alternative, ma reciprocamente l’una è condizione dell’altro. Riduzione della pressione fiscale? Solo con reperimento di risorse aggiuntive. E’ andata fuori controllo la spesa? Due “priorità ineludibili”, aumento dell’età pensionabile e stretto collegamento tra spese delle Regioni e responsabilità di copertura. Polemica sui condoni? Nei 34 anni dal 1970 al 2004 solo in due esercizi non si è fatto ricorso ai condoni fiscali. Cuneo fiscale? E’ distorcente e frena lo sviluppo, ma la sua riduzione deve trovare copertura “certa” nel bilancio. Precarietà? “senza eccessi di rigidità nella componente tipica, i contratti atipici offrono un utile ventaglio di opzioni”. Per chi, come il sottoscritto, ha condotto una solitaria battaglia da sinistra per l’abolizione dell’art.18, sono postuma consolazione le parole di Draghi sui costi della rigidità in uscita per le aziende, su cui pesano quelli di controversie giudiziarie, “incerti e di frequente elevati”. Il rilancio è legato alla concorrenza e ai meccanismi di mercato, “necessari al rilancio produttivo e complementari a scelte di equità”: nella scuola, nel commercio, nei servizi pubblici locali, in cui è invece in corso addirittura una ripubblicizzazione.
In questa impostazione, tutta svolta su analisi e strumenti strutturali, non c’era spazio per polemiche sulle vicende bancarie dell’estate scorsa, che hanno portato all’approvazione della legge sul risparmio e alle dimissioni di Fazio. Draghi si è limitato a registrarne le conseguenze statistiche: il peso delle banche estere in Italia é salito dall’8% al 14%, un po’ al di sopra di Francia, Germania e Spagna; quello delle attività estere dei primi 5 gruppi bancari italiani è passato dall’11% al 41%, incremento dovuto tutto all’unica operazione Unicredito.

Il discorso di Draghi è stato accolto da un applauso non convenzionale, per intensità e calore. Un applauso liberatorio, certo. Ma anche di fiducia: perché da ieri mattina la visione liberale, della società, della politica, dell’economia, ha di nuovo un punto di riferimento istituzionale.

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