La tossicità invisibile

febbraio 26, 2009


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore

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Mercati e fiducia

Per uscire dalla crisi bisogna ripulire gli attivi delle banche dai titoli cosiddetti tossici: almeno su questo il consenso è unanime. Ma alla domanda, a quanto essi ammontino, non c’è risposta. Fin dall’inizio della crisi, pressante è stata la richiesta alle banche di fare trasparenza sui loro bilanci.

È passato un anno e mezzo, e la Commissione Ue ancora richiede «la piena trasparenza ex-ante e la rivelazione degli asset deteriorati delle banche» (Enrico Brivio sul Sole 24 Ore del 24 febbraio). Allora, qualcuno lo ricorda, i miliardi stimati erano centinaia: oggi sono migliaia.

Un anno e mezzo fa la “tossicità” era solo quella dei mutui subprime; oggi è diventata di tutti i prodotti cartolarizzati che li contengono, e perfino dei crediti erogati a soggetti a loro volta significativamente esposti. Progredendo la crisi, i confini della “tossicità” diventano mobili e incerti: non comprendono più solo strumenti finanziari con determinate caratteristiche, ma anche tutte le conseguenze che essi hanno prodotto. Ma se la richiesta di trasparenza ha un senso, bisognerà ben definire che cosa si vorrebbe vedere. La “tossicità” non può estendersi a comprendere anche sofferenze, insolvenze, perdite di valore di partecipazioni, azioni, immobili, dovuti alla recessione economica: a parte l’eccezionale gravita, questi sono fenomeni che le banche hanno già conosciuto e che è loro mestiere fronteggiare.

Se ciò che si cerca è definito, allora lo si può trovare nei bilanci delle banche: oltretutto si tratta di soggetti vigilati, i cui libri le autorità hanno il dovere/potere di controllare; e quindi è facile risalire al valore che veniva attribuito a quegli asset prima della grande crisi, e quello che oggi risulta dopo le svalutazioni effettuate o con i mezzi propri delle banche o con quelli messi a disposizione dai Governi. Se oggi il loro valore fosse nullo, questo sarebbe il limite massimo del problema che ci sta davanti. Sarà una cifra da fare spavento, che banche e regolatori hanno interessi diversi ma convergenti a non rivelare. Ma allora che senso ha chiedere trasparenza? Non destano ancora più spavento le stime che circolano, approssimate a colpi di milioni di miliardi? Meglio non spaventare i mercati, o lasciare che si diffonda la sensazione che le somme spese dai Governi finiscono in un pozzo senza fondo?

Tutt’altro problema è dare agli asset tossici un valore “reale”, per quanto questo possa significare parlando di beni per cui al momento non esiste un mercato. Problema sostanzialmente politico: perché equivale a decidere come vada diviso l’onere della pulizia tra azionisti/obbligazionisti e contribuenti. La Commissione Ue invita a procedere a «un’adeguata valutazione, certificata da esperti indipendenti e convalidata da un’autorità di supervisione del settore»: come se non fosse proprio su questo problema, e sui giganteschi conflitti di interessi che si aprono, che si è schiantato il piano Paulson prima maniera.

Il problema della valutazione lo si elimina alla radice se tutto il bilancio della banca viene consolidato nel bilancio dello Stato: dando allo Stato il «controllo temporaneo delle banche per renderne possibile la ricapitalizzazione privata» (Alberto Bisin) poco importa quanto vale la voce “asset tossici” se viene spostata da un conto a un altro. Ma questo si chiama nazionalizzare, con tutti gli inconvenienti pratici che presenta e i giustificati timori che suscita.

Altre soluzioni, meno drasti-che, che riducono l’impegno upfront del Tesoro, assicurano continuità di gestione e migliorano le prospettive di recuperare valore vendendo in seguito gli asset “tossici”, sono state proposte da Mario Draghi, da Francesco Giavazzi, da George Soros, da Jeremy Bulow: ma tutte presuppongono l’operazione trasparenza. Che invece si attende da 18 mesi.

Per uscire da questa crisi, c’è bisogno della fiducia del contribuente. Per meritarsela, chi gli chiede di indebitarsi lui e le generazioni future, dovrà dimostrargli: primo, che sa quanto profondo è il buco da riempire; secondo, che ha capito quale la causa ultima che l’ha prodotto. È stato l’insostenibile squilibrio tra un’America che consuma troppo e una Cina che risparmia troppo? O una politica che era arrivata a mettere dei target alle banche per incoraggiare l’acquisto di una casa? È stato l’azzardo morale della Greenspan put, incoraggiato dai tassi troppo bassi per troppo tempo? O non aver posto limiti all’assunzione di rischio? O è stato qualcosa di ancora più profondo, e cioè che la nostra produttività è insufficiente ad assicurarci il sistema sociale che abbiamo costruito?

Invece, per i leader dei membri europei nella riunione tenutasi a Berlino il 22 febbraio in preparazione del prossimo G-20, tutto si ridurrebbe a un rapporto di causazione che, partendo dai bonus dei manager, dall’opacità degli hedge fund, per finire ai paradisi fiscali, arriva al disastro in cui ci troviamo. A questa “spiegazione” la Borsa ha reagito negativamente. Non c’è da stupirsi: non è che, se manca una risposta a una domanda diffìcile, si debba prendere per buona una risposta qualunque.

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