La moral suasion può rallentare la transizione

dicembre 21, 1996


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore


Proprio mentre i funzionari del Tesoro erano mobilitati a cercare una soluzione al problema del Banco di Napoli, la commissione del sottosegretario al Tesoro Pinza stava elaborando il progetto per il riassetto delle banche possedute da Fondazioni. Da un lato si contabilizza il disastro dell’istituto partenopeo e ci si affanna a trovare i rimedi per porvi riparo; dall’altro si analizzano le disfunzio­ni del nostro sistema creditizio, e si avanzano proposte per risolverlo.

La coincidenza, certo fortuita, impone però un interrogativo: se disastri e disfunzioni non abbiano in comune la stessa prassi gestionale; se rimedi e proposte non vengano cercati all’interno di una stessa matrice culturale. Per essere espliciti, la prassi e la cultura secondo cui in Italia tutto ciò che accade nel inondo del credito. deve essere «pilotato». Porsi questa domanda significa, ce se ne rende conto, toccare un argomento quanto mai delicato, osar getta­re un occhio nel sanciti sanctorum, la Banca d’Italia e la sua attività di moral suasion.

Il ministro Ciampi, sostiene che «l’asta [del Banco di Napoli; è stata aperta e sta procedendo secondo i termini indicati nel bando». Tuttavia c’è una domanda a cui non si riesce a trovare risposta: dato che si è deciso di non liquidare la banca. perché nessun privato ha risposto, obbligando il Tesoro a mobilitare banche pubbliche o a sollecitare istituti «amici»? Si possono avanzare tre ipotesi.

La prima, che gli acquirenti siano spaventati dalle «condizioni ambientali»: non riguardo al passato, ma al futuro, cioè alla possibilità di fare banca in modo corretto nel Mezzogiorno d’Italia. Se davvero così fosse — e chi scrive non lo crede — le soluzioni proposte apparirebbero sbagliate in radice, improprio essendo provvedere a siffatti problemi impiegando danaro pubblico a coprire i buchi di una banca. La seconda è che non abbiano risposto per una sorta di intesa, e cioè con la riserva di mettersi (l’accordo per comprare a meno. La terza è che le condizioni d’asta richiamate da Ciampi con soddisfazio­ne, non sono attraenti. Le voci che si raccolgono farebbero propendere per quest’ultima ipotesi. Si dice che il Tesoro avesse in mente una cifra assai più bassa — dell’ordine, sempre a sentire le voci, della metà — per gli attivi da mettere nella bad bank e che solo le preliminari e sommarie verifiche condotte dalle banche «invitate» gli abbiano fatto prendere coscienza della realtà. Si ‘dice inoltre che la ragione dello scarso interesse dimostrato dagli acquirenti dipenda da un contratto di acquisto che non prevede alcuna garanzia sul bilancio, e un tempo ridotto per la due diligence, solo due mesi, neppure il tempo per auditare a fondo tutte le filiali.

Il fatto che tali voci autorevolmente corrano dovrebbero a mio giudizio indurre il Tesoro a risposte e a impegni più netti in direzione cli soluzioni per il cui valore non si può considerare ininfluente la natura pubblica invece che privata dei soggetti chiamati a concorrere.

Quando. come è avvenuto pochi giorni orsono, il presiden­te del Consiglio e il ministro del Tesoro congiuntamente lamentano che le banche non riducono i tassi applicati a clienti in parallelo alla riduzione del Tus, in realtà non fanno altro che addossare alle banche un comportamento di «prezzi amministrati» la cui vera radice sta nei presupposti stessi che il Tesoro continua a difendere. Il fatto che ci sia vischiosità all’abbassamento dei tassi, dipende da quegli squilibri del settore che il Tesoro stesso finora considera non affrontabili con assetti proprietari di mercato.

È contraddittorio invocare il mercato e volerne «pilotare» gli assetti. Non si può invocare la concorrenza. e poi evitare di mettere in evidenza la differenza tra le varie aziende: ciò che fa invece il fondo interbancario di garanzia non penalizza con l’esclusione le banche che non rientrano nei parametri richie­sti e obbliga le banche buone a pagare per quelle cattive. Non si può pretendere la concorrenza sui servizi forniti e «pilotare» – o congelare – quella sui diritti di proprietà.

Il discorso sul Banco di Napoli non può considerarsi chiu­so, soprattutto se la soluzione non verrà dal mercato, ma da banche pubbliche. Le implicazioni di questo costosissimo affaire non possono essere dimenticate: tantomeno nel valuta­re la proposta Pinza. Questa, scegliendo la strada di ospedaliz­zare prima e privatizzare dopo, scherma per un decennio il sistema bancario dalla verifica di mercato. Assumendo di non poter prescindere da un «governo delle trasformazioni», finisce per invocare una maggiore determinazione da parte del Tesoro e Banca d’Italia nell’impegnare la loro autorevolezza.

L’autorevolezza non è in discussione. Anzi proprio chi la riconosce conte un bene raro e prezioso è preoccupato nel vederla impegnata in compiti rischiosi: tra I altro con dubbi risultati. Il «pilotaggio» non divide i compiti tra chi comanda la barca e chi ne guida la rotta, ma addossa a queste autorità tutta intera la responsabilità della navigazione; non governa una trasformazione, ma pospone solo il momento, e le difficoltà. della transizione. Anzi. per dirla tutta, alimenta il dubbio che questo sia il vero scopo.

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