Io, capitalista di sinistra

febbraio 21, 1994


Pubblicato In: Varie


intervista di Massimo Gagliardi

Franco Debenedetti. 61 anni, non è più presidente della Sasib. Si è dimesso per scendere in politica. È il candidato di Allean­za democratica nelle file dei progressisti a Torino. Mantiene la carica di consigliere di amministrazione in Cofide, Cir, So­gefi e anche in Sasib.

È la prima volte che fa politica? Chi gliel’ha proposto?

«Adornato»

Qual è stato il commento di suo fratello Carlo?

« È stato molto affettuoso, in questa come nelle altre circostanze importarti della mia vita Mi ha indicato dei pericoli, soprattutto quello di restare deluso.»

In effetti altri imprenditori che hanno fatto politica non ne hanno tratto grandi soddisfazioni.

«Si, certo. Questo è il vero rischio. Ma se si vuole andare verso il rinnovamento bisogna crederci.»

Non le sembra un’affermazione idealista?

«Certamente. Idealismo e concretezza sono però le componenti indispensabili di ogni attività d’impresa.»

Lei parla di rinnovamento ma l’amministratore dell’azienda che ha presieduto finora è indagato per tangenti

«Il mio impegno in questi anni è sempre stato nei servizi informatici Olivetti. In Sasib mi sono occupato dello sviluppo delle strategie di diversificazione. Non ho mai seguito i problemi gestionali»

Non teme che le sue cariche sociali possano attirarle accuse dl lobbyng?

«Anche un professore universitario si fa rappresentante degli interessi delta sua categoria, ed è giusto. Un politico asettico a cosa servirebbe?»

 

Potrebbero sempre sospettarla di far parte ci uno schiera­mento che va dall’Olivetti a ‘Repubblica’ passando attraverso il Pds.

«Io candido me stesso. Non ho tv né giornali.»

Come mai uno come lei, membro di una famiglia che appartie­ne alla storia del capitalismo italiano, decide di Candidarsi nelle file della sinistra?

-In questo momento abbiamo un grande problema, quello del­la ricostruzione istituzionale, ma soprattutto morale ed eco­nomica. Non credo che si possa ricostruire dividendo, ma solo unendo. Da imprenditore mi preoccupa chi fa pensare che la strada della ricostruzione sia facile. Non credo ai miracoli. La ricostruzione passerà attraverso i sacrifici ma è evidente che uno Stato che non sia giusto non è legittimato a chiederli.»

Non prova imbarazzo a stare in uno schieramento in cui sta Rifondazione, che chiede di tassare i Bot oltre un certo limite?

«Questa è un’alleanza elettorale, cosi come imposto dalla nuova legge. Ma se gli elettori di Rifondazione, con la quale non ho alcun punto di contatto, mi dicono che i loro problemi sono la disoccupazione, la giustizia sociale e la ripresa dello sviluppo io rispondo: sono gli stessi temi per cui mi batterò.»

Lei è un campione del libero mercato, eppure quella statalista è una cultura iscritta nei codice genetico della sinistra. Come pensa di conviverci?

«Lo statalismo ci è stato da 50 anni di governo di centro. Non è più di destra o di sinistra, è una malattia che in Italia ha contagiato tutti. Penso allora che lo Stato debba esse­re forte e autorevole ma che in economia si limiti a fare da arbitro.»

Ottimi propositi, ma nei fatti?

«Ho saputo dire di no a Cesare Romiti e a mio fratello. Non vedo perché dovrei cambiare»

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