Identità e Dilemmi

dicembre 20, 2012



Contributo di Franco Debenedetti a:
Pensare la sinistra.
Tra equità e libertà

di Pietro Reichlin, Aldo Rustichini
Editori Laterza, 2012
pp. 279


Constatato che nell’ultimo trentennio “le scelte pubbliche hanno sacrificato la crescita economica e l’equità intergenerazionale, provocato una lievitazione incontrastata della pressione fiscale e prodotto una crisi del patto sociale” (pp. 5-6), Pietro Reichlin e Aldo Rustichini chiedono alla sinistra di riconoscerlo e di tornare “a discutere di come migliorare le politiche e le istituzioni pubbliche” (p. 6).

Perché rivolgersi alla sinistra e non fare semplicemente la propria proposta? Perché “ci piacerebbe”, come scrivono? La preoccupazione pedagogica sarebbe dunque tutto ciò che resta della propria storia personale e della propria circunstancia? Perché ritengono che solo la sinistra possa farlo, in quanto conosce “la buona politica”, è più presentabile, perfino morale, oppure al contrario perché ritengono la sinistra sia maggiormente responsabile di quelle “scelte pubbliche”?
I dilemmi e l’identità della sinistra: delle due questioni poste dagli autori, quella identitaria è preliminare. Nonostante la sterminata bibliografia del What is Left (come titolavano Michele Salvati e Alberto Martinelli un loro saggio del ’93 sul “Mulino”[29]), la ricerca di un impianto ideologico che rimpiazzi, per gli eredi del PCI dopo la caduta del Muro, la “teoria del tutto” che dava la convinzione di essere “nel solco della storia”, e insieme consenta loro di candidarsi a governare un paese capitalista, non ha dato risultati apprezzabili. Si continua a “coniugare”, a “conciliare”, a inventare ossimori. Reichlin e Rustichini credono di individuare questo nucleo nel concetto di equità, e dimostrano che per raggiungerla è meglio usare le forze di mercato anziché l’intervento diretto dello Stato: che sí tratti di acqua o di assicurazioni, di scuola o di lavoro.
Ma davvero si può pensare di ridurre la storia della sinistra a una questione di ingiustizia? Il marxismo non è una sociologia, è una teoria della storia, un sistema di idee fondato sul valore del lavoro e sull’idea di plusvalore, sul concetto di sfruttamento e non sulla “disuguaglianza”. Il passaggio da Marx a Rawls è per la sinistra abrasivo della sua stessa identità, perché si passa dalla rivoluzione levatrice della storia, alla più elegante giustificazione dello status quo, dalla rivoluzione proletaria ai diritti acquisiti. Le tesi di Reichlin e Rustichini sono efficacemente esposte, logicamente robuste, convincenti nel dimostrare che i beni collettivi non sono immediatamente beni statali, che la fornitura di alcuni servizi sociali non implica il monopolio pubblico degli stessi. Già ce lo si chiedeva quando Norberto Bob-bio nel 1994 indicava nella tensione verso l’equità il carattere di fondo della sinistra, ce lo si chiede ancor più a proposito di questa narrativa: basta a dare certezze a chi ha dubbi identitari? Basta l’obbiettivo dell’uguaglianza a far marciare compatta la sinistra italiana? Basta, senza fare anche i conti con la prima parte della Costituzione, incominciando dall’articolo 1?
Le scelte pubbliche dell’ultimo trentennio ricordate da Reichlín e Rustíchini denunciano i danni, sono il risultato di una deriva di tutte le democrazie occidentali. Esse già nel 1960 apparivano a Friedrich von Hayek a rischio di diventare “uno Stato domestico, in cui un controllo paternalistico controlla la maggior parte di quello che la società produce e lo alloca agli individui nei modi e nell’entità di cui pensa che abbiano bisogno o diritto”[30]. Così si producono inefficienze e sprechi, che però sono altrettante rendite per i beneficiati: i quali restituiscono il favore con l’adesione politica. Nonostante gli Stati che redistribuiscono il reddito secondo i desideri delle loro burocrazie siano sull’orlo del fallimento, l’idea che il sistema di mercato sia ingiusto, e che invece a garantire la giustizia sociale sia il modello sociale europeo, “coniugando” la produzione della ricchezza con la redistribuzione a favore di chi ne ha bisogno, travalica le identità politiche, è diffuso a destra e a sinistra, è sostanzialmente condiviso dalla maggioranza degli italiani.
Se il problema, come prevedeva von Hayek nel ’60 e come riconosce Draghi mezzo secolo dopo, è il modello sociale europeo, l’economia va insegnata non solo alla sinistra, come ha detto uno dei due autori durante la presentazione del lavoro, ma al paese intero. Il problema epistemico connesso al calcolo economico, che valse a dimostrare l’impossibilità dí funzionamento delle economie di piano, vale anche per la versione soft dei sistemi di Welfare statali adottati dalle democrazie europee. Il fatto che la conoscenza necessaria per íl coordinamento delle attività degli individui è dispersa e non concentrata implica che un sistema di mercato non può funzionare in una società che distribuisce premi e punizioni come fa un maestro di scuola. Le istituzioni di mercato che si sono evolute nel corso di millenni non sono né giuste né ingiuste, sono cieche e anonime, producono e diffondono informazioni, in primo luogo attraverso i prezzi. Ogni tentativo di sovrapporvi schemi di meriti e punizioni rende solo più difficile il coordinamento tra individui e quindi la produzione di ricchezza. Il mercato esiste perché non sappiamo prevedere il futuro e non possiamo conoscere le preferenze degli individui nel tempo, non per realizzare un ordine desiderabile e “corretto”. Invece anche gli autori indulgono alla vulgata secondo cui il mercato produce “crisi, disoccupazione e inefficienze” e pertanto serve la regolazione, dato che la democrazia è “gerarchicamente superiore” al mercato. Ma se non cí si schioda da espressioni come “distribuzione equa o iniqua” delle risorse, si è già persa sul piano del lessico la battaglia che si voleva vincere sul piano degli argomenti.
Il “dilemma” del sottotitolo è sostanzialmente quello espresso da Jean-Claude Juncker, tra fare le riforme ed essere rieletto, e riguarda la destra come la sinistra. Prendiamo la nostra storia degli ultimi anni. La sinistra imbocca con decisione un processo di riforme: viene fatta cadere. Prima ci aveva provato la destra, ancorché maldestramente: cade, impara la lezione, e quando viene rieletta, adotta la tattica del dire e non fare; finirà col ministro dell’Economia, quello che doveva fare la riforma fiscale, che chiede i dazi per fermare la globalizzazione. È il paese che per sciogliere i dilemmi ha bisogno del vincolo estero: l’attacco alla lira sotto Amato, per metter mano a banche, partecipazioni statali e pensioni; l’emergenza politica, per la riforma delle pensioni di Dini; l’euro, per le privatizzazioni e le riforme del mercato del lavoro di Treu. E ora le pressioni della Germania, per il delicato passaggio istituzionale che porta Monti a Palazzo Chigi: per le pensioni è andata, per l’art. 18 vedremo. Non sono le narrative politiche a superare le resistenze diffuse nell’elettorato, ma l’emergenza e il vincolo. A dire il vero, anche Gerhard Schròder riesce a fare accettare l’Agenda 2010 solo dopo la dichiarazione in Parlamento del 14 marzo 2003, e a varare le leggi Hartz solo dopo lo scandalo all’agenzia di collocamento pubblica. E in corsa che Franwis Mitterrand inverte la rotta sulle nazionalizzazioni. Solo Tony Blair riesce a fare riforme liberalizzatrici non costrettovi dall’emergenza: vince avendole sussunte in una sintesi politica, e rivince dopo averle attuate.
Alla fine dietro la domanda che ci si è posti all’inizio — perché gli autori si rivolgono alla sinistra? — ne fa capolino un’altra, più precisa: questa è una proposta per far vincere le elezioni alla sinistra o per trovare chi faccia le riforme che servono al paese? La domanda non è maliziosa e la risposta non è scontata, considerando quanto singolari siano le circostanze che hanno concorso a formare la nostra sinistra. Da un lato, i comunisti che, per acquistare un biglietto di entrata nel club occidentale, privatizzano Telecom e Autostrade, fanno la guerra in Kossovo e la pace col mercato, il tutto in cinque anni e saltando l’opzione socialdemocratica (alcuni addirittura, sullo slancio, approdando a Forza Italia); dall’altro, un mondo, che ruotava intorno al PCI semplicemente perché non democristiano, che, cavalcando l’antiberlusconismo, prova a realizzare il takeover borghese del più grande partito marxista dell’Occidente.
L’esperienza induce a dubitare che la narrativa di Reichlin e Rustichini serva a superare “perenne frustrazione di chi aspira a governare sulla base di obiettivi irrealizzabili per poi trovarsi, nel governo, a dover realizzare obiettivi pratici, senza riuscire a spiegare il nesso tra i primi e i secondi” (p. 18). E poi, se questo è il problema, si può anche pensare di “risolverlo” con il trucco: separare la fase elettorale, in cui combattersi sui primi, dalla fase di governo, in cui accordarsi sui secondi: senza soverchiamente preoccuparsi del nesso. Costa meno, e i dilemmi possono attendere. L’identità pure.

[29] M. Salvati, A. Martinelli, “What is Left”. La sinistra disincantata, in “il Mulino”, 2, 1993, pp. 227-36.
[30] F. von Hayek, La società libera, Rubbettino, Soveria Mannelli 2007, p. 544 (ed. or. The Constitution of Liberty, Routledge and Kegan Paul, London 1960).

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