Gli atti di accusa contro l’economia dei dati

maggio 17, 2018


Pubblicato In: Convegni


Relazione di Franco Debenedetti
al Convegno per la presentazione di
Econonia dei dati, a cura di itMedia e Università Bocconi
Roma, Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato,
16 Maggio 2018



Il backlash
Senza i prodotti della rivoluzione digitale non sapremmo più vivere. Ma le reazioni negative all’economia digitale crescono in numero e in intensità, e con capi d’accusa vieppiù pesanti: si arriva a considerare i GAFA (Google, Apple, Amazon, Facwbook) una minaccia per il funzionamento del sistema capitalistico e delle democrazie. L’Economist fa la copertina sulla necessità di “domare” i Big Tech; il Financial Times una volta alla settimana reca articoli perlopiù critici; Apple, Amazon, Google, Facebook sono i 4 cavalieri dell’apocalisse, i cattivi dietro la nuova età dorata. Il fenomeno è serio, dell’economia digitale abbiamo bisogno. Più che vedere se gli “apocalittici” hanno abbiano ragione o torto, è importante che gli “integrati” abbiano le idee chiare. A questo fine, “L’economia dei dati”, il lavoro di it-Media con il contributo scientifico della Bocconi, dà un importante molto rilevante. Anche a nome dell’Istituto Bruno Leoni ringrazio il Presidente Pitruzzella che ha consentito di farne presentazione in Antitrust.
Indossata l’insolita toga del Pubblico Ministero, cercherò di fare un’esposizione sistematica dei principali capi di imputazione.

I capi di accusa.
Le ragioni che vengono addotte per questo backlash, possano essere raggruppate in due tipologie distinte.
La prima è la rivoluzione digitale stessa, che come tutte le rivoluzioni, non è incruenta. All’origine è la conseguenza di quando il mondo dei bit entra in contatto con il mondo degli atomi. Perché il mondo dei bit è il mondo del gratuito, del perfetto, dell’immediato: gratuito perché il costo marginale dell’informazione è trascurabile, perfetto, perché ogni copia è identica all’originale, e resa dal cloud immediatamente disponibile. Da cui la reazione, e il timore, per il potere disruptive dell’economia digitale: di tipo luddista, antitecnologica.
La seconda ragione è la struttura di potere che è emersa dalla rivoluzione. A preoccupare è l’abnorme dimensione che hanno assunto, di fatturato, di valore, di quota detenuta da ciascuna nel mercato di riferimento. ; è il loro potere, non solo tecnico, ma economico e, per alcuni, politico. Dunque una reazione contro gli assetti industriali e sociali del sistema che è alla base dell’economia digitale quale la conosciamo.

Esempi di accuse del primo tipo:
- di produrre disoccupazione tecnologica; di disarticolare il sistema distributivo; di polarizzare le competenze e così accrescere le diseguaglianze;
- degli effetti che la fruizione dei mezzi di informazione – libri, giornali, musica registrata- in forma digitale ha sulla capacità di concentrazione, memorizzazione ed elaborazione;
- delle dipendenze che si creano e delle bolle cognitive che si formano nei social media; fino alla manipolazione del consenso e ai rischi per la democrazia
- di fare enormi fatturati in Europa senza pagare tasse: problema di nuovo effetto di un’attività economica globalizzata (fatta di bit) in sistemi fiscali nazionali progettati in un’epoca dov’erano dominanti la produzione manifatturiera (fatta di atomi), e che ha provocato le legislazioni sulla web tax.

Esempi di accuse del secondo tipo.
- l’essere ciascuna azienda un monopolio nel proprio settore: quindi la dimensione, e la quota di mercato raggiunta.
- il valore della loro capitalizzazione di borsa, risultato del vendere a caro prezzo i dati acquisti gratuitamente.
- il non pagare sostanzialmente le tasse. Nei paesi europei, grazie ai ruling, che saranno anche legali, ma accessibili solo a imprese della loro dimensione. In USA, grazie alla sospensione delle tasse sugli utili non rimpatriati, ora rimpatriabili con aliquote certo non vessatorie, e dovuti alla massiccia attività di lobbying, anch’essa possibile solo ad aziende della loro dimensione.
- il conformismo che, nel “mercato” delle idee è l’analogo del monopolio nei sistemi a rete. Entrambi si verificano quando il mercato concorrenziale cade sotto l’influenza delle grandi corporation.

Il “monopolio”.
Il tema del monopolio ha dominato la politica americana per generazioni: sta nel cuore della Repubblica il timore che la concentrazione di potere sia un pericolo per la libertà e per la democrazia. Chi accusa i Big Tech usa la parola monopolio non nel senso tecnico, ma in quello che ha avuto, nella retorica politica soprattutto americana, per connotare in senso lato aziende dominanti con poteri perniciosi; quindi lamenta che le leggi antitrust siano diventate così asettiche, tecnicamente e moralmente, da aver poco da dire sulle società dominanti del nostro tempo. Brandeis e Wilson odiavano le grandi dimensioni, pensavano che le piccole imprese e i negozi fossero i protagonisti della storia. Invece, a metà del secolo scorso la concentrazione economica cessa di essere ragione di preoccupazione: per Robert Bork (“Il paradosso dell’antitrust”), obbiettivo dell’antitrust è il benessere del consumatore, preoccupazione deve essere che i prezzi scendano. Non ci fossero stati Bork e Scalia, sostengono i nemici dei Big Tech, Google Amazon e Facebook sarebbero stati perseguiti come monopoli. E trattati come la Standard Oil da Theodore Roosevelt, e più tardi l’AT&T: spaccati.

I due fenomeni, tecnologia digitale e gigantismo industriale che l’ha diffusa nel mondo, sono momenti diversi anche di un continuum storico e culturale della Silicon Valley, che inizia con la beat generation e finisce con i nuovi giganti . “E’ un fatto importante della storia della tecnologia che i sobborghi di San Francisco fossero l’epicentro nazionale della cultura psichedelica e del computer”. Anche il famoso “The media is the message” di Marshall Mc Luhan significa che quello che conta è la tecnologia, e quella del computer promette una condizione di comprensione e di unità universali. Per Tim Berners-Lee, il www che egli ha creato può connettere tutte le persone del mondo. Per Steve Jobs era meglio essere pirati che arruolarsi in Marina. Ogni innovazione promette di liberare la tecnologia dal tallone dei monopolisti.

Per un po’ è andato così, poi non più. Il PC è finito per essere dominato da una sola azienda, Microsoft; accesso a internet avviene grazie a grandi compagnie di telecomunicazioni (Comcast, Verizon, Time Warner); Google è diventata il portale alla conoscenza e Amazon del retail, e di social network è vero che ce n’è più d’uno, ma solo Facebook connette 2 miliardi di individui. Al posto della cultura della beat generation oggi domina quella libertaria di Martin Friedman e di Ayn Rand.
Per gli apocalittici, spaventa ancor più la prospettiva futura. Google vuole fare un database della conoscenza globale e istruire gli algoritmi per trovarne la trama; Larry Page, prevedendo che Google possa avere 1 milione di dipendenti, 20 volte l’attuale, dichiara l’intenzione dell’azienda di imporre i suoi valori e le sue convinzioni teologiche sul mondo. Facebook vede l’algoritmo come un mezzo per liberare il mondo dal peso di dover scegliere. Amazon vuole riorganizzare il mercato retail, e diventare essa stessa il più grande bazar del mondo.

Il vaso di Pandora.
In questa situazione scoppia l’affare Facebook, la più grave crisi che ha attraversato l’economia dei Big Data. Un fatto neppure troppo rilevante – la mancata vigilanza sulla rottura di una condizione contrattuale da parte di un fornitore – ha portato alla luce problemi sistemici, aggiungendo nuove preoccupazioni, nuove urgenze, nuova evidenza.

- Sulla difficoltà, forse impossibilità, di garantire la tutela della privacy lungo tutta la catena delle app, delle aziende che le producono, degli interessi che perseguono. Nel vuoto normativo degli altri Paesi, la risposta dell’Unione Europea, potrebbe diventare lo standard di riferimento. Chiaro l’onere per le aziende e loro clienti, meno chiara appare la sua efficacia.

- Sulla capacità degli algoritmi di profilarci, come consumatori, ma, come la vicenda Cambridge Analytica ha reso noto, anche come elettori. Che da questo possa sortire zsuna distorsione del meccanismo democratico, per alcuni non è una possibilità, ma un fatto già avvenuto. Liceità della profilazione psicologica, suo uso a fini politici, sua efficacia pratica: sono problemi generali, che vanno oltre l’economia dei dati.

- Sulla natura stessa dell’algoritmo. Già nel secolo scorso Norbert Wiener si diceva preoccupato dei suoi possibili risvolti demonici. Scrive Paolo Zellini: “Con l’infinita varietà degli algoritmi che servono oggi per selezionare l’ingresso nelle scuole o nelle università, per incriminare presunti colpevoli, per assumere o licenziare nelle aziende o semplicemente per sorvegliare i nostri movimenti, si sacrifica spesso l’equità per l’efficienza, l’attendibilità del giudizio per la funzionalità dell’apparato.”

I dati.
Google nel ranking, Amazon nelle raccomandazioni tramite algoritmi, Facebook nei News Feed: i loro modelli industriali si basano tutti sui dati, sull’idea che le soluzioni si trovino accumulando quantità enormi di dati. Con sufficienti dati è possibile vedere correlazioni e trovare tracce. I dati sono la base di una invisibile discriminazione, usata per influenzare le nostre scelte, le nostre abitudini di consumo e intellettuali. Le società usano le radiografie dell’io personale come se questa fosse una commodity da commerciare in un mercato, vendute e comperate senza il consenso dell’interessato. I dati rendono possibile realizzare il sogno del capitalismo, attivare il desiderio di consumare. I dati ci rendono più malleabili, più facili da conquistare e da convincere: per questo le raccomandazioni di Amazon diventano acquisti, e le pubblicità di Google diventano click. Sono il petrolio del XXI secolo, ma differenza del petrolio sono infinitamente rinnovabili. I Big Tech hanno prodotto imperi polverizzando la privacy, e continueranno a spostare i confini con tecniche sempre più invasive per avere il ritratto completo di noi. Le minacce alla privacy e al mercato concorrenziale sono ormai la stessa cosa: il problema del monopolio ha cambiato forma.

Sono questioni particolarmente critiche per gli Americani, che si sono sempre considerati l’avanguardia di due rivoluzioni, una scientifica l’altra politica, sempre andate di pari passo: la libertà ha creato un’economia dinamica che ha fortemente incentivato la creatività. Questa è la ragione per cui sono così profondamente a disagio se gli pare che la fiducia nella tecnologia non vada più d’accordo con la fiducia nella libertà. E sono molti quelli che, in base alle argomentazioni che ho cercato di riassumere, pensano che possa essere giunto il momento in cui dobbiamo limitare l’una per salvare l’altra. Le idee sul mercato competitivo sono a rischio quando la proliferazione di falsità può creare le condizioni mature per l’autoritarismo.

Contrastare un backlash così diffuso e radicato è impossibile. Lasciare che sia il tempo e la forza delle cose a cambiare orientamenti ormai così diffusi è pericoloso. Le due reazioni, quella antitecnologica e quella antimonopolistica, già difficili da separare sul piano logico, lo sono ancor più sul piano pratico. L’argomento di non pagare tasse, di enorme presa, potrebbe avviarsi a soluzione, con la modifica delle regole comunitarie che rendano impossibile agli stati offrire ruling tanto vantaggiosi, e con il rimpatrio degli utili accumulati grazie alla riforma fiscale di Trump. Il problema della privacy può forse trovare una risposta istituzionale. E quello delle fake news, con le risorse stesse della tecnologia, speriamo. “Quid est veritas” è un problema più antico.

Le richieste di ricorrere agli storici interventi antitrust, forse giuridicamente non agibili, sarebbero di sicuro praticamente rovinosi. E poi, come individuare il mercato di riferimento, se i concorrenti temibili sono solo in Cina, e in America si fan concorrenza tra di loro? Ma per alcuni di potrebbero proibire ulteriori integrazioni verticali, oltre a quelle già avvenute.

A Bruxelles la commissaria Vestager ha una posizione diversa: la ragione per vietare l’acquisizione di Shazam da parte di Apple, sarebbe non perché potrebbe ravvisarsi come costituzione di una posizione dominante sul mercato della musica, ma per la quantità di dati, di localizzazione, di scelte effettuate in passato, che Apple così acquisirebbe. E sullo sfondo c’è la possibilità di considerare le loro piattaforme come essential facility, e quindi di regolare Google e Amazon come fossero delle utility

Un programma.
Dal punto di vista metodologico, scientifico e regolatorio, il problema è trovare il fondamento di tutte queste accuse, di quelle tecnologiche e di quelle strutturali. Individuare l’epicentro di questo movimento tellurico sembra necessario per un programma che valga a disinnescare queste reazioni senza compromettere lo sviluppo tecnologico da cui dipende il nostro futuro
Il dato, che già esplicitamente è alla base di tante accuse, sembra essere il candidato più promettente. Quindi la proposta di focalizzarsi, più che sull’economia digitale, sull’economia dei dati, come significativamente titola lo studio di itMedia- Bocconi che ora verrà illustrato.

Sono intervenuti:
Augusto Preta – IT-MediaConsulting
L’Economia dei dati: tendenze di mercato e prospettive di policy

Mariateresa Maggiolino – Università Commerciale Luigi Bocconi
Economia dei dati e regolazione della concorrenza

Giuseppe Colangelo – Università degli Studi della Basilicata
Il valore dei dati non personali

Antonio Nicita – Componente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni
Big Data e informational aftermarkets tra regole e mercato

Giovanni Pitruzzella – Presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato
Conclusioni

Serene Sileoni – Istituto Bruno Leoni
Moderatrice

Guarda la registrazione del convegno.

Riferimenti bibliografici
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