Girotondi rischiosi

settembre 4, 2002


Pubblicato In: Giornali, La Stampa

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La manifestazione del 14 settembre

Se a volte critico il modo con il quale la sinistra fa opposizione – venendone più o meno ruvidamente rimproverato – non è solo perché quelli che giudico sbagli della mia parte politica mi suscitano reazioni più appassionate che non gli errori degli avversari: è innanzitutto per la sensazione sgradevole che coi nostri errori avvantaggiamo oltremodo gli avversari politici.

Proprio per questo domando e dico: ma che ragione c’è per criticare chi, come Sergio Chiamparino, ha vinto le elezioni, sta riscuotendo consensi per la sua azione di governo, ed ha perfino vinto un premio per la comunicazione, una gara alla quale, siamo sinceri, anche i suoi più convinti sostenitori l’avrebbero un tempo sconsigliato di iscriversi?

Non c’ero quella sera alla Festa dell’Unità, in cui, come riporta la Stampa di lunedì (I “girotondini” contro Chiamparino), il sindaco avrebbe criticato la manifestazione del 14 settembre, non commento cose che non conosco con precisione. Colgo solo l’occasione per dire perché io ritengo che l’iniziativa del 14 presenti più rischi che vantaggi per la sinistra: perché manca il progetto politico per cui manifestare, un progetto capace di convincere la maggioranza degli elettori.
Siamo ancora alla manifestazione di uno stato d’animo, comprensibile e aspro sinchè si vuole di fronte ai provvedimenti votati dalla maggioranza. Ma gli stati d’animo non sono progetti, e in piu’ otto anni avrebbero dovuto dimostrarci che nel dominare gli stati d’animo e sfruttarli alla fine a proprio vantaggio l’avversario è piu’ bravo di noi.

Lasciamo perdere le ovvietà, quali quella che manifestare è un diritto costituzionale, e che “si fa politica anche fuori del Parlamento” (e che sto facendo io adesso?). I girotondi sarebbero innocui, se il calore del tenersi per mano, il piacere di contarsi, la consolazione dell’acting out, non fossero al momento il surrogato del mancato superamento della paralisi che colse la sinistra nella seconda parte della passata legislatura, quando il sindacato bloccò le riforme fondamentali di lavoro e previdenza, quelle che avrebbero fatto dell’Ulivo il primo governo di “un paese diverso”.
È il perdurare di una parola chiara su quella paralisi a impedire ancor oggi al centrosinistra di esprimere un progetto convincente. I leader dell’Ulivo possono intervenire il 14 settembre sul palco o tra la gente, ma non evitare l’impressione che i girotondi tendano a spostare a sinistra l’asse della coalizione rispetto all’elettore mediano che ha votato Ulivo alle passate elezioni. La “spallata d’autunno”, per parafrasare Gianpaolo Pansa sull’Espresso, non è di quei propositi destinati a cadere come foglie d’autunno: è una pietra, che l’avversario è pronto a restituirci. Per nascondere sotto tensioni e grida i tanti e gravi fallimenti dell’azione di governo.

Di questo conviene parlare a chi l’anno scorso ha votato per la Casa delle Libertà. Per farlo, meglio non correre: si ha più tempo e si ansima di meno.

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