Fare riforme con questo governo? Impossibile

luglio 18, 2020

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Pubblicato In: Giornali, Il Riformista


Dai rapporti con l’Europa allo smartworking, qualsiasi tema viene affrontato per diffondere il verbo populista e strappare l’applauso

È del 2003, per la precisione del 23 Ottobre, il primo articolo che scrissi sul Riformista. Al Governo c’era Berlusconi e noi eravamo all’opposizione. Ma se qualcuno mi avesse chiesto quali riforme avremmo voluto fare, avrei parlato per mezz’ora. Oggi non saprei che dire perché oggi pregiudiziale al parlare di riforme è avere in Parlamento una maggioranza e un’opposizione diverse. Di che cosa parlare con chi ha contagiato Paese e il Parlamento con il reddito di cittadinanza navigatori inclusi, con l’abolizione della prescrizione, con il rifiuto del Mes, con il no-Vax, il no-Tap, il no-Tav, il no-Olimpiadi, con la loro scuola e la loro Roma. E dall’altra parte, con quota 100 per i pensionandi e con quota O per i migranti. E taccio della sinistra, con qualche generosità attribuisco al contagio i suoi scivoloni.

Allora sapevamo parlare di riforme perché le avevamo fatte da Amato nel ’92 a Prodi fino al 2001, avevamo trasformato l’economia italiana, banche e industria, facendo diventare economia di mercato, l’economia seconda solo all’Urss come presenza dello Stato. E oggi che la vicenda Autostrade, tragica per i suoi morti, vergognosa per la sua conduzione, si è malamente conclusa, ci troviamo in un Paese in cui elettricità, gas, difesa, cantieristica, acciaio, una grossa banca, trasporti, strade e adesso anche autostrade sono sotto il controllo dello Stato. Dobbiamo constatare che il lavoro fatto dalla sinistra è stato distrutto. Dalla sinistra e anche dalla destra, perché è stato Berlusconi ad attaccare il più sacro dei monopoli statali, la Rai.

Non solo era stata restituita al mercato e alla concorrenza la maggior parte di quello che lo Stato gestiva (e si era iniziato a farlo anche per comuni e regioni) ma si erano prioritariamente, come la legge richiedeva, costruite le autorità di regolazione e controllo. Ero in commissione Industria del Senato e presi ad occuparmene con passione, partendo da un disegno di legge presentato già nella precedente legislatura a firma Filippo Cavazzuti. Si iniziò con l’energia elettrica e il gas, la cui privatizzazione era già stata decisa. Fu merito del primo presidente, Pippo Ranci, ma anche di come era stata progettata mi piace ricordare che miei furono gli emendamenti decisivi che a detta di molti quell’autorità funzionò (e credo funzioni ancora) in modo esemplare. Quella legge, nella mia intenzione, doveva essere lo schema di base per tutte, solo da adattare alle specificità dei singoli mercati. Invece i Ds volevano usare l’Autorità delle telecomunicazioni per smontare o almeno contenere il potere di Berlusconi: l’Autorità divenne delle Comunicazioni, seppur con due divisioni al suo interno. Per far capire che in questo modo si politicizzava, anzi si caricava del più politico dei problemi, un’Autorità che avrebbe dovuto restare eminentemente tecnica, feci tutto quello che potevo, scrivendo, facendo scrivere, andando perfino a parlare con l’allora ministro Giorgio Napolitano. Penso che questa impostazione ebbe a che fare con i nefasti interventi della politica in vari momenti decisivi della vita di Telecom Italia, dal piano Rovati, all’ostracismo a Telefonica. E, indirettamente, con la creazione di Openfiber voluta da Renzi e l’entrata di Cdp in Telecom voluta da Calenda.

Per Autostrade, si è dovuto attendere fino al 2011 perché venisse varata l’Autorità per i Trasporti. E proprio la vicenda del ponte Morandi è lì a dimostrare la mancanza di una adeguata struttura di monitoraggio del rischio, sia all’interno dell’azienda, sia nell’organo concedente. E il modo in cui si è risolta la questione fa pensare che non si sia neppure capita la natura del problema. Anzi, per tornare dove si era partiti, cioè le riforme, la vicenda Autostrade è la dimostrazione di come manchino le basi culturali e politiche per poterne parlare. Dai rapporti con l’Europa al ruolo del privato nella società e nell’economia, alla scuola, al piano di ripartenza, perfino nel modo in cui viene capito il modo di funzionare dello smart working, tutto è solo pretesto per diffondere nel Paese il verbo populista che può strappare l’applauso. Chi giovedì sera ha visto, a “In Onda” su La7, l’esibizione di Danilo Toninelli, sa di che cosa parlo.

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