Eresie via internet

ottobre 22, 2014


Pubblicato In: Giornali, Il Foglio


La rete nei mercati a due versanti studiati dal Nobel Tirole e un’idea per Telecom

Che cosa ha a che fare il nuovo premio Nobel Jean Tirole con la vecchia questione della rete Telecom? Direttamente non molto. Ma la crescita di Big Data crea in Europa problemi di regolazione; la crescita della quantità dei dati da trasmettere crea in Italia problemi di infrastrutture. Il premio dato all’autore di teorie che servono per capire i primi, può essere stimolo a risolvere i secondi: prendendo di petto la questione della rete.


Tirole è noto per la teoria dei mercati a due versanti; l’idea gli venne ragionando sul funzionamento del mercato delle carte di credito. Chi le emette si colloca su una sorta di displuvio: raccoglie su un versante clienti a cui fa comodo non pagare in contanti e li convoglia sull’altro ai negozianti disposti a pagare qualcosa per soddisfare chi ha più desideri che contanti nel portafoglio. Stessa cosa con la televisione commerciale: il suo business è “vendere occhi agli inserzionisti”. Tirole dimostra che nei mercati a due versanti non valgono le regole dei mercati tradizionali, in particolare per i profili di concorrenza: un maggior grado di concentrazione può avere effetti positivi sul benessere sociale. Fu quindi fuori luogo il giudizio di posizione dominante di Mediaset nel mercato pubblicitario; sbagliata la legge Gentiloni che voleva limitarne la raccolta al 45 per cento; senza motivo la polemica contro il famoso Sic della legge Gasparri.

Su internet fioriscono mercati a due versanti. Google spende moltissimo per indicizzare il web, sviluppare gli algoritmi di ricerca, gestire giganteschi centri di calcolo, mentre aggiungere un cliente ha un costo infinitesimo; il cliente quindi non paga nulla, ma accresce la dimensione della base, la quantità di informazioni, che Google può vendere sull’altro versante. “Se non paghi per il prodotto – si dice – sei tu il prodotto”. Apple vende iPhone ai clienti e incamera il 30 per cento del prezzo lordo delle app vendute da AppStore; adesso, facendo del nuovo iPhone uno strumento di pagamento, si vede riconoscere dalle banche lo 0,15 per cento dell’importo di ogni transazione.

Mail e sms, voce e dati, film e libri, le infinità delle app e il nascente fiume dell’“internet delle cose”, tutto il traffico nasce da mercati a due versanti. Le reti non sono né su un versante né sull’altro, ma tutto passa di lì. A Tirole va il premio per la teoria dei mercati a due versanti, a noi resta il problema della rete di Telecom.

Eppure tutto questo traffico aumenta la richiesta di connettività. Lo sviluppo di internet fa crescere il valore delle reti esistenti, quello che resta dei vecchi monopoli aumenta di pregio. Le aziende chiedono servizi affidabili e qualità, back up, cloud, videoconferenze, i produttori di contenuti cercano canali preferenziali per accedere ai clienti. Per chi dispone di una rete, vendere connettività di qualità e accessi capillari dovrebbe essere un’interessante opportunità di business. Certo, un business con i suoi problemi: la scelta della tecnologia, la selezione degli investimenti, il modo di finanziarli, come garantire il principio delle neutralità della rete, che è stato importante per lo sviluppo di internet. Ma da noi le soluzioni si inchiodano su questioni arrugginite: recriminiamo per il passato di Telecom, ci lamentiamo per il futuro con Telecom.

Partiamo dai punti fermi. Punto fermo è che non ha senso separare rete fisica da rete software, la separazione rende più complicate e lente le decisioni di investimento. Punto fermo è difendere la rete dalle censure politiche: certo, la Cina è lontana, ma i governi sono interventisti per definizione, quindi meglio se il pubblico non entra nella proprietà, per dare il buon esempio agli altri ed evitare tentazioni a noi. Altra cosa è la net neutrality intesa come proibizione di vendere a prezzi differenziati connettività diverse per caratteristiche di velocità, precedenza, sicurezza. Questo deve invece essere consentito, e non solo per ragioni economiche: il successo di internet nel disintermediare funzioni che sembravano granitiche, deriva proprio dall’avere sostituito la personalizzazione del market of one dove prima imperava la rigidità del one size fits all.

Quanto a Telecom, può darsi che sia stata una privatizzazione fatta male; può darsi che l’indebitamento della doppia scalata a debito le abbia messo piombo nelle ali; può darsi che c’entri anche una generale ritirata del nostro capitalismo. Ma punto fermo è che gli obbiettivi di mantenere il controllo nazionale, sviluppare la rete, conservare la partecipazione brasiliana, non sono raggiungibili tutti insieme. Imponendocelo, siamo caduti in una impasse strategica: bisogna cedere qualcosa.

Questo qualcosa è il Brasile. Tim Brasile non è più il tassello di una strategia, è solo la testimonianza di un’ambizione: anche se un po’ meno di ieri, ha ancora una buona valutazione, la si venda. Liberati dall’ossessione del debito, si esca da questo imbroglio di scorpori di dubbia legittimità, di fusioni di incerta utilità, di governance di scarsa funzionalità. Telecom è la sua rete, si concentri a trarre profitti dalla vendita di connettività. Gestire la rete è sempre stato il suo mestiere, lo riaffermi con risolutezza, il paese adegui la propria valutazione dell’azienda e del settore a questa realtà: quella della rete nei mercati a due versanti studiati dal Nobel Tirole.

Ps. Perché dovrebbe essere tabù anche vendere il marchio e le attività commerciali di Tim, impegnandosi contrattualmente a fornire la connettività di cui ha bisogno? Per oggi, fermiamoci qui, un’eresia per volta.

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