Classe dirigente e riluttante

luglio 15, 2012



L’Italia delle elitè

L’Italia è un Paese con una forte tradizione di realismo politico, da Machiavelli a Mosca. La teoria delle élite ne è forse la più compiuta testimonianza. E nello stesso tempo l’Italia è un Paese che ha un rapporto di odio e amore con le proprie classi dirigenti, di cui Carlo Galli identifica un tratto essenziale nella«riluttanza», intesa come «cinismo, apatia, mancanza di cultura, sottovalutazione del ruolo necesario della politica o della sua funzione universale». Delle élite che non vogliono più essere tali è stato garante Berlusconi. In questa nuova motivazione per condannare il berlusconismo sta l’originalità del libro.

La storia politica italiana appare a Galli «scandita da un ritmo costante: una “grande decisione egemonica (Il Risorgimento, la Resistenza) fonda una legittimità specifica» che si estende per circa mezzo secolo, al cui declino si cerca di reagire con «forzature (pur nelle loro grandi differenze, il fascismo e il berlusconismo)», instabili di durata circa ventennale,
Sarà solo un «rilievo critico-empirico»: ma il solo proporre questa gabbia del doppio ciclo di 50 e 20 anni induce Galli a ignorare un fatto fondamentale: Berlusconi è stato battuto due volte, in un periodo durato 14 anni ha vinto le elezioni 3 volte, alternandosi con Prodi. Ma Berlusconi è citato 23 volte in 40 pagine, Prodi neppure compare nell’indice dei nomi. Come la politica, anche il politologo non si pone la domanda, perché sia successo. Non vedono che negli italiani si stabilisce un nesso tra compromesso costituzionale, guerra fredda e partitocrazia e questo stato costoso, soffocante, intrusivo: e seguono chi gli fa credere che si può cambiare. Pensano invece che il vero problema sia Berlusconi e lo si risolva levandolo di mezzo.
La forzatura nella storia degli eventi, si riproduce nella descrizione delle élite. Quando si parla di insiemi e di appartenenza, c’è sempre in agguato la battuta dell’altro Marx sui club, o il paradosso di Russell sulla classe di tutte le classi che non contengono se stesse come elementi. «Nell’età berlusconiana le élite non vogliono più sobbarcarsi il peso della libertà creatrice e del rigore disciplinato questo cinismo delle élite è uno dei volti della loro riluttanza, e comporta la corrosione dello spazio pubblico, del dominio dei dialetti nel discorso politico, ed è, naturalmente, anche la fine della morale delle élite». Eppure nelle liste, nel ’94 dei Progressisti, nel ’96 dell’Ulivo, e nel 2001 dell’Unione, c’erano candidature non ovvie, sostenute da nomi della borghesia, intellettuali e industriali. Non è rispettoso della realtà ignorare che esistono, nelle élite politiche, in quelle sociali e in quelle imprenditoriali, parti non trascurabili, né per entità numerica né per acutezza di pensiero, a cui in nessun modo può essere attribuita la qualifica di riluttanti, né nel significato proprio né in quello traslato che l’autore dà alla parola. É sbagliato ignorare che esiste un pensiero liberale che lentamente, faticosamente si fa strada. Questo pensiero è stato danneggiato, forse più che dallo pseudo-liberalismo di Berlusconi, dai campioni dell’antiberlusconismo, dalle «ultra-élite morali e intellettuali» (87), dagli autoproclamatisi detentori della «bella politica», dai moralisti e dai virtuisti. La vicenda «politicamente fallimentare del Partito d’Azione» dovrebbe aver mostrato che «il tempo dell’immediato successo politico era concluso».
Invece, come anche si vede nelle polemiche di questi giorni, è tutt’altro che tramontato.

I Riluttanti
di Carlo Gallo
Laterza, pp. 142

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