Acqua, un bene pubblico

maggio 3, 2011


Pubblicato In: Convegni


Efficienza e concorrenza nella gestione dei servizi idrici

La cosa più sconcertante nel referendum sull’acqua è che una sostanza, simbolo di pulizia e di trasparenza quale è l’acqua, sia usata per coprire una molteplicità di operazioni che con l’acqua non hanno nulla a che fare. Non fosse altro che per questa ragione di pulizia, pulizia logica e pulizia politica, il referendum che chiamerò “sull’acqua tra virgolette”, dovrebbe essere respinto con perdite, cioè bocciato clamorosamente.

I referendum “sull’acqua tra virgolette” sono in realtà due. Il primo non tratta di acqua ma di terra, cioè degli scavi, delle opere pubbliche che dovranno essere eseguite per la manutenzione e l’ampliamento delle reti che portano l’acqua agli utenti. Parlare di privatizzazione dell’acqua è dunque una grossolana mistificazione: l’acqua resta pubblica, e di proprietà pubblica restano anche le condutture. Ciò di cui si parla sono i miliardi, diecine di miliardi di euro che dovranno essere spesi nei prossimi anni per ammodernare una rete che la gestione pubblica ha, in molti casi, fatto diventare un colabrodo, pardon un cola-acqua.

E’ evidente l’interesse che c’è ad avere l’esclusiva di poter mettere le mani su una massa di risorse di questa entità, quindi senza doverla vincere in una gara con qualche rompiscatole. E già che ci siamo, perché limitarsi alle opere necessarie per nostra sorella acqua? Ci sono anche i fratelli rifiuti, e il cugini trasporti locali: anche loro avranno i loro investimenti, anche loro avranno i loro costi di gestione: e che, la gestione di tutta ‘sta massa di soldi, vogliamo correre il rischio di perderla, oppure di dovercela guadagnare a suon di sconti?

Questo è ciò che ci giochiamo con il referendum: se queste attività, per fornire acqua rifiuti trasporti, debbano essere espletate dai comuni ad un prezzo concordato in una discussione tutta interna tra il comune e i suoi organi tecnici, oppure se debbano essere assegnate a seguito di una gara a evidenza pubblica. Debbano, non possano: infatti esistono comuni in grado di svolgere questi lavori in modo efficiente, e la legge consente anche alle aziende controllate o possedute dal pubblico di concorrere ad eseguirle. Ma le leggi servono proprio per tener conto che esistono anche persone non disinteressate e per evitare di mettere in tentazione quelle che disinteressate lo sono. Chi pagherà la differenza tra il prezzo concordato all’interno dell’amministrazione comunale e quello che risulta dalla concorrenza? Ovviamente le imposte dei cittadini.

Ultimamente è tutto un gran lamentare la bassa crescita della nostra economia, un gran parlare della necessità di stimolare l’iniziativa: e come vogliamo stimolarla, ampliando l’area economica sottratta all’iniziativa privata, vietando per legge i meccanismi che inducono all’efficienza? Di quelli concorrenziali ho già detto, ma esistono anche le economie di scala e di scopo: consegnando queste opere in esclusiva ai comuni, si viene a tagliare alla radice la possibilità che si formino imprese di grandi dimensioni, come in altri Paesi. Salvo poi ipocritamente lamentarsi del nanismo delle nostre imprese.

Il secondo quesito referendario vuole che la tariffa dell’acqua non sia tale da remunerare adeguatamente il capitale investito nella rete e nei servizi per portarla agli utenti. Una volta abbandonato il principio che gli investimenti devono avere un ritorno economico, è chiaro dove si va a finire: all’acqua gratuita. Si paga il pane che si mangia, si paga l’elettricità che ci illumina, si paga il gas che ci scalda: ma l’acqua no. L’acqua deve restare fuori dai meccanismi di mercato, dicono i promotori del referendum.

L’uno-due dei referendari é micidiale: col quesito numero uno vogliono che le opere pubbliche vengano pagate a piè di lista, con il quesito numero due vogliono che la gente non sappia neppure quanto questo le costa. Certamente esisteranno anche fasce di indigenza tali da non poter pagare neanche l’acqua per bere e per lavarsi – anche se in tal caso gli interventi per sopperire alle loro necessità e soprattutto per aiutarli a uscire dalla situazione di povertà dovrebbero essere ben più radicali e mirati -; ma come qualificare chi sfrutta questa indigenza per beneficiare anche chi l’acqua la usa per fontane e piscine, oppure per usi industriali? Perché costoro non debbono pagare l’acqua al prezzo giusto? I prezzi sono uno strumento per l’efficiente allocazione delle risorse, in particolare per decidere gli investimenti. Perché l’acqua deve stare fuori dal sistema dei prezzi?

Ma gli aspetti più opachi, per non usare espressioni più grevi benché più calzanti, dell’operazione sono quelli politici. Il pacchetto acqua + nucleare + legittimo impedimento è stato confezionato per mettere in imbarazzo il PD; il proposito é di fare il pieno di tutti i populismi disponibili su piazza per mettere un’ipoteca sui possibili sviluppi della fase politica del postberlusconismo. Per il nucleare non c’è nessuna ragione logica e ci sono molte complicazioni tecniche a non dichiarare superato il relativo referendum: é quindi probabile che la Cassazione decida in questo senso. Il pacchetto perde così l’argomento che era di più forte presa emotiva e che dopo Fukuyima sarebbe stato irresistibile.

La decisione del Governo di azzerare il tutto è di puro ed elementare buon senso: se i Paesi che hanno centrali in esercizio si fermano per controllare i rischi alla luce di quanto si è verificato in Giappone, chi non ha ancora neppure scelto i siti dove metterle, cosa doveva fare, andare avanti come se non fosse successo nulla? La maggioranza è ovviamente contraria ai referendum. Il problema sono gli elettori del PD. Ad essi dovrebbero essere spiegate le ragioni per opporsi: primo, per non sottostare al ricatto populista dei Di Pietro; secondo, per dimostrare coerenza con un obbiettivo, quello della assegnazione dei servizi pubblici mediante gara, che la sinistra insegue da 15 anni. Ricordiamo che il primo progetto di legge in proposito aveva la firma di Giorgio Napolitano, ministro dell’Interno, ed era stato portato avanti dalla sottosegretaria Vigneri.

Anch’io avevo preparato un articolato progetto di legge, avvalendomi della consulenza giuridica di professori dell’Università di Bologna. Il referendum offre al PD una grande occasione per confermarsi nella sua vocazione di opposizione di Governo. Dal suo atteggiamento dipenderà la scelta della tattica più vantaggiosa per sconfiggere i referendum.

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