Risparmio, i tre nodi non risolti

marzo 23, 2004


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore

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Indagine Parmalat

Fino a un certo punto si può pensare che sia polvere e metterla sotto il tappeto. Ma adesso, é inutile nasconderselo, quello che sta succedendo al Senato per l’approvazione del documento finale della Commissione di indagine sui casi Parmalat e Cirio è un problema politico.

Dopo che le 4 commissioni (Finanze e Industria, di Camera e Senato) hanno congiuntamente condotto oltre 40 audizioni, nello spazio di 35 giorni, dopo che i 4 presidenti si sono accordati su una bozza di risoluzione, quando si è giunti a votarla (separatamente tra Camera e Senato, dato che il numero dei deputati è il doppio di quello dei senatori), sono emerse le differenze politiche. Alla Camera i presidenti sono Bruno Tabacci (UDC) e Giorgio La Malfa (PRI); al Senato Riccardo Pedrizzi e Francesco Pontone, (entrambi AN). Al Senato c’è una nutrita presenza di personaggi autorevoli, trasversale agli schieramenti, intransigenti difensori delle attuali prerogative di Bankitalia. Il Parlamento funziona con maggioranza e opposizione, non si può rimproverare a questa di fare il suo mestiere e di non venire in soccorso, senza un’intesa politica, ad una maggioranza divisa.

E poi, abbiamo il coraggio di dirlo, la bozza preparata dai 4 presidenti lascia l’impressione che ci sia stato l’intento di mettere un’ipoteca sull’esame del ddl governativo sulla tutela del risparmio già incardinato alla Camera. Ma così si è eccitato il costruttivismo legislativo, che non è monopolio della sinistra, ma diffuso in tutti i settori dello schieramento politico. Le commissioni di indagine conoscitiva “non hanno facoltà di esercitare alcun sindacato politico, di emanare direttive, di procedere ad imputazione di responsabilità”. Questo lascia loro uno stretto crinale: se si limitano a dar conto delle opinioni raccolte, il risultato è di scarso interesse; ma il lavoro diventa inutile se ci si spinge a fare proposte, perché non possono limitare il potere dei parlamentari quando si dovrà redigere, pesando ogni parola, il testo della legge vera e propria. Io avevo proposto di approvare il documento così com’è, sottolineandone però il carattere prevalente di contributo al lavoro legislativo: non è passata. Non resta che depotenziare la portata normativa delle proposte, evitando di mettersi a emendare il testo come se già fosse la legge. Il Paese chiede una risposta in tempi brevi: come ammonisce un documento congiunto di Assonime, Confindustria, Assogestioni e ABI. I tre assi lungo cui procedere sono ormai bene individuati: i controlli, gli intermediari, il sistema bancario. Bisogna definire i contenuti con cui riempirli, cercando un accordo politico. Da questo punto di vista il problema dei poteri del CICR, abbastanza periferico rispetto alle riforme, è invece determinante per definire i rapporti tra potere politico e sistema del credito.

Controlli: societari, dei sindaci e revisori, della Consob. Il dato falso deve essere bloccato in partenza. Quindi: regole di corporate governance, trasparenza sull’adozione dei codici, poteri della Consob (ma già quelli esistenti avrebbero consentito più tempestivi interventi), inasprimento di alcune sanzioni penali. Il consenso c’è, difficile frenare “l’entusiasmo. Perché questo è anche il terreno di elezione del populismo: da cui il mito degli amministratori indipendenti, il voto di lista per i membri del consiglio, la guerra alle società off shore, la class action; e la Guardia di Finanza come braccio armato della nuova Consob, misura di criminalizzazione dei mercati finanziari che porrebbe l’organismo di vigilanza in posizione distorta e allontanerebbe le imprese dai mercati finanziari. Meglio una buona legge in meno che una cattiva legge in più. Bisogna evitare di innescare la rincorsa a sovrapporre controlli a controlli, divieti a divieti, mettendo così le condizioni per un’altra commissione conoscitiva, questa volta sul perché le aziende italiane non crescono, perché le imprese famigliari sono riluttanti a quotarsi in Borsa: un processo “sraffiano” di produzione di commissioni a mezzo di commissioni.

Intermediari. Sembrava la riforma più difficile da attuare, perché va diritto ai conflitti di interesse connaturati al concetto stesso di banca universale. E invece, aiutati anche da una direttiva europea (con cui sarebbe peraltro in contrasto la proposta governativa) sembra possibile un accordo: holding period di 12 mesi per i titoli riservati agli investitori professionali, rispetto dei doveri fiduciari nel collocamento dei prodotti da parte delle reti di distribuzione degli strumenti di risparmio, tagli grossi per i prodotti finanziari destinati agli investitori professionali, istituzionali, obbligatorietà del prospetto per i prodotti bancari e assicurativi.

Sistema bancario. La tesi secondo cui le banche e i loro controllori “non potevano sapere” è o non credibile o preoccupante: in ogni caso non accettabile. Di fatto, la banca centrale appare come il punto apicale di un sistema di protezione, che ha finito per essere impropriamente usato anche per coprire e gestire in maniera opaca episodi e situazioni che dovevano essere esposti alla luce. Anche per Parmalat, il comportamento delle banche italiane ed estere è spiegabile solo con la percezione di questa cortina opaca di protezione. Il nostro sistema bancario appare come una scultura di Brancusi, impenetrabile, chiusa nella sua levigata perfezione formale. Solo una potente iniezione di concorrenza e di trasparenza può modificarla: il pericolo di “conquista” straniera, va affrontato con lucidità, senza pregiudizi, e rifiutando ricatti.

Ognuno degli scandali degli ultimi anni rimanda a cause diverse, ognuno richiede rimedi diversi. Per Parmalat, come per altri casi di società quotate ove si sono verificati comportamenti truffaldini, a venir meno sono stati in primo luogo i controlli societari; per Cirio, MyWay e bond argentini, sotto accusa è il comportamento improprio degli intermediari finanziari nel collocamento dei titoli; per Bipop e Cirio, l’impropria protezione offerta al sistema bancario dalla banca centrale. E’ dunque evidente che ciò di cui c’è bisogno è una riforma sistemica, che proceda lungo tutti e tre gli assi indicati.

Senza dimenticare che, oltre ai controlli, ci vogliono i controllori, capaci, non timorosi né proni alle esigenze dell’establishment. Non valgono leggi a far sì che alla Consob abbiano ruolo di spicco gli uomini “di mercato”. Ma il problema è più generale: bisogna far sì che il lavoro nelle Autorità e nei loro uffici studi sia ambito dai migliori cervelli. Oggi non è così. Bisogna lavorare sui sentieri di carriera, limitando le barriere di incompatibilità che le interrompono a metà, sulla progressione degli stipendi. E’ un problema di massa critica, come ebbero presente Guido Carli in Bankitalia, Mario Sarcinelli e Mario Draghi al Tesoro. E’, in modo cruciale, un problema di ambiente sociale e politico che sappia offrire riconoscimenti di status ai suoi civil servants. Con il che il cerchio si chiude: perché anche questo è un problema politico.

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