Politica e giustizia divergenze parallele

giugno 14, 1993


Pubblicato In: Giornali, La Stampa


Perché allora no ed ora, , forse, sì? Per scongiurare il decreto Conso-Amato ci fu, quel memorabile venerdì 5 marzo, uno straordinario episodio di mobilitazione popolare. A distanza di poche settimane, sembra invece che un più largo consenso si stia formando sulla proposta Di Pietro-Conso: perché?

Ci sono certo le notevoli differenze tecniche: il provvedimento non riguarda solo alcuni tipi di reato; non si depenalizza quello del finanziamento dei partiti; si introduce la non rieleggibilità come pena accessoria. C’è poi la credibilità dei proponenti. Può scandalizzare la confusione di ruoli tra legislativo e giudiziario, ima sta di fatto che questa rivoluzione è stata innescata dai giudici mentre le Camere hanno votato la non autorizzazione a procedere nei riguardi dell’onorevole Craxi.
Ma la differenza più importante sta nel tempo che è trascorso da allora, e in quanto nel frattempo è successo.
Innanzitutto l’ampiezza con cui ha proceduto l’opera di disboscamento: dal i lato sistema industriale, con le rivelazioni su Fiat ed Olivetti, con l’inizio dell’approfondimento su Eni ed Iri; dal lato sistema dei partiti, tutti, sia pure in modi diversi, coinvolti; dal lato pubblica amministrazione, con l’apertura del filone Poste. Molto resta da fare: si è ancora assai lontani dall’individuare origine e destinazione dei 10.000 miliardi l’anno che alcuni stimano essere stato il flusso tangentizio; il fondamentale capitolo televisione è ancora tutto da scoprire; si dovrà fare maggiore luce sulle responsabilità della pubblica amministrazione cui non può essere attribuito un ruolo di passivo ed ignaro spettatore. Ma si ha la sensazione che comunque i tabù siano caduti, che ora si possa procedere all’opera di rastrellamento e di ricognizione.
Tutta la transizione tra la prima e la seconda repubblica è giocata sulla scelta dei tempi: al loro rispetto è condizionato il suo svolgimento non rivoluzionario. Il tempo sembra essere il vero protagonista della, nostra perestrojka, dal suo inizio, l’ormai lontano episodio Mario Chiesa alla vigilia delle elezioni del 5 Aprile. La scelta del tempo, all’indomani della nomina della direzione democristiana, è ciò che ha fornito cassa di risonanza alla decisione di Segni di uscire dalla dc. Anche il referendum, per come è stata impostata la campagna dal fronte del no, più ancora che un’indicazione sulla riforma elettorale, ha consegnato a questo Parlamento un po’ di tempo per procedere alle riforme, anziché rinviarle ad un nuovo Parlamento eletto con le vecchie regole. Il tempo è stato il vero protagonista della discussione sulla fiducia al governo Ciampi. Sembra che sia all’opera una raffinata regia: il progetto di riforma della legge elettorale viene consegnato alla discussione in aula quasi esattamente a metà del periodo intercorrente tra il primo e il secondo turno di elezioni per la nomina dei sindaci.
Il movimento sembra alla vigilia di un’accelerazione: alla spaccatura del psi potrebbe seguire quella della dc, oltre all’avvenuto distacco dei Popolari di Segni. Sempre più critico diventa il rispetto dei tempi. Quanto tempo c’è per evitare che i vecchi partiti si ricoagulino? Quanto ne ha la Lega per dimostrare se essa rappresenta solo «i nuovi barbari» o se invece sa dare contenuti di modernizzazione alle forze di protesta su cui è cresciuta? Quanto Alleanza democratica per porsi al centro di una coalizione progressista?
I giudici di Milano sono stati finora attentissimi nelle loro scelte di tempo: la proposta Di Pietro ci ricorda solo che i tempi eterni, della nostra giustizia sono incompatibili con l’esigenza che la soluzione , delle tante azioni giudiziarie iniziate risulti in fase con la soluzione dei problemi politici ed istituzionali.
Anche perché, mentre rapidi appaiono i tempi degli avvenimenti politici nostri, sembra che abbiamo, per ogni altra questione, bloccato il tempo: l’Europa dopo Maastricht, le discussioni sul Gatt e le sue implicazioni anche per i flussi migratori, lo strutturale incremento della disoccupazione: i problemi che negli altri Paesi sono al centro della discussione politica, noi ci limitiamo a registrarli. Frattanto, stante il deteriorarsi della situazione economica, il tempo perso per le privatizzazioni sembra diventato irrecuperabile; e, in assenza di ogni strategia, il disavanzo corrente continua ad assorbire (Mario Monti dice: a distruggere) il 26% del risparmio privato e il debito pubblico a macinare interessi.
L’accelerarsi del tempo della riforma politica: l’immobilità del tempo della ricostruzione: la divaricazione potrebbe risultare, in breve, insostenibile.

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