Piano adeguato, manovre avventate

ottobre 11, 2008


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore

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Con il decreto il Governo ha agito con prontezza e in modo ben congegnato. Prima il ministro dell’Economia, poi ieri il premier hanno espresso opinioni che hanno avuto effetti negativi sui mercati

Nel piano detto “salvataggio delle banche”, il Governo, va riconosciuto, ha fatto (quasi) tutte le cose giuste. Fallito il coordinamento europeo, ha agito con prontezza, per evitare al nostro sistema bancario l’effetto spiazzamento da parte delle banche estere.

Non ha posto limiti quantitativi all’intervento di ricapitalizzazione delle banche, evitando così la corsa dei mercati a saggiare il limite, come sta avvenendo per il piano Paulson dei 700, poi 800, poi forse 1000 miliardi $. Il Governatore e il Ministro dell’Economia hanno congegnato modalità di intervento in cui la discrezionalità del Governo è minore che negli analoghi provvedimenti inglesi: da noi sarà la Banca d’Italia a selezionare gli interventi, i titoli ricevuti in cambio saranno azioni privilegiate che non partecipano al voto, accederanno al fondo solo le banche che avranno rimosso il management responsabile della crisi. Bene anche aver chiarito che la garanzia sui depositi è in realtà prestata al Fondo Interbancario e per soli 36 mesi.

Perché allora quel “quasi”? Per diverse ragioni, una specifica al nostro intervento, altre comuni a tutti. La prima riguarda il “non serve” detto da Tremonti di queste garanzie. Non si tratta dell’osservazione pignola su una frase buttata là. Quel “non serve” è parente stretto dei “denial”, la negazione che il problema esiste, proprio ciò che rende, giustamente, sospettosi i mercati. Dire che un provvedimento lo si fa anche se non serve, vuol dire che il Governo pensa di avere informazioni migliori del mercato, dice che mercati e operatori sbagliano, perché il problema in realtà non esiste. Chi fa un’assicurazione è il primo a ritenere che il pericolo c’é, deduce dal premio la probabilità del suo verificarsi, si copre dal rischio, ma sa che non evita l’incendio. Il decreto indica che il Governo ha un piano, e si dà gli strumenti legislativi per ricorrervi. Ma nella conferenza stampa che lo annunciava il desiderio di rassicurare ha preso la mano oltre il dovuto, tra l’altro generando equivoci imperdonabili: molti avevano capito che la garanzia sui depositi era illimitata, salvo scoprire il giorno dopo che copre solo fino a 103.000 €. Oltre ai telespettatori ci sono anche i mercati: non saranno certo stati rassicurati dal vedere un premier che dà estemporanei consigli sui titoli azionari da comperare, e opinioni sul funzionamento dei mercati regolamentati.

Sta di fatto che i mercati hanno reagito anche questa volta come stanno facendo a ogni annuncio di provvedimenti: vendendo. Così è stato quando è stato annunciato il piano Paulson, poi per i tagli di interesse delle banche centrali, adesso per i piani inglese e per il nostro: dopo una breve fiammata, il mercato li legge più come conferma del panico dei Governi che come rassicurazione. Un possibile compratore, se vede che compera qualcuno che rischia si suoi soldi, è tentato di imitarlo; se invece vede che interviene il Governo, lo prende giustamente come un segnale di pericolo e scappa.

I mercati sono interconnessi, non è possibile fare il liberalismo in un solo Paese, anche nelle denegata ipotesi che qualcuno, al Governo, se ne rammaricasse. Il piano del Governo a questo punto è necessario, ma non per questo è esente dal difetto di tutti i piani analoghi: la cura degli effetti rischia di aggravare la malattia. Se questa crisi deriva dalla incertezza sul reale valore dei beni, degli immobili e, a cascata, di tutti gli strumenti finanziari che a partire dagli immobili sono stati creati e che stanno nell’attivo delle banche, il problema è trovare il loro nuovo valore. E l’unico che lo determina è chi è disposto a comprare. Bisogna “scoprire il prezzo”. Wells Fargo e Citi che si disputano i pezzi di Wachovia, BNP che compera una parte di Fortis, Warren Buffet che entra in Goldman Sachs, “scoprono prezzi”. Invece, la garanzia che lo Stato è pronto a ricapitalizzare le banche, leva pressione dalle banche perché provvedano a loro spese a cercare un compratore: così si ritarda o si impedisce il verificarsi proprio di ciò con cui il Governo giustifica la sua azione. Se poi si vuole che il compratore sia italiano, la difficoltà diventa quasi insuperabile. Come fa il Governo a “scoprire il prezzo”? In una deflazione un compratore può entrare troppo presto e pagare troppo caro, oppure troppo tardi e perdere l’occasione: ma sono soldi suoi. Invece lo Stato, se paga troppo poco, non risolve il problema; e se paga troppo fa un regalo agli azionisti: in entrambi i casi spreca i soldi del contribuente. Come fa il Governo ad evitare che il suo intervento produca azzardo morale, confermando che, se si é abbastanza grandi, si possono correre anche rischi, tanto poi si viene salvati? Quando si è in recessione, la lista delle imprese che hanno i numeri per essere “too big to fail” non comprenderebbe solo quelle bancarie.

Per questo i pessimisti pensano che alla fine non ci sia in Europa la via di mezzo di una parziale ricapitalizzazione da parte dello Stato, ma che sia inevitabile la soluzione svedese, dove le banche vennero tutte nazionalizzate. La Svezia poi le rivendette e in pochi anni ritornò a casa abbondantemente dei suoi soldi. E’ certo che (quasi) tutte le banche sono oggi sottovalutate e che, ripristinata la fiducia, possono essere vendute con profitto per lo Stato. Ma nel frattempo i debiti pubblici raggiungerebbero valori impressionanti, e i deficit sarebbero aggravati dagli ulteriori interessi passivi. Più sfavoriti sarebbero i Paesi con più alto debito, e per i quali si può avere qualche dubbio sulla rapida restituzione delle banche al mercato: noi rientriamo in entrambe le categorie. Se le banche fossero nazionalizzate, il loro rating sarebbe quello dei loro stati, e l’arbitraggio tra banche diventerebbe arbitraggio tra stati. Che cosa questo potrebbe significare per il futuro dell’euro, è immaginabile.

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