Non festeggio lo scacco sulle tasse. Toccherà alla Gad tagliare la spesa

novembre 13, 2004


Pubblicato In: Giornali, Il Riformista

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Stato. Costi scandinavi, efficienza sudamericana

Berlusconi non taglierà le aliquote marginali delle imposte, non ridurrà la pressione fiscale. Dobbiamo rallegrarcene? Se guardiamo solo al colpo micidiale che questo scacco porta alla sua credibilità, già a pezzi dopo l’evidente sgretolarsi della sua coalizione, senza dubbio sì. Ma proprio perché rende più probabile la nostra vittoria, il suo scacco va valutato alla luce della situazione che dovremo affrontare quando toccherà a noi guidare il Paese.

Un Paese che non cresce, dove diminuisce anche il prodotto potenziale (1/3 in meno rispetto a inizio legislatura), con una lealtà fiscale minata dai condoni, con i conti pubblici a pezzi, che sul terreno delle riforme ha praticamente perso 5 anni: e dire perso è perfin generoso.

Tagliare le tasse ha due ragioni: la prima, stimolare la crescita; la seconda, obbligare a ridurre le spese. Per avere gli effetti di stimolo, quelli previsti in teoria dal premio Nobel Edward Prescott, ci andrebbero tagli decisi incominciando dalle fasce alte: nulla a che vedere coni tagli modesti,generalizzati, diluiti nel tempo, volti più ad aumentare i consumi che a stimolare a lavorare di più. Senza contare che l’economia italiana è resa vischiosa da rigidità, compartimentazioni, protezioni che la rendono meno reattiva agli stimoli fiscali.
E’ soprattutto riguardo al secondo obbiettivo, quello di obbligare a ridurre le spese, che la sconfitta di Berlusconi in tema di tasse non può essere considerata una nostra vittoria, anzi. Basta poco per essere ascritto d’ufficio, da parte di una certa sinistra, al partito dei sostenitori dello “stato leggero”, di coloro che vorrebbero una società in cui ciascuno si deve arrangiare con le proprie forze, e tanto peggio per chi non ce la fa. Tutto al contrario, io credo nella formula fassiniana “più stato più mercato”; credo che il “più” dello stato vada inteso come più intelligenza e più efficienza: e non più peso. Non é vero che la nostra Pubblica Amministrazione è inefficiente nonostante costi tanto: è inefficiente perché costa troppo. Basta elencare a caso alcune delle cause di questo troppo: perché è difficile trasferire i dipendenti in funzione delle necessità; perché il pubblico impiego è usato come mezzo per contrastare la disoccupazione; perché le procedure sono farraginose e i processi decisionali tortuosi; perché fa cose inutili o dannose (Ben più inutili e dannose di alcune “perle”: come il Regio Decreto del ’27, e ancora in vigore, che vieta di esportare vino in USA e Canada senza autorizzazione, un certo marchio INE gestito dall’ICE). Cose che costano molto di più per le inefficienze che producono che per gli stipendi inutili che si erogano: poiché le interazioni tra persone crescono come 2 elevato alla potenza del loro numero, costa meno pagare persone che restino a casa piuttosto che impiegarle a produrre entropia.

Cose ben note ai lettori del Riformista grazie anche alle puntuali analisi di Luigi Cappugi: io le leggo con attenzione e reprimendo la rabbia. Cappugi affronta il problema tecnicamente, misura i risultati, indica traguardi. Ma é chiaro che il problema è politico, quelle che per il Paese sono inefficienze, per alcuni sono vantaggi: e ci vuole forza politica per contrastare in nome dell’interesse generale, interessi particolari che verrebbero lesi. Oscar Giannino lo chiama il PUS, partito unico della spesa. Il sindacato del pubblico impiego ne é solo la componente più visibile: perché la PA non paga solo stipendi, sono in tanti ad essere interessati al modo in cui viene erogata una intermediazione pubblica che ormai raggiunge il 50% del PIL. Pensiamo solo alle spese per il Mezzogiorno. In 7 anni (siamo corretti, ci siamo dentro anche noi) ammontano, secondo i calcoli di Nicola Rossi, a oltre 50 milioni di euro più di quanto spetterebbe alle regioni meridionali come quota del PIL: eppure non è variato il divario con il Nord, le infrastrutture restano o non eseguite o non completate. Ma ci sarà bene una ragione,ci sarà pure qualcuno a cui sarà interessato a che si restaurasse il monastero di S. Domenico a Molfetta anziché completata un’autostrada, non la mitica Salerno – Reggio Calabria, ma i 14 km di collegamento dell’autostrada Roma – Teramo con l’Adriatica.
Se toccherà a noi governare, si obbietterà, questo paese sarà già immenso il compito che ci troveremo davanti. La spesa pubblica è già fuori controllo, l’avanzo primario dovrà essere riportato a valori che consentano di vedere la luce al fondo del tunnel del nostro debito pubblico: perché appesantire ancora il basto con un taglio di spese che compensi il taglio di imposte? Per due ragioni, una tattica e una strategica. Tattica perché solo la vertigine davanti al baratro riuscirà a vincere gli interessi che resistono al cambiamento. Strategica, perché l’asticella va messa all’altezza con cui si vince la gara, non a quella che va bene per un concorrente obeso e svogliato.

Il programma di Berlusconi di tagliare le tasse è fallito non perché era sbagliato l’obbiettivo, ma perché gli esecutori o avevano altre priorità e hanno consumato tempo e energie in altre battaglie, o semplicemente perché hanno sbagliato. Siamo arrivati a spendere il 50% del prodotto nazionale non per avere una ricerca che produca brevetti anziché pubblicazioni; non per avere annullato il distacco del Mezzogiorno dal resto del Paese; non per ammortizzatori sociali che aiutino chi l’ha perso a trovare un lavoro; non per infrastrutture adeguate: e si potrebbe continuare. Quando si produce inefficienza, ridurre il peso della PA rende più probabile che si faccia quello che non siamo riusciti finora a fare. Un prelievo fiscale al 50% con questa PA produce inefficienza ed è iniquo. Non si possono avere costi scandinavi ed efficienza sudamericana (e forse si fa torto al termine di paragone). Mente chi dice che si può aumentare l’efficienza senza prima rimuovere gli ostacoli all’efficienza. Se prima non si elimina ciò che costa e non rende, ad aumentare non sarà l’efficienza, ma solo e inesorabilmente il costo.
“Se si mettono tre economisti in una stanza, si hanno quattro opinioni” dice Domenico Siniscalco nell’intervista al Corriere di ieri, ma l’opinione che finisce sempre per contare è quella di chi non “vuole fare un taglio di tasse quando si ha … un livello di spesa pubblica comunque troppo alta”. L’invariante finisce sempre per essere il livello di spesa: “comunque”.

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