Le domande aperte sulla Stet privata

maggio 9, 1994


Pubblicato In: Giornali, La Stampa


Nelle privatizzazioni «il governo, ha scritto su «La Stampa» l’ex ministro dell’Industria Paolo Savona nella sua intervista alla Stampa, aveva deciso di valutare caso per caso quale dei tre obbiettivi (sviluppo, governabilità, diffu­sione dell’azionariato) dovesse essere privilegiato nell’interesse generale del Paese». Non sembra trattarsi di alternative diverse: il governo si legittima anche in ragione dello sviluppo che riesce, a promuovere, e la diffusione, dell’azionariato non è un bene in sé, ma solo se serve ad evitare intrecci di interessi che frenino lo sviluppo e vendichino il con­trollo. In realtà la vera scelta è tra il massimizzare i proventi per i venditori (l’Iri o il Tesoro) e il cogliere l’occasione delle pri­vatizzazioni per ridisegnare la mappa delle attività imprenditoriali nel Paese: nel senso, si sperava, della modernizzazione e dell’allargamento.

Difficilmente l’«atomizzazione» della proprietà tra piccoli azionisti risponde allo scopo. Nel caso delle banche, si richie­de l’emergere di soggetti nuovi, istituzioni finanziarie dotate di autonoma capacità di gestire in modo attivo i propri investi­menti. La cosa avrebbe richiesto tempi incompatibili con le ne­cessità e quindi l’esito delle privatizzazioni di Comit e Credit era in qualche modo inevitabile.

Il rendersene conto in anticipo avrebbe forse consentito di otte­nere migliori risultati almeno sul perseguimento dell’altro ob­biettivo, e cioè quello di  massimizzare gli incassi per l’Iri.

Adesso, con la privatizzazione della Stet, si entra nel vivo della politica industriale del paese; qui si decidono da un lato le op­portunità che il sistema indu­striale italiano può cogliere in uno dei settori più vivaci e pro­mettenti, dall’altro varietà, efficienza e costo dei servizi su cui il nostro sistema industriale potrà contare.

Si ripropone allora la scelta dell’obbiettivo prioritario: fare cassa o fare politica industriale. Elemento discriminante è la quantità di garanzie di tipo mo­nopolistico che ai intende rila­sciare all’atto della cessione, Nel caso Stet (ma analoga situazione si ritroverà quando si parlerà di Enel e di Agip), situazioni di mo­nopolio si ritrovano non solo nel rapporto di concessione tra azienda e Ministero, ma anche nei monopoli interni che si sono lasciati crescere dentro il Grup­po all’ombra del monopolio pri­mario: un piccolo esempio è da­to dalla denuncia di questi gior­ni da parte delle imprese di in­stallazione di apparecchiature telefoniche.

In Stet convivono una grande quantità di business, ed anche qui si pone un interrogativo: è necessario ed utile, per il sistema industriale italiano, che essi rimangano riuniti sotto il cappello della finanziaria di settore, o non bisognerebbe cogliere questa opportunità per dare maggiore spazio ai singoli busi­ness, per favorire il nascere di elementi di concorrenza, per of­frire opportunità di investimen­ti industriali e non solo finanzia­ri al nostro sistema di imprese? E’ proprio giustificato non di­scutere neppure l’opzione se vendere tutto insieme o real­mente privatizzare singoli setto­ri di attività?

Schematizzando in modo molto riduttivo, si può dire che in Stet convivono due tipi di at­tività: da un lato la proprietà della rete fisica della telefonia tradizionale, dall’altro la gestio­ne dei vari servizi che «viaggia­no» su questa rete più una serie di attività connesse. In partico­lare: traffico telefonico sulle re­ti; telefonia cellulare, che alla fi, ne deve essere convogliata sulle reti urbane; servizi a valore ag­giunto; fabbricazione di appa­recchiature; installazione e ma­nutenzione (di reti fisiche e di apparecchiature); produzione di software specialistico telefoni­co; banche dati (pagine gialle e servizi di marketing connessi).

La concessione esclusiva della rete fisica della telefonia tradi­zionale appare giustificata per molte ragioni: può così dirsi della maggior parte delle altre atti­vità? Non sembra fuori luogo chiedersi quali di esse consenta­no reali sinergie, e quali invece blocchino il libero sviluppo dei mercati, quali nascano da una precisa definizione del proprio core-business, e quali invece dal desiderio dei vertici aziendali di estendere il proprio potere, dal dover subire (o voler sfruttare) il piccolo mercato nazionale. Alcuni di questi settori si sono di recente parzialmente libera­lizzati, nonostante le resistenze Stet: ma quanto ci è costato il ri­tardo? Da dove provengono i co­spicui etili della Sirti, la società del grippo specializzata nella posa e manutenzione di reti? La presenza di attività di produzio­ne di apparecchiature ha accele­rato o ritardato l’ammoderna­mento della nostra rete? Ed a che prezzo? E’ un vantaggio o uno svantaggio quando Sip si candida a gestire reti all’estero? E’ più efficiente, per Sip ma an­che per l’intero sviluppo dal settore software in Italia, che Tele­soft sia sostanzialmente un re­parto di Stet, o che sia una so­cietà autonoma? Guanto ha in­fluito il conflitto tra Sip e Stet su chi dovesse essere titolare dei servizi a valore aggiunto sul ri­tardo di questo settore?

Sono disponibili biblioteche intere di studi sulle opzioni possibili: quella di lasciare per ora tutto com’è e di cambiare solo assetto proprietario non è una scelta neutrale ne l’unica possibile.

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