Italiani Europei

aprile 2, 2008


Pubblicato In: Convegni

La crisi dei mercati finanziari – Il ruolo della politica

Massimo D’Alema
Matteo Colaninno
Marco Onado
Milano, Palazzo Clerici – 2 aprile 2008

Intervento di Franco Debenedetti

Alcuni giorni fa leggo su Repubblica online: Il PIL italiano dimezzato. Ho avuto un soprassalto, un calo del 50% del PIL non è neppure da paese africano. Telefono e faccio correggere. Il clima creato dai catastrofisti, accorsi come mosche sul miele della crisi subprime, aveva colpito ancora.

Esistono varie specie di catastrofisti. Ci sono i catastrofisti radicali alla Nouriel Roubini,. Essi costruiscono un percorso concatenato di diversi eventi. Ma a ogni fatto non corrisponde deterministicamente una sola conseguenza, perché la realtà economica globale è infinitamente più complessa. La descrizione del disastro induce risparmiatori e operatori ad ammassare tutta la liquidità possibile e ad aspettare che i tassi a lunga salgano, o i prezzi delle case scendano, per potere ricostituire il proprio capitale. La profezia dei catastrofisti diventerebbe così autoavverantesi.

Ci sono i catastrofisti per moralismo: per loro questa crisi è l’effetto di vizi privati la cui equivalenza con le pubbliche virtù è tutta da dimostrare. Pensare che una crisi di queste proporzioni sia stata prodotta da conflitto di interessi nelle agenzie di rating, dallo short termism indotto dai bonus, dal comportamento poco scrupoloso di alcuni venditori di mutui, significa non capire i movimenti epocali, a cui deregolamentazione e innovazione finanziaria hanno cercato di dare una risposta. Invece proprio questa crisi dimostra non solo l’incapacità, ma l’impossibilità per i regolatori di avere maggiori conoscenze in un mercato complesso in cui le informazioni sono disperse. Illusori sono i rimedi del moralismo, reali i danni: come è stato con la legge Sarbanes Oxley. Soprattutto il moralismo legittima gli interventi dei catastrofisti politici.

I catastrofisti politici non negano – e come potrebbero? – che la globalizzazione abbia fatto emergere dalla povertà centinaia di milioni di persone, che abbia prodotto negli USA un periodo di crescita straordinario per durata e vivacità. Scrive Giulio Temonti su Formiche: «Creando effetti ricchezza e domande artificiali la nuova tecno-finanza ha infatti e fondamentalmente concorso a finanziare il “miracolo” quasi istantaneo della globalizzazione». Miracolo tra virgolette. Per i catastrofisti politici, se si vedono Stati liberisti costretti a impiegare strumenti interventisti, si ha la dimostrazione che le politiche liberiste sono incapaci di gestire la crisi, e quindi dovranno essere abbandonate, per ritornare ad un sistema in cui i movimenti dei capitali e delle merci sono controllati dagli Stati, in cui le banche centrali controllano il livello di prezzi degli asset, in cui tutti gli operatori finanziari, banche commerciali, di investimento e hedge fund sono soggetti a supervisione stretta.
La data del 14 Marzo 2008, dice Martin Wolf sul Financial Times, va ricordata come il giorno in cui è morto il sogno del libero mercato capitalistico globale: ma con quale “lapillo” va ricordata? Quel giorno, con l’intervento della FED per salvare i clienti di Bear Stearns, si è rotto un principio. Ma un conto è dire che la decisione della FED di prestare questa forma di assicurazione a una banca di investimento avrà come contropartita un maggiore interventismo regolatorio. Tutt’altro è farlo con la Schadensfreude dei catastrofisti nostrani che vi vedono la dimostrazione della fallacia di un’ideologia e trovano sollievo nell’idea che non possa più venire riproposta.
Questa è sicuramente una delle crisi più severe dal dopoguerra. Lo è certamente per l’industria finanziaria, che ne uscirà profondamente rivoluzionata. Quanto alla sua possibilità di trasmissione all’economia reale , durante il primo trimestre la crescita USA è prossima allo zero, e non si può esclude re che entri in recessione, ma la crescita mondiale, ancorché rivista al basso, è ancora prevista a un rispettabile 3,7%.
È abbastanza chiaro che cosa deve succedere perché il mercato, oggi bloccato dalla diffidenza reciproca delle banche, si rimetta in moto. Devono scendere i prezzi che si erano gonfiati, a incominciare da quelli delle case. Per deflazionare in modo massiccio la leva finanziaria, le banche, se i loro bilanci non riescono più ad assorbire le svalutazioni, devono vendere asset “buoni” o aumentare il loro capitale, o fare entrambe le cose. Esiste sempre un valore al quale conviene comperare.

La vera catastrofe sarebbe se i catastrofisti alla fine avessero la meglio, se la crisi dei subprime diventasse la giustificazione per la condanna del “modello anglosassone”. È questa la posta in gioco del catastrofismo ideologico, questo è l’obbiettivo delle discussioni che si fanno in Europa e in modo particolare da noi: ritornare a un finanziamento basato sulle relazioni anziché sulle cartolarizzazioni, a una governance d’impresa basata sugli accordi tra insider e stakeholder anziché su rapporti di mercato. Dimostrare che la american way è intrinsecamente instabile e che l’economia va controllata dagli Stati e indirizzata dai loro interventi.

Questa è la torsione che la vicenda ha trovato da noi, complice la campagna elettorale. Una torsione populista e reazionaria. Se si suscita la paura si induce la richiesta di protezione. Dietro ogni offerta di protezione c’è sempre un protettore: raramente disinteressato. Non si sta discutendo di trasparenza, ma di potere. Si prospettano i pericoli della iperliberlizzazione in un paese che soffre di ipoliberalizzazione, perché ha solo intravisto quella senza prefissi. Si parla di radici europee, ma dato che è complicato influire sul potere in ogni paese, ci si accontenterà del potere su/con alcuni pezzi di un solo paese. Magari su qualche cordata. Si dice di voler fare rientrare nella bottiglia il dragone cinese: in realtà si vuole avere in mano la bottiglia con dentro i campioni nazionali.
Ancora una volta ci sono bandiere da raccogliere: una ginnastica non inusuale nella storia della sinistra.

Comunicato Stampa Italiani Europei

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