Il suo motto: separare il denaro dai cretini

febbraio 14, 1995


Pubblicato In: Giornali, La Stampa


Ricordo che Lei, signor presidente del Consiglio, fu allievo di Cesare Cosciani e ricordo anche un suo pregevole studio sull’imposizione societaria, che probabilmente fu la sua tesi di laurea. Nella mia vita ho dato veramente la mia stima ed il mio affetto a sei o sette persone: Stefano Siglienti, Guido Carli, Gino De Gennaro, Cesare Cosciani, e non nomino coloro che sono ancora vivi (che sono tre del resto, forse quattro con qualche sforzo e con qualche benevolenza). Richiamo il rigore che certamente lei ha sentito nel suo maestro di allora».

Così Bruno Visentini chiudendo il suo ultimo discorso al Senato, in occasione della fiducia al governo Dini: c’è, in queste parole, tutta la sua capacità di ravvivare la profondità della memoria, lo spessore dell’esperienza, con la vivacità della battuta pungente. La vita, professionale e politica, come colloquio tra persone unite da una cultura comune e da una passione condivisa; in lui con una più esplicita insofferenza verso le volgarità populiste o le decadenze generazionali, quella che gli faceva ripetere sovente il motto di Galbraith, essere necessario, in una società moderna, separare il danaro dai cretini, Aristocratico mai: invece orgogliosamente consapevole dei privilegi e dei doveri di quelle classi dirigenti che così avaramente ha prodotto l’Italia delle professioni e delle imprese. E quindi lo studio legale e l’impegno politico, nella Resistenza prima, in Parlamento poi; e quindi il fascino della Mitteleuropa, Rathenau e Wagner, il rigore della musica e il rigore dei numeri, l’Olivetti e la Fondazione Cini, Cuccia e il Patriarca di Venezia. Quindi il suo stare nel partito, come necessaria organizzazione di massa, ma denunciando da quindici anni ogni feudale ingerenza nella vita delle istituzioni. Quindi anche il suo strano rapporto con Adriano Olivetti, che non conobbe mai, di cui ammirava le doti di imprenditore, pur non condividendone mai fino in fondo l’idealismo sociale.
Ho conosciuto Bruno Visentini entrando in Olivetti, nel 1978. «Si ricordi, questa azienda avrà dei difetti, ma non è mai volgare», mi disse il primo giorno. Avere preservato l’Olivetti al capitale privato, aver saputo innestare sul suo tronco una nuova famiglia di imprenditori era il suo vanto. Giacché per lui le aziende sono femmine, ed hanno bisogno di un possesso virile: da cui la sua diffidenza per la populistica esaltazione degli assetti proprietari diffusi ed a controlli indefiniti.
Il concetto di famiglia potrebbe essere una chiave per comprendere la persona Bruno Visentini.
Le famiglie come sedi degli animal spirits che danno vita alle imprese, ed il loro divenire con l’avvicendarsi delle generazioni. Le famiglie come custodi di saperi professionali, nel ricordo di suo padre, che votò alle elezioni contro Mussolini ed ebbe lo studio bruciato dai fascisti. La famiglia come sede degli affetti: ricordo il suo discreto ma attento interrogarmi sulle forme dell’amore per i figli adottivi rispetto a quelli biologici. «Avrei voluto averne ancora di più, mi disse pochi giorni fa, i figli sono il vero lusso dei ricchi».
Ebbe questo lusso, ma ebbe soprattutto il lusso dell’intelligenza.

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