Il Posto? Ingessato

luglio 9, 1997


Pubblicato In: Giornali, Il Messaggero


Sulla minimizzazione degli interventi politico-giudiziari nelle questioni legate ai licenziamenti

” Ma l’hanno almeno letto?” questa la domanda che vien da farsi dopo le reazioni – da parte dell’ala estrema del sindacato, ma anche di alcuni colleghi in Senato – al disegno di legge sui licenziamenti, che insieme a Pietro Ichino, ho presentato martedi’ a Milano. Sarebbe una conferma che quello dei licenziamenti e’ in Italia un argomento talmente tabu’ da non potere neanche essere oggetto di discussione.

I licenziamenti individuali oggi sono consentiti “per giustificato motivo”, cioe’ per esigenze aziendali. Questo per il settore pubblico e per le aziende private con piu’ di 15 dipendenti; per quelle piu’ piccole invece in caso di licenziamento l’azienda deve pagare un indennnizzo in danaro. Per la platea dei lavoratori autonomi con contratti di lavoro subordinato continuativo non esiste alcuna tutela.
Se un’azienda licenzia, la pratica passa solitamente al giudice: se questi non riconosce le ragioni organizzative o di mercato che hanno provocato il licenziamento, l’azienda e’ obbligata a reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro, indennizzarlo per le retribuzioni non corrisposte, pagando i corrispondenti contributi previdenziali e le multe per il relativo ritardo. A fronte di tale rigidita’, la flessibilita’ è affidata a un altissimo tasso dei rapporti autonomi e di lavoro irregolare.
Noi proponiamo di definire diversamente la tutela di cui godono i lavoratori a tempo indeterminato e di estenderla, sia pure in misura ridotta, anche ai titolari di rapporto di lavoro autonomo. In altre parole rispetto all’attuale “roulette russa” giudiziaria proponiamo di enunciare la seguente regola: sussiste giustificato motivo oggettivo di licenziamento quando il sacrificio derivatne all’imprenditore dalla prosecuzione sdel rapporto e’ pari o superiore a un limite predeterminato. La nostra proposta introduce un cambiamento concettuale: riconoscere che il rapporto di lavoro non genera specie di diritto di proprieta’ del lavoratore sul posto di lavoro, ma crea un suo diritto ad un congruo preavviso e a un congruo indennizzo nei casi in cui venga meno l’economicità del rapporto di lavoro per l’imprenditore. Secondo la nostra proposta, l’indennizzo è pari a tante mensilita’ quanti sono gli anni di lavoro piu’ sei; importi ridotti a meta’ per le aziende di dimensioni minime e per i rapporti di collaborazione autonoma continuativa a tempo indeterminato.
Inoltre noi introduciamo il “preavviso lungo”: da 3 a 12 mesi, secondo l’anzianità, con retribuzione scalata dall’importo sopra descritto durante i quali lavoratore puo’ cercare un nuovo lavoro in condizioni psicologiche e contrattuali assai piu’ favorevoli di quelle garantite dall’attuale regime. Contro un sistema che difende ad ogni costo il posto di lavoro, noi ne proponiamo uno che favorisce il lavoratore nella ricerca di un altro lavoro.

Perche’ allora queste reazioni negative? Per l’ala sinistra della CGIL il rifiuto e’ sul principio: il posto di lavoro e’ un diritto assoluto del lavoratore. Per l’ala piu’ moderata del movimento sindacale invece il problema non e’ attuale: gia’ esiste una flessibilita’ di fatto, sull’agenda politica sono scritti altri temi caldi, uno per tutti la riforma del welfare: non e’ il momento di complicare il quadro con proposte su altri temi.
Entrambe le critiche pero’, sia quelle estreme che quelle moderate, evitano un nodo tanto piu’ centrale per chi milita nello schieramento di centro sinistra. I lavoratori attualmente tutelati sono, e saranno sempre piu’, una minoranza del totale della forza lavoro. La sinistra e il sindacato dovrebbero preoccuparsi proprio della maggioranza, cioe’ dei non tutelati. Per essi il regime attuale di inamovibilità costituisce un ostacolo formidabile all’ingresso nella cittadella del lavoro tutelato.
Noi invece crediamo che la riforma del mercato del lavoro, – di cui il licenziamento e’ solo uno dei capitoli- sia urgente e indifferibile, per quattro diversi ordini di motivi.
Il primo e’ l’Europa. Con la moneta unica, non potremo piu’ ricorrere a svalutazioni per ridare ossigeno alle nostre imprese: la partita si giochera’ solo sul costo del prodotto: se non si incrementa la produttivita’, rimarra’ solo la strada della riduzione dei salari. Noi non proponiamo la liberta’ di licenziare: proponiamo di introdurre dei meccanismi certi per consentire alle aziende di pianificare i propri fabbisogni di manodopera, adottare nuove strategie di impresa, adeguare la composizione anche qualitativa della forza lavoro.
Il secondo e’ dare un potente incentivo alla formazione e migliore allocazione di capitale umano. L’attuale sistema la ostacola, perche’ produce da un lato lavoratori inamovibili, dall’altro varie categorie di irregolari, precari, autonomi non inseriti nell’organico aziendale.
Il terzo e’ di equita’ fiscale. L’attuale sistema – come giustamente rilevato da Confindustria a Napoli – grava di oneri impossibili il lavoratore e l’impresa, proprio perche’ e’ costretto ad insistere con aliquote necessariamente crescenti su un numero sempre piu’ ridotto di lavoratori “regolari”.
Vi e’ infine una quarta ragione di ordine ancor piu’ generale: ridurre l’area di discrezionalita’ che, in questo come in tanti altri campi della vita italiana, produce incertezze e distorsioni.
Oggi nelle vicende di licenziamenti sono protagonisti i giudici, con le loro incerte opinioni, nel caso di licenziamento collettivo, si aggiunge l’intervento interessato del potere politico. Noi proponiamo invece un meccanismo che riduce al minimo l’intervento di questi soggetti. Ed e’ forse anche per questo che la nostra proposta incontrera’ resistenze assai forti.

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