Il ministro Gambino mette troppi lacci per il cavo

luglio 26, 1995


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore


E’ sembrato, nei giorni scorsi, che finalmente si fosse sfondato il muro della liberalizzazione nel settore delle Tlc. Prima, l’orientamento del governo lo si poteva desumere solo da dichiarazioni rilasciate dal ministro Gambino in sedi informali, il convegno Reseau a Venezia e quello Telecom a Napoli. Quanto detto alla commissione Trasporti della Camera il 19 Luglio assume dunque una particolare importanza: è il primo documento ufficiale che permette di conoscere l’attuale stadio di evoluzione degli orientamenti del ministro sull’argomento.

Proviamo a sintetizzare:
- nelle reti-cavo, unico mezzo attualmente in grado di fornire l’ interattività, si ha un grave ritardo;
- la liberalizzazione ha già toccato il radiomobile, i servizi a valore aggiunto: restano la telefonia vocale e le infrastrutture;
- non liberalizzare il cavo prima del 1998, in presenza del programma accelerato di Telecom, farebbe correre «il serio rischio che il monopolio legale si trasformi in monopolio di fatto nell’arco di circa un triennio»;
- evitarlo non è compito che può essere lasciato alla costituenda Authority: questa sarebbe di fatto impotente di fronte al monopolista in mancanza di un confronto con una pluralità di competitori.
Si tratta di importanti riconoscimenti, motivo di particolare soddisfazione per chi per primo fin dall’ ottobre scorso, su questo giornale, tali tesi è venuto sostenendo e illustrando.
Ma la soddisfazione finisce presto. Come intende procedere il ministro? Riconosciuto che emanare il regolamento alla legge 73 del 1991 non risolverebbe il problema, dato che ai privati resterebbe solo il diritto di cablare nelle zone lasciate libere da Telecom (posizione espressa a Venezia), e dato che accordi volontari con Telecom (posizione di Napoli) si sono rivelati impraticabili, il ministro intende percorrere la strada di liberalizzare le infrastrutture, esclusa la telefonia vocale, a partire dal 1 gennaio 1996; gli operatori di reti cavo locali avranno il diritto di fornire da subito tutti i servizi radiotelevisivi e multimediali liberalizzati e, dal 1 gennaio 1998, anche la telefonia locale. Quanto all’assetto del settore, Gambino fa un’affermazione precisa e una oscura. Quella precisa riguarda Telecom: non si intende limitare la sua azione. Quella oscura riguarda i nuovi operatori: «qualsiasi creazione di un sistema di reti plurime ma tutte tra monopolisti sarebbe in controtendenza rispetto (…) alla liberalizzazione».
Sembra di capire che l’assetto ‘liberalizzato’ vedrà la presenza di Telecom con i suoi attuali diritti, mentre ai nuovi operatori verrà concesso di conquistarsi i propri spazi senza alcuna concessione su base territoriale. Il ministro ha giustificato l’evoluzione del suo atteggiamento in materia con la constatazione che esiste in parlamento una maggioranza a favore di una rapida liberalizzazione, e cita a tale proposito le risoluzioni del 27 giugno sul Documento di programmazione economico-finanziaria.
Se questa sintesi riflette correttamente l’attuale stadio evolutivo del pensiero del ministro, dobbiamo subito dire che essa è non condivisibile né sul piano tecnico, né su quello giuridico, né su quello politico.
Quanto al piano tecnico, bisognerà riprendere pazientemente precisazioni già svolte, incominciando a dire che l’abusata locuzione ‘cablare il paese’ non ha significato. Bisogna distinguere i collegamenti tra città, dove la proposta di Gambino non pare incompatibile con la creazione di concorrenza (si tratta solo di vedere se è la soluzione migliore), dai collegamenti all’interno delle città, dove non è praticamente applicabile. La rete-cavo è fisicamente costituita da una stazione di testa da cui si dipartono i collegamenti a un certo numero di abitazioni. È impensabile che si affianchino più reti per servire lo stesso settore cittadino. L’operatore cavo è un imprenditore che anticipa un rilevante investimento nell’infrastruttura e nel procurarsi i diritti di trasmettere programmi appetibili ai residenti nell’area servita dal suo impianto. Senza l’assegnazione di territori in base a criteri competitivi, si creerebbe un caos di richieste di permessi di passaggi, di apertura di cunicoli ecc.; gli obblighi a procedere nel piano di realizzazione della rete sarebbero imprecisati; la definizione del bacino di utenza impossibile. Invece di far nascere imprese, in pratica non investirebbe nessuno. Gli altri avranno TCI e Canal Plus: noi al massimo la cablatura dei condomini (essi pure, nel loro piccolo, dei monopoli!). E il campo per Telecom sarebbe legalmente libero.
Sul piano giuridico, nessuno intende limitare il diritto-dovere di Telecom di ammodernare la propria rete, sostituendo progressivamente i collegamenti in rame con quelli in fibra ottica, anche dentro le case, ove lo ritenga utile. Ciò che si contesta è che abbia il diritto di fornire in base alla vecchia concessione un servizio nuovo, quale è quello che si forma dalla possibilità di fornire insieme e servizio telefonico e servizio televisivo o multimediale. Se il diritto concesso dallo Stato a Telecom per legge, sia per legge revocabile, è cosa che altri con più dottrina specifica potrà argomentare: qui nota solamente che anche il diritto dei privati a esercitare libertà di iniziativa è costituzionalmente garantito, che questo diritto risulta compresso dalla presenza di un monopolista, che il comma 3 dell’art. 41 impone allo Stato di regolamentare i modi in cui tale diritto si può esplicare; che quanto in tal senso affermato in sede comunitaria ha vigore di legge in base a trattati internazionali recepiti nel nostro ordinamento; che la potenzialità del multimediale non era prevista al momento del rilascio della concessione; che qualora lo fosse stato, il ritardo con cui si è mossa la concessionaria giustificherebbe il ritiro della concessione.
Infine sul piano politico: la lettura che il ministro dà dei documenti parlamentari è incompleta e parziale. La risoluzione a firma Salvi ed altri, approvata il 27 giugno dal Senato a larga maggioranza e con l’astensione di Forza Italia, chiede che la liberalizzazione avvenga precludendo all’attuale gestore l’acquisizione di altre reti e l’accesso al settore televisivo, e promuovendo la nascita di operatori via cavo a livello locale autorizzati a gestire servizi telefonici, attribuendo a Comuni e Regioni la competenza ad adottare i necessari provvedimenti amministrativi. Chiarissimo è l’obiettivo: avere concorrenza nel settore telefonico, interurbano e urbano, e sviluppo non monopolistico in quello della multimedialità. Che ciò corrisponda agli intendimenti anche della Camera l’ha confermato nella sua immediata replica l’on.le Visco: il governo è invitato non a consentire la nascita di un operatore cavo, ma a promuovere la nascita di tale operatore a livello locale, accettando nella fase iniziale un’apparente asimmetria tra i diversi gestori, perché funzionale alla creazione della concorrenza. Il ministro avrebbe anche potuto riferirsi al testo della commissione Napolitano che, pur assai meno netto, è comunque assai più avanzato di quanto ora egli ci propone.
A questo punto si possono trarre alcune conclusioni. Il ministro da un lato riconosce che abbiamo un grave ritardo nella realizzazione di infrastrutture importanti per lo sviluppo del paese, dall’altro accenna a muoversi solo dopo mesi di insistenti sollecitazioni. Quando lo fa, dapprima offre soluzioni al limite della decenza, quali quelle di Venezia e di Napoli, che egli stesso riconosce (ma ci voleva tanto?) impraticabili. Adesso fa una proposta che unisce il danno alle beffe, ammantandosi di liberalismo ma di fatto lasciando campo libero al monopolista. Dà una lettura parziale e distorta delle indicazioni del parlamento. Si fa schermo di ciò che egli stesso definisce «sospetto di incostituzionalità», sospetto che è quanto meno assai discutibile.
Siamo dunque di fronte a un ulteriore episodio che testimonia della notevole divaricazione tra intendimenti della maggioranza (ma non solo) e del governo in tema di privatizzazioni. Ma mentre per l’Enel sussistono considerazioni tecniche e per le banche difficoltà pratiche e giuridiche, entrambe di indubbia consistenza, per le telecomunicazioni abbiamo solo la parola di Gambino: «Limitare i diritti dell’esclusivista attualmente non è nell’ottica del governo». Più chiaro di così…

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