Gli Agnelli garanti della continuità

marzo 14, 2000


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore

D’accordo, la notizia non era una sorpresa, il terreno era stato preparato: eppure faceva un certo effetto leggere ieri sindaci e sindacati difendere compunti la logica, indicare convinti i possibili vantaggi dell’accordo di scambio di partecipazioni tra Fiat e General Motors. E’ la rapidità del cambiamento a sorprendere: quelli che oggi illustrano i vantaggi di integrazioni planetarie via internet, sono gli stessi che pochi mesi fa varavano la legge sulle subforniture; quelli che plaudono al socio americano sono gli stessi che difendono le più anacronistiche rigidità del nostro mercato del lavoro. Evidentemente anche gli interlocutori che, per il loro ruolo, sono contrapposti o neutrali, hanno subito distinto gli aspetti superficiali da quelli di sostanza, ed hanno rilevato il dato di fondo: questa é un’operazione nel segno della continuità.

Se di continuità si tratta, allora é necessario rendere esplicito qual è il senso della storia di cui quella di ieri apre un nuovo capitolo. In un paese la cui Costituzione non menziona l’impresa, in cui il profitto é stato a lungo guardato con sospetto dal Governo e combattuto dall’opposizione, in tutti i decenni in cui solo nel pubblico veniva fatta consistere l’utilità pubblica, la Fiat, tra intuizioni ed errori, con coraggio e talvolta con opportunismo, é stata il campione dell’industria privata italiana. In un paese in cui l’avversione al profitto é strutturale, la Fiat ha rappresentato l’iniziativa privata; in un paese in cui l’industria pubblica sfruttava monopolisticamente il mercato interno – dall’elettricità ai telefoni, dal gas alla televisione –ha indicato agli industriali italiani la via della proiezione esterna, dalla Russia al Brasile alla Polonia e poi alla Cina. Ed è stato dalla Fiat, dalla marcia dei 40.000, che si è arrestata la deriva che rischiava di travolgere la struttura produttiva del paese. Questo é il legato del “secolo Fiat”, o almeno quello della sua parte più recente. Questo sembrano dimenticare quelli che, ancora nei giorni passati, rimproveravano alla Fiat di avere dimensioni e redditività insufficienti per vincere da sola, e dividono le colpe tra l’inadeguatezza della famiglia, l’avidità di Mediobanca e la grettezza di Enrico Cuccia.

Questa storia ha avuto anche momenti drammatici, e ogni volta gli Agnelli hanno scelto la soluzione che garantiva la continuità: quando hanno accolto il capitale libico dopo la crisi dello shock petrolifero nel ’76; quando hanno detto di no a Ford nel ’85; quando hanno accettato, nel ‘93, perfino di perdere la maggioranza nel patto di sindacato, e, con l’aiuto di Mediobanca, hanno salvato l’azienda. Gli Agnelli, e con loro tutti gli azionisti Fiat, per contare hanno scontato un prezzo.

Visto che nessuno mette in dubbio che un accordo fosse necessario e utile, la discussione si sposta su quale dei due accordi – con Daimler Chrysler oppure con General Motors – fosse migliore per l’azienda e preferibile per il paese. Lo si fa con qualche esitazione, usando il condizionale: solo chi conosce i termini esatti delle due proposte può fare confronti, solo chi sa che cosa era possibile strappare e dov’era il punto di rottura ha gli elementi per giudicare. Entrambe le proposte – la fusione integrale dell’auto con Daimler e la federazione con GM – nascono dall’esigenza di rispondere ai problemi comuni a tutta l’industria dell’auto europea: un eccesso di capacità produttiva; la necessità di adeguarsi ai nuovi modelli di organizzazione aziendale che internet rende possibili, soprattutto dal lato degli acquisti e della vendita. Per quanto riguarda l’eccesso di capacità, l’alleanza con General Motors presenta l’ulteriore difficoltà di una sovrapposizione nelle gamme media e bassa, ma garantisce continuità della gestione. L’accordo con Daimler Chrysler presentava minori sovrapposizioni, poteva far leva su una forte identità motoristica europea, ma quanto alla gestione rappresentava una discontinuità. Poteva sembrare una rinuncia, ma poteva anche aprirsi a scelte di straordinario coraggio.
La scelta di continuità oggi riceve gli applausi di tutti, di chi come il sindacato inneggia alla concertazione, e di chi come Berlusconi ha definito gli imprenditori italiani “l’armata che si oppone alla colonizzazione del Paese”. Oggi gli Agnelli ricevono i consensi di tutti, ma sono consensi pesanti, che domani potrebbero anche gravare sullo loro spalle, quando si tratterà di affrontare le difficoltà che prima si ricordavano. Perché eccesso di capacità, pool degli acquisti, e-commerce, hanno un denominatore comune: comportano flessibilità sconosciuta, disposizione ad non arroccarsi a difesa dei piccoli o grandi privilegi, un atteggiamento positivo verso il cambiamento e l’impresa: da parte degli individui e da parte della politica.

E’ per questo che si guarda con qualche preoccupazione ai tanti consensi che la notizia ha raccolto. C’è la continuità che sta a cuore alla famiglia Agnelli. E c’è la continuità che mostrano oggi di apprezzare il sindacato ed un ampio schieramento di forze politiche. Non sono la stessa cosa. La prima è una comprensibile preoccupazione, la volontà di continuare da imprenditore a correre il rischio d’impresa. La seconda é un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo, la rassicurazione di poter contare su un interlocutore stabile con cui avere molte cose da contrattare, piuttosto che il rischio di doversi confrontare con un management indipendente, con meno vincoli da rispettare.

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