Verso la costituente liberal-democratica Europea

ottobre 26, 2007


Pubblicato In: Convegni

Valori liberali: quelli veri e quelli falsi – Tavola rotonda introduttiva

Partito Liberal-Democratico Europeo – La Voce Repubblicana

Introduzione di Franco Debenedetti

Questa tavola rotonda e i contributi degli illustri partecipanti, hanno lo scopo di introdurre le discussioni che si svolgeranno nelle 4 sessioni parallele di domani. Queste prenderanno in esame 4 settori della vita pubblica per ciascuno dei quali verranno analizzati casi in cui i principi liberali sono stati seguiti e casi in cui sono stati traditi. Per arrivare domenica alla consegna delle medaglie, è il caso di dirlo, al valore. E non é detto che le medaglie spettino a quelli che vengono pensando di ritirarle.

Non è quindi questo il nostro compito, e lo dico con vero senso di sollievo. Noi oggi dobbiamo creare lo scenario, evitando di rivelare trama e finale, dire che è l’assassino. Noi per fortuna non diamo voti. Il nostro ruolo è animare le discussioni di domani, offrendo qualche suggerimento metodologico che serva ad inquadrarle.

Inizio con una provocazione: “liberale” è un aggettivo o un sostantivo?
Provo a spiegarmi con un esempio. Quando diciamo che la “riforma” Bersani che ha annullato il costo della ricarica dei telefonini ad ogni evidenza non è una riforma liberale, “liberale” è chiaramente un aggettivo.
Che cosa succede quando invece ci chiediamo se Bersani è un liberale? usiamo il termine come aggettivo, cioè ci chiediamo se Bersani è dotato di cultura liberale, oppure come sostantivo, cioè ci chiediamo se Bersani è un liberale che fa politica?
Generalizzando: sono liberali-sostantivo solo quelli che esplicitamente si identificano con il pensiero e la tradizione liberale, come Zanone nel PD, Capezzone nei radicali, Della Vedova nella CdL, D’Amico nei LiberalDemocratici, tanti tra i Repubblicani? O sono liberali-aggettivo anche quanti, e sono molti di più, provenendo da storie e con appartenenze diverse, usano categorie liberali nella loro analisi e iniziative politiche?
Ancora: le riforme liberali (aggettivo) sono con un po’ di ottimismo, di sinistra, ma dov’è l’irriducibile ottimista che oserebbe affermare che i liberali (sostantivo) sono tutti di sinistra?

E quindi mi fermo e prego anche gli illustri panelisti di fermarsi essi pure, di evitare che questo diventi un dibattito sulla legge elettorale e sulle coalizioni. Pronto al limite a usare i poteri del moderatore: non sarebbe carino verso i partecipanti alle prossime sessioni di lavoro.
Usiamo allora categorie più asettiche e scientifiche, prese a prestito dalla teoria dei giochi. Diciamo che quello politico è un gioco che ammette equilibri multipli: dati certi profili di preferenza dei cittadini, più di una alternativa è accettabile dalla società. Questa indeterminatezza è il prezzo inevitabile che si deve pagare se non si vogliono sistemi dittatoriali. Scegliere tra equilibri multipli è il problema sociale fondamentale, perché da questa scelta dipende il benessere delle persone: e l’esito della scelta dipende da come si coordinano tra loro i partecipanti al gioco.

Secondo Adam Smith, un gruppo ottiene il massimo risultato quando ogni componente del gruppo fa ciò che è meglio per sé stesso: “il risultato migliore si ottiene quando ogni componente del gruppo fa ciò che è meglio per sé”. John Nash formula un risultato più completo: “il risultato migliore si ottiene quando ogni componente del gruppo fa ciò che è meglio per sé e per il gruppo, secondo la teoria delle dinamiche dominanti”.

L’insuccesso nel trovare un accordo sulle regole e sul leader può produrre una situazione di anarchia, in cui tutti soffrono. Il tipo di equilibrio su cui i giocatori si coordinano, diciamo il leader che viene scelto, dipende dall’ambiente in cui i giocatori stessi sono vissuti, dalla cultura e tradizioni che hanno assorbito. Sno qusti elementi a focalizzare i giocatori su un certo tipo di equilibrio, a indurli ad attendersi che esso si realizzi, e quindi razionalmente a “giocarlo”. Grazie a questo “focal-point effect” i fattori culturali influenzano il comportamento razionale dei giocatori nelle scelte di istituzioni sociali quali i diritti di proprietà, la giustizia, l’autorità politica, le relazioni sociali e le reputazioni. Questo del “focal-point effect” é un concetto (dovuto a Thomas Schelling) che ha le sue radici nel patrimonio culturale liberale. Hume diceva che l’opinione pubblica potrebbe essere il solo metro di misura in questioni di morale, perché la base fondamentale della morale sociale è che la gente ha bisogno di coordinarsi; e che il fondamento del potere politico generalmente dipende non da un precedente consenso della popolazione – e cioé da un contratto sociale alla Hobbes – ma solo da un comune riconoscimento.

Cosa c’entra tutto questo con il convengo di oggi? C’entra nel trovare i criteri per giudicare il “valore” di un’attività politica. Un criterio è confrontarla con una platonica idea del liberismo. Un altro criterio è porla in relazione alla capacità di produrre assetti liberali nella società, di far sì che il gioco produca un equilibrio di un certo tipo anzichè di un altro: e questo si ottiene se la cultura liberale, i temi liberali fungono da “focal-point effect” per i partecipanti al gioco politico. Il primo criterio guarda a come i politici liberali-sostantivo agiscono e si organizzano nella vita politica. Il secondo a come fare perché i valori liberali-aggettivo innervino il patrimonio culturale dei partecipanti al gioco politico, e inneschino quell’effetto di focalizzazione che fa scegliere un equilibrio piuttosto che un altro. Da un lato c’è il tema della visibilità politica dei liberali-sostantivo; dall’altro quello della invisibilità della cultura liberale-aggettivo.

Che relazione c’è tra i due criteri di valutazione? L’organizzazione e la collocazione dei liberali-sostantivo influiscono e no, e in che senso sull’effetto di focalizzazione su valori liberali-aggettivo? Queste sono le domande che propongo ai partecipanti alla tavola rotonda.

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