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Archivio per il Tag »Generali«

→  agosto 3, 2011


Orgoglio e pregiudizio, ingannevoli filtri consolatori. Per orgoglio nazionalistico abbiamo rifiutato vendite a soggetti esteri con cui si sarebbe salvato qualcosa: Tirrenia ieri, Alitalia l’altrieri. Per pregiudizio, se qualcuno vuole prendere partecipazioni di rilievo in aziende che consideriamo pilastri della nostra economia, non può che essere per sottrarcele. Ci si accorge che, con questi prezzi in Borsa, mettendo sul tavolo cifre relativamente modeste, si possono acquisire partecipazioni che consentano l’effettivo controllo in grandi banche e assicurazioni italiane, e suona il grido di allarme: attenzione, e se a farlo fossero grandi istituzioni finanziarie straniere? Questo è il pericolo paventato da Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera e non solo. Ma esiste davvero? Soprattutto, sarebbe un pericolo?

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→  marzo 14, 2003


Perché l’Unicredito ha deciso di sferrare l’attacco al cuore delle Generali

Perché Unicredito è disposta a spendere una montagna di denaro (con i suoi alleati) nelle Assicurazioni Generali?
Sono disponibili 5 spiegazioni. Le prime 4 non convincenti.

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→  marzo 10, 2003

il_riformista
Generali. Le banche e gli assetti proprietari

Nella vicenda della scalata di Unicredito a Generali è necessario innanzitutto sgombrare il campo da un argomento pretestuoso. Questa non è una querelle des anciens et des modernes. Questa non è la battaglia che vede schierata da una parte la finanza moderna, anglosassone, quella delle public company, dove la proprietà è separata dal controllo e questo va ai manager in virtù dei loro buoni risultati; e dall’altra la finanza medievale, delle azioni che si pesano e non si contano; degli incroci con cui gli azionisti privati di Mediobanca, con i soldi degli azionisti bancari e del parco buoi, mantengono il controllo delle loro aziende con un minimo di capitale.

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→  settembre 19, 2002


Intervista di Laura Matteucci

Senatore Debenedetti, che opinione si è fatto di quanto sta accadendo a piazzetta Cuccia?
«Per orien­tarsi, ci si può ri­ferire ai grandi principi genera­li: quello che le aziende devono creare valore per i loro azioni­sti; oppure il principio per cui, anche se og­gi le banche pos­sono detenere partecipazioni in aziende indu­striali, la situa­zione ottimale è quella in cui so­no gli individui, direttamente o tramite i fondi pensione, a possedere le azioni delle aziende. Tutte cose ovviamente giu­ste e condivisibili, da perseguire in una prospettiva di lungo temine. Nell’immediato, io credo che si deb­ba concentrare l’attenzione su un obiettivo molto rilevante per il no­stro Paese, per ragioni sia economi­che che politiche. Questo obiettivo per me è l’indipendenza di tre sogget­ti. Innanzitutto, quello dell’unica no­stra grande impresa europea, tra l’al­tro l’unica vera public company ita­liana: le Generali».

E di Mediobanca, immagino.
«Esatto, l’indipendenza di Me­diobanca, che è – non dico l’unica per non offendere nessuno – ma cer­to la nostra maggiore merchant bank. E infine l’indipendenza del Corriere della Sera, il nostro maggio­re giornale. Indipendenza nel senso che le loro identità aziendali venga­no preservate, la loro gestione e i loro obiettivi non siano subordinati a quelli dei soggetti controllanti. An­che perché queste sono le condizioni della crescita. Per esempio è impor­tantissimo che Rcs cresca e si raffor­zi, magari con l’ingresso in Borsa: è fondamentale che entri nella partita per privatizzare la Rai, in modo da fare uscire il Paese dal duopolio pub­blico privato, che avvantaggia tanto Berlusconi».

La porta girevole delle Genera­li si è aperta ancora una volta, con l’uscita di Gianfranco Gut­ty e l’arrivo di Antoine Bernheim: adesso che succede?
«Parlavo prima di crescita: è in­dubbio che i risultarti di Generali non sono stati soddisfacenti. Un esempio: l’Ina, un’acquisizione paga­ta cara, non sembra abbia portato ad una sua valorizzazione, che ne abbia utilizzato tutto il potenziale».

Quale sarà l’esito della partita che si è aperta in Mediobanca?
«Non faccio previsioni, come po­litico posso solo indicare quelli che a me sembrano gli interessi generali da perseguire: credo di averli indivi­duati in questa indipendenza, e quin­di penso si debbano giudicare gli esi­ti alla luce di questo obiettivo».

La strada intrapresa le sembra quella più giusta, rispetto al­l’obiettivo che ha indicato?
«È presto per dirlo».

C’è chi all’origine di tutti i pro­blemi vede il conflitto d’inte­ressi tra Mediobanca da un la­to e Unicredit e Capitalia dall’altro. È d’accordo?
«Capitalia e Unicredit sono i due soci bancari di Mediobanca. Hanno proprie ambizioni di mer­chant banking, e partecipano al capi­tale di una merchant bank. Io non credo però che questa situazione si possa connotare come conflitto di interessi. Anche per non inflaziona­re l’espressione e riservarla al conflit­to che ben conosciamo. Io lo chiame­rei un conflitto operativo, tra due opzioni: sviluppare un business al­l’interno, o partecipare ad uno ester­no al perimetro aziendale. I mana­ger devono scegliere tra due opzioni. Con un caveat, nello specifico. Nes­suna grande banca ha avuto succes­so nel merchant banking. Del resto, anche IntesaBci ha acquisito una par­tecipazione in Lazard, ma c’è da rite­nere che le lascerà grande indipen­denza operativa, senza cercare di in­tegrarla».