Quanto fa il 20% di pluralismo? La legge Gasparri non ce lo dice

luglio 17, 2003


Pubblicato In: Giornali, Il Riformista

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Duopolio – Come si assicura l’integrità di Mediaset

Per trasformare l’attuale duopolio RAI-Mediaset in un mercato concorrenziale, ci sono due passaggi chiave: mettere in gioco la RAI privatizzandola; porre un limite alla quota di mercato di un singolo operatore. Su tutti e due il testo del Governo é ambiguo: sulla RAI, non dice la data in cui il Tesoro ne avrà ceduto il controllo; e del mercato di riferimento non fornisce né una definizione logica né una stima quantitativa.

Secondo logica, il mercato di riferimento é quello dei destinatari del messaggio comunicativo. Dato che la misura dell’audience può essere controversa, la si può desumere conteggiando quanto le aziende pagano per l’audience che riescono a catturare per la loro pubblicità, e quanto la gente é disposta a pagare per l’intrattenimento mediatico e per l’informazione. Logico che il conteggio sia fatto non solo sulla TV ma su tutto il sistema delle comunicazioni. Per decidere che cosa ne fa parte e che cosa no, i tecnici dell’antitrust usano il principio della “sostituibilità dei beni in presenza di vincoli di bilancio”. Per un’impresa il vincolo di bilancio é il suo budget pubblicitario: può spenderlo comprando spazi sulle TV o sui giornali, con inserzioni sulle pagine gialle o con affissioni. Per l’individuo il vincolo di bilancio é il suo tempo libero: può spenderlo guardando la TV o un DVD, leggendo un romanzo, ascoltando un disco, andando al cinema.
Il ddl Gasparri invece fa un ragionamento in tre parti. Prima (art.2) fa l’elenco delle imprese che formano il Sistema Integrato delle Comunicazioni (SIC): radiotelevisive; di produzione di contenuti; editoria di ogni tipo compreso Internet; cinema, produzione e proiezione; dischi; imprese di pubblicità. In secondo luogo (art. 15) definisce quali ricavi di quelle aziende debbano essere conteggiati: canone, pubblicità, sponsorizzazioni, televendite, attività promozionali, convenzioni e provvidenze pubbliche, offerte televisive a pagamento, vendite di beni e abbonamenti, prestazioni di servizi. Infine stabilisce che nessuna impresa possa conseguire “ricavi” superiori al 20% delle “risorse” complessive del settore del SIC. Le “risorse complessive del settore” sono dunque una tabella con righe e colonne: le colonne sono intestate alle aziende, le righe alle attività. A ogni incrocio sta la cifra dei ricavi fatti da quell’azienda per quell’attività.
Invece che enunciare principi logici, la legge fa elenchi: e quindi spuntano incertezze interpretative e manifeste assurdità. Alcuni esempi.

  1. “Ricavi” o “risorse”? Ciò che si intende misurare é la somma delle entrate (ricavi) delle imprese del SIC? o é la spesa (risorse) degli utenti – individui e imprese – per usare i servizi forniti dalle imprese? Anche se si fanno i conti bene (ad esempio con le regole della contabilità nazionale) permangono differenze: ad esempio l’IVA non é un ricavo per le imprese; ma é una spesa, per gli individui e per le imprese, anche se queste la recuperano.
  2. All’incrocio tra “imprese di pubblicità” ( art 2) e “prestazioni di servizi” (art.15), dovremmo mettere anche le attività di Pubbliche Relazioni, l’organizzazione di convention aziendali ecc. In quello tra “editoria a mezzo internet” e “vendita di beni”, dovremmo scrivere tutto l’e-marketing. Un’impresa decide di vendere i propri prodotti non con venditori o distributori, ma con direct marketing: spese di vendita, secondo la logica; vendita di beni ( art.15) effettuata da azienda di pubblicità ( art.2) secondo la legge, che le conteggia come risorse del settore. Tutte manifeste assurdità.
  3. Che cosa c’entrano con il sistema dei media gli abbecedari, le tavole dei logaritmi, le istituzioni di diritto romano? Ma la legge inserisce tra i ricavi anche l’editoria scolastica e manualistica.
  4. In assenza di principi, calcolare la risorse, senza dimenticarne e senza contarle due volte sarà un incubo per l’Autorità, una manna per i patrocinatori al TAR. I ricavi dalla produzione di un film saranno solo gli incassi al botteghino dei cinema (italiani) più i diritti di trasmissione TV (idem). Per una campagna pubblicitaria, la Spaghetti SpA, , si rivolge alla Gastropubblicità Srl, che ordina lo spot al produttore Fastspot, e che compra gli spazi TV da Mediachesapete: risorse sono la somma dei costi di intermediazione, di produzione e di trasmissione. Pensiamo alla Formula 1: gli inserzionisti italiani pagano la Rai che paga Ecclestone per i diritti di trasmissione in Italia di una corsa a cui Ferrari paga per partecipare con le sue vetture su cui Vodafone paga per scrivere il proprio nome. Chiaro?
  5. Canone. La Gasparri (art.15) lo computa tra le risorse. Ma ciò che il canone finanzia non fa parte del mercato contendibile, non segue le scelte dell’utente. E’ una contraddizione logica comprendere nel mercato la tassa per avere un servizio che il mercato non fornisce. Ma la contraddizione più clamorosa é con il testo stesso: all’art. 18 fa divieto di utilizzare il canone per scopi diversi da quelli dello svolgimento del servizio pubblico, all’art. 15 lo equipara in tutto ai proventi da pubblicità. Con questo si garantisce a Mediaset un indebito vantaggio competitivo, legando le mani alla RAI, l’unico concorrente in grado di contrastarla.

Dal modo in cui verrà calcolato il “totale delle risorse” dipendono beni costituzionalmente garantiti, quali il pluralismo e la libertà di impresa e di concorrenza. Si discute di una percentuale, il 20%, ma sull’importo totale su cui calcolarlo il Governo non fornisce nessuna indicazione. Il Parlamento discute da mesi su congetture mormorate, sui conti di qualche solitario volonteroso: né in sede di relazione tecnica, né rispondendo al richieste in commissione o in aula, il governo ha fornito un esempio di calcolo. Questo é più che assurdo, é indecente. Solo con notevoli dubbi interpretativi, l’Istituto per l’Economia dei Media, presso la Fondazione Rosselli – non l’Istituto Gramsci, per capirci – mi ha fornito una stima della spesa di comunicazione, come ricavi affluenti ai media, di 23,4 miliardi di euro, a cui arriva contando 6 miliardi per direct marketing e promozione (dunque più dei 5,7 di TV e radio, canone compreso?) e 1,7 miliardi di relazioni pubbliche. Un totale di poco inferiore ai 25 che risulterebbero a Mediaset. Secondo i criteri che ho esposto, il totale non arriva a 18. Ma il Ministro Gasparri tace, il relatore sen. Grillo acconsente, e il Parlamento va avanti al ritmo di 300 votazioni al giorno, senza sapere di che cosa si parla.

Che il Governo voglia assicurare l’integrità del Gruppo Mediaset – Mondadori, lo si sapeva prima ancora che della legge fosse scritta la prima parola. La cosa in sé potrebbe, in certe condizioni, non essere incompatibile con la creazione di un mercato concorrenziale. Ma che bisogno c’è di ricorrere a queste reticenze e opacità? Forse perché non basta ciò che c’é, e si vuole licenza di aumentare ancora la posizione dominante del gruppo? La maggioranza può anche votare senza sapere questo dato, nella certezza che qualcuno i conti li ha fatti. Ma per l’opposizione questo non vale: l’opposizione ha il diritto di sapere contro che cosa vota.

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