I Big Tech per crescere devono guadagnare. Ecco perché non saranno mai uno “stato”

aprile 17, 2018


Pubblicato In: Giornali, Il Foglio


Fa effettivamente un certo effetto vedere sul proprio smartphone il grafico di come ci si è mossi nella giornata trascorsa, quanto a piedi e quanto con mezzi, ricostruire le soste nei negozi, le pause per il caffè, e quella deviazione per accompagnare una ragazza che non si era vista da tanto tempo. E’ timeline, un servizio a cui si accede da Googlemaps. “Ma così sanno tutto di noi!”: è la reazione istintiva, tra il perplesso e lo spaventato. Google è esplicito nel richiedere uno specifico consenso a questa “tracciatura”, e nel garantire che i grafici della timeline saranno accessibili solo da quel telefonino e con quella password. Ma se la cosa è tecnicamente possibile a Google – vien da pensare- lo è anche a qualcuno senza il mio permesso, anzi senza che io neppure lo sappia. Siamo al Grande Fratello?

Una prospettiva inquietante, e neppure tanto di fantasia. Il NYT di una settimana fa riportava che il governo indiano sta raccogliendo le impronte digitali, le iridi e le facce di tutta la popolazione, 1,3 miliardi di persone: la registrazione è necessaria per dare un esame a scuola, per aprire un conto in banca, per prendere il biglietto del treno. Si chiama Aadhaar il progetto di dare un’identità digitale a tutti. Un pretesto? Però “grande fratello” è il termine affettuoso con cui molti indiani si rivolgono a uno straniero per chiedere aiuto.

In Cina invece il gioco è scoperto: è infatti opinione comune che Tencent e Alibaba abbiano “risolto” il problema della privacy che tormenta Facebook e inquieta la società americana, consentendo alle autorità pubbliche di accedere ai dati. Oltre a quelli che si procurano direttamente con un’assillante videosorveglianza.

Perché con Google è diverso? Per una ragione di fondo: perché Google per crescere deve guadagnare. Quindi proporrà timeline solo se i clienti troveranno il servizio utile, o perché gli piace avere automaticamente il diario della giornata, o perché trova comodo ottenere informazioni – sulla farmacia più vicina , il ristorante vegetariano, la toeletta per cani – senza bisogno di aprire un’altra app, cosicché Google riuscirà a vendere pubblicità agli esercizi commerciali. Indirettamente o direttamente, qualcosa ci deve guadagnare. Ma non passerà le informazioni né a una moglie gelosa né a uno Stato troppo curioso: perché sa che perderebbe tutto. Sta in questa certezza la garanzia per il cliente.

Ha protetto anche se stessa Apple quando nel 2015 e 2016 ha resistito a ben 11 ordini di vari tribunali statunitensi, che le imponevano di consentire all’ FBI l’accesso ai contenuti degli iPhone5 dei terroristi dell’attacco di San Bernardino, nel Dicembre 2015, in cui erano morte 14 persone, o almeno di disattivare il dispositivo che cancella automaticamente i dati quando si prova a hackerare il telefono. “Il governo degli Stati Uniti, disse Tim Cook, ha chiesto ad Apple di prendere una decisione senza precedenti che minaccia la sicurezza dei nostri clienti. Noi ci opponiamo a quest’ordine, che ha implicazioni che vanno bene al di là della questione legale in corso. E’ necessaria una discussione pubblica, e noi vogliamo che i nostri clienti e la gente di questo Paese capiscano che cosa è in gioco.”

“Don’t do evil”, è stato per molti anni il motto di Google. E’ nella cultura libertaria degli anni 70 che è cresciuta Silicon Valley. Non è solo sul potere della tecnologia, ma anche sulla fiducia di come viene impiegata che i Big Tec hanno costruito il loro patrimonio di credibilità. E’ la necessità di mantenerla, oltre a quella di continuare a guadagnare e crescere, che ci protegge dal pericolo che i Big Data diventino Big Brother. Gli è ben presente “che cosa è in gioco”: la loro stessa esistenza. Certo, anche Tencent in Cina cresce e guadagna: ma lì ad angosciare più che la prospettiva di un futuro col Grande Fratello è il ricordo di un passato del “Grande Salto in Avanti”. Facebook sta toccando con mano quanto può costare deludere la fiducia dei propri clienti.

E’ quindi con sorpresa che si è letta la dichiarazione di Mark Zuckerberg al Senato USA, secondo cui “Facebook è più simile a uno Stato che a un’azienda”. Gli sarà scappato dopo essere stato torchiato per cinque ore, avrà voluto dire che i 2 miliardi e 200 milioni di “amici” costituiscono una comunità paragonabile come dimensione a quella di uno Stato. Ma non sembra aver capito che proprio quella similitudine è la prospettiva che deve inquietare: che, al posto di chi vuole guadagnare e piacere, subentri chi vuole “sorvegliare e punire” e, già che ci siamo, tassare. Dato il luogo in cui si trovava avrebbe invece dovuto dire che entrambi, Stato e impresa, devono rispettare i nostri diritti: lo Stato garantendo ai cittadini la libertà di esprimere le proprie opinioni nei social, l’azienda garantendo sicurezza dalle intrusioni, non da essi stessi autorizzate: di privati o di Stati.

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