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Archivio per il Tag »Carlo De Benedetti«

→  dicembre 14, 2017


Caro Eugenio, caro Carlo,

nulla se non la fratellanza dell’uno e la semisecolare amicizia con l’altro mi autorizza ad entrare nella querelle sorta tra voi, su quali potrebbero essere le vostre scelte elettorali, in particolare ove questa dovesse essere tra Berlusconi e Di Maio. Ad altre penne dedurne riflessioni su come le decisioni da voi anticipate si pongano in relazione al vostro passato. Per eleganza evito di annotare che voi ipotizziate scelte che si verificherebbero in una situazione affatto diversa, quella in cui referendum, da voi osteggiato e da me sostenuto, fosse stato approvato e quindi fosse chiaro, a tutti e ab initio, che la legge elettorale è a doppio turno. Mi limito a dichiarare quale sarà la mia scelta, e ad approfittare senza pudore della circostanza che mi si offre per dare risonanza alle ragioni ad essa sottese.

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→  luglio 19, 2016



Intervista di Fabrizio Caccia a Franco Debenedetti.

«Ho parlato con mio fratello. Eravamo entrambi sicuri della condanna, nonostante la fiducia dei legali»

Un’ironia amarissima traspare, inizialmente, dalla sua voce: «Eccomi qua, ho 83 anni, non scappo, non fuggo, non sono ancora detenuto…», dice al telefono Franco Debenedetti, appena condannato dal tribunale d’Ivrea in primo grado a 5 anni e due mesi di carcere per il processo sull’amianto all’Olivetti. La stessa pena che ha avuto il fratello Carlo, l’Ingegnere.

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→  giugno 24, 2015


articolo collegato di Carlo De Benedetti

Ragionando in termini finanziari il problema dell’Europa con la Grecia è uno solo: «non dovevate farla entrare». Difficile dare torto a uno come Lloyd Blankfein, il ceo di Goldman Sachs, uno che solo nell’investment banking mobilita 1,6 miliardi di dollari all’anno. Quando un mese fa l’ho incontrato a New York la nostra discussione è andata, direi naturalmente, su quello che entrambi consideravamo il problema dei problemi: un’Europa che non solo non riesce e fare passi avanti, ma ne sta facendo più di uno indietro. A cominciare proprio dalla Grecia.

In termini finanziari Lloyd ha senza dubbio ragione. Nessuna unione monetaria può reggere su differenze così macroscopiche tra economie nazionali. La Grecia, al di là della falsificazione dei parametri sull’indebitamento, non era in grado di stare insieme alla Germania nella stessa moneta.

E a nulla potevano servire i numeri e i numeretti, i parametri e vincoli, dietro ai quali si è voluto nascondere questa realtà. Oggi le Borse festeggiano un possibile accordo, ma tutta la questione greca – come sottolineava oggi Gideon Rachman sul Financial Times – è un lose-lose qualsiasi sia l’esito della trattativa perché le premesse sono sbagliate.
L’Europa finanziaria, l’Europa dei numeri, è un dead man walking, un brutto sogno che non avremmo mai dovuto concepire. E non ce ne tireremo fuori con altri numeri, altri vincoli, altre regolette. L’Europa esiste, ed è un grande progetto per il futuro, se torniamo a considerarla prima di tutto una comunità di valori e di cultura. E in questo contesto la Grecia è un pilastro del nostro futuro comune, il fondamento stesso – indispensabile – dell’Europa. Ma allora va cambiato completamente il paradigma. Va preso atto del fallimento del disegno a trazione tedesca che da 25 anni produce solo danni. Siamo il continente che cresce meno in tutto il globo, conosciamo una disoccupazione che mai avevamo avuto, demograficamente arretriamo e, soprattutto, ogni giorno vediamo crescere al nostro interno le forze distruttive disgregatrici del populismo anti-europeista e razzista.

È vero, c’è stata la crisi finanziaria. Ma come abbiamo risposto? L’epicentro della crisi c’è stato negli Stati Uniti, loro inizialmente ne hanno vissuto l’impatto più drammatico, ma hanno reagito subito. Chi ha sbagliato ha pagato e si è fatto da parte. Le banche sono state nazionalizzate e poi rimesse sul mercato. La Banca federale non ha mai smesso di pompare liquidità nel sistema. In pochi anni l’economia è tornata a girare e a crescere, la disoccupazione è scesa dal 12 al 5,5 per cento.

È vero, c’è stata la crisi finanziaria. Ma come abbiamo risposto? L’epicentro della crisi c’è stato negli Stati Uniti, loro inizialmente ne hanno vissuto l’impatto più drammatico, ma hanno reagito subito. Chi ha sbagliato ha pagato e si è fatto da parte. Le banche sono state nazionalizzate e poi rimesse sul mercato. La Banca federale non ha mai smesso di pompare liquidità nel sistema. In pochi anni l’economia è tornata a girare e a crescere, la disoccupazione è scesa dal 12 al 5,5 per cento. Intanto abbiamo il record di produzione di progetti per la “nuova Europa”. Pieni sempre di numeri, di parametri, di regole. Avevamo provato a darci una Costituzione e l’avevamo fatta di 370 pagine. Un orrore. Se poi abbiamo provato ad essere ambiziosi, abbiamo prodotto il libro dei sogni che si chiama Lisbona: tanti obiettivi meritori senza una road map che fosse minimamente credibile.

E così siamo qua. Siamo qua a vedere crescere in tutta Europa l’onda dei partiti della rabbia e della protesta. In Francia, in Spagna, in Italia (da noi ce ne concediamo addirittura due), in Grecia. È con vero dolore che ho visto raddoppiare i consensi delle forze anti-europeiste anche in Danimarca, un Paese che amo da sempre, per il suo spirito di libertà, tolleranza, apertura, un Paese anche ben governato. Ma fino a quando la regola dell’Europa sarà quella dei vincoli e dei parametri numerici andrà così.

Anche sulla questione immigrati abbiamo risposto con la stessa logica, con lo stesso stile: lentamente, impiccati dalla mancanza di una policy comune sull’immigrazione e sull’asilo. Secondo le Nazioni Unite i rifugiati nel mondo del 2014 sono stati 59,5 milioni, niente di simile è avvenuto dopo la seconda guerra mondiale. Una situazione eccezionale che richiederebbe risposte eccezionali. Le soluzioni esistono (così dicono gli esperti), ma occorre cambiare il linguaggio politico e di conseguenza è necessario coraggio e visione di lungo termine. Come ricorda Silvia Kaufmann, i 28 capi di Stato e di Governo che si incontreranno questa settimana a Bruxelles dovrebbero avere in mente un precedente tragico: la conferenza di Evian del luglio 1938. Convocata dal Presidente Roosevelt, aveva lo scopo di trovare una soluzione per le centinaia di migliaia di ebrei tedeschi e austriaci disperati dopo che Hitler li aveva espulsi. La conclusione della conferenza fu una catastrofe: né l’Europa, né il Nord America, né l’Australia accettarono di dare asilo a numeri significativi di questi rifugiati. Anche allora le due parole più usate furono “densità” e “saturazione”. Auguriamoci che l’Europa, che ha già vissuto anni fa questa tragedia, non dia una risposta che ha già avuto in passato conseguenze così catastrofiche.
Ma tutto fa pensare che non accadrà. Che l’Europa continuerà la sua deriva.
Andrà così. Andrà così fino a quando non saremo in grado di darci regole capaci di far nascere leader politici europei. Dove pensiamo di andare con l’Europa così com’è? Perciò serve una rifondazione. E non basterà di certo l’aspirina prevista nel documento dei cinque presidenti.

Dobbiamo ricorrere a dosi massicce di politica per restituire l’Europa agli europei. Dobbiamo prendere coscienza che l’Europa esiste se torniamo a concepirla come una piattaforma unica di valori e cultura. Anche gli Stati Uniti, in fondo, funzionano così. Nessuno si immagina di far diventare l’Arkansas una Silicon Valley. L’Arkansas viene sovvenzionato, perché è parte di un sentire comune.

L’Europa così com’è ha fallito. O ne prenderemo rapidamente atto, e saremo capaci di cambiare, oppure saremo travolti dall’onda. Va recuperato l’orgoglio di essere la comunità che ha dato al mondo, proprio partendo dalla cultura ellenistica, il meglio del pensiero e dei diritti dell’uomo. Solo su questa base potremo ancora stare insieme e costruire un futuro comune.

→  novembre 21, 2014


Caro Dago,

e voi pensate che uno come me, per far sapere a chi lo ignorasse che ha una casa a Dobbiaco, se ne va nelle Langhe vestito alla tirolese?
Vi perdono solo perché mi avete scambiato con l’amico Paolo Pejrone, il grande architetto di giardini, lui si elegantissimo nel suo vestito tirolese bordato di rosso.

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→  settembre 24, 2014


di Vittorio Da Rold

«Quello dell’articolo 18 è un problema minore rispetto ai problemi drammatici di questo paese». Così il presidente dell’Espresso, Carlo De Benedetti, a margine di un incontro in Bocconi per l’inaugurazione di una cattedra per l’imprenditorialità in memoria del padre Rodolfo.

L’articolo 18, ha premesso De Benedetti, è stato «storicamente importante ma nelle condizioni in cui è l’Italia oggi, che sono preoccupanti, fermarsi a parlare di articolo 18 è un problema minore, capisco lo spirito dei molti che ci sono affezionati».
Quanto alle resistenze all’interno del Pd alla linea di Matteo Renzi, non solo in materia di lavoro, «sono comprensibili ma devono essere superate», ha auspicato l’ingegnere che ha poi aggiunto: «L’Italia sta degradando, non declinando, è questo quello che succede, siamo miracolosamente ancora in Europa».
E per sconfiggere il declinismo De Benedetti è passato a spiegare perché ha deciso di dedicare un Cattedra alla Bocconi a suo padre, «un vero piemontese, nato ad Asti nel 1892, un gentiluomo dedito al lavoro più che alle pubbliche relazioni, un ingegnere laureatosi al Politecnico di Torino subito dopo la fine della Prima guerra mondiale e che divenne imprenditore, dopo essere emigrato in Germania, grazie a un venture capital ante litteram, un prestito dello zio di mio padre». Così Carlo De Benedetti ha ricordato gli inizi dell’avventura imprenditoriale della sua famiglia e i motivi che lo hanno spinto a istituire la Cattedra Rodolfo Debenedetti in Entrepreneurship alla Bocconi di Milano, grazie a una donazione a titolo personale, dell’ammontare di 3 milioni di euro.

«Con questa iniziativa in memoria di mio padre – ha affermato De Benedetti – vorrei insieme alla Bocconi aiutare i giovani che nonostante tutte le negatività hanno voglia di provarci». Per facilitare questo obiettivo bisogna aiutare l’imprenditorialità italiana a fare un balzo in avanti. In altri termini – ha detto Fabiano Schivardi, il professore titolare della Cattedra – le modalità di apprendimento tradizionali, la palestra dei distretti, non sono più sufficienti, in un mondo in cui il successo d’impresa dipende più dalla capacità di innovazione che da quella di contenere i costi. Una formazione più strutturata e l’acquisizione di capacità manageriali dall’esterno possono essere le soluzioni alla crisi di crescita.

→  febbraio 11, 2009

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da Peccati Capitali

C’é rapporto tra Carlo De Benedetti che lascia gli incarichi operativi nelle aziende che ha creato, e il clima politico seguito alla grande crisi finanziaria? In una prima fase, anni ’70 e ’80, Carlo De Benedetti é stato il simbolo di un capitalismo nuovo per il nostro Paese, trasgressivo verso l’establishment dei salotti buoni e aggressivo nel cogliere le opportunità delle prime liberalizzazioni: chiamato a raddrizzare le Fiat, ne esce dopo 100 giorni sbattendo la porta, salva l’Olivetti, espugna in Francia la Valeo, sfida Craxi sulla Sme e Berlusconi in Mondadori, lancia un’OPA sul Credito Romagnolo, rompe con Omnitel il monopolio Telecom.

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