Vendete anche i bonsai di Stato

luglio 22, 1992


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore


Dopo la manovra. Sono molte le aziende pubbliche che possono essere dismesse.

I commenti e le opinioni che, numerosi e autorevoli, sono stati espressi sullo storico evento delle privatizzazionisi sono prevalentemente concentrati (e divisi) sulla reale intenzione della manovra, sulla struttura tecnica ideata per realizzarla, sugli strumenti finanziari con cui attuarla, sulla questione del 51 per cento. Mi sembra tuttavia che alla passione con cui si discute su come realizzare il processo, non corrisponda un pari approfondimento del perchè farlo.

A decidere di privatizzare si è arrivati per motivi di segno negativo: il dissesto della finanza, pubblica, la necessità di tagliare spese e di reperire risorse. Ma non c’è motivo logico per cui la causa storica della decisione debba esserne anche l’obbiettivo strategico. Sarebbe sprecare una grande occasione il non volersi dare un obbiettivo di segno positivo. Quid boni fecerìs et mali sustinueris: perché limitarsi alla sola seconda parte del versetto?

L’obbiettivo positivo dovrebbe essere quello di cogliere l’occasione della privatizzazione per rilanciare un disegno di politica industriale in cui mercato, concorrenza, iniziative industriali, imprenditorialità privata riacquistino preminenza e. valore, al di là delle distorsioni e dei (certo non disinteressati) ritardi di cui siamo testimoni. Uso con esitazione l’espressione «politica industriale», intendendola non nel senso programmatorio che ha avuto in passato (ci mancherebbe solo di far rientrare dalla finestra ciò che forse uscirà dalla porta), ma nel senso letterale di politica per le attività industriali dei Paese.

I vantaggi e i costi di una politica che ha consentito un cosi grande sviluppo dell’area pubblica, le ragioni del suo permanere nonostante l’evolvere dei tempi e della cultura politica ed economica, i meriti e le colpe dei manager (e io penso che siano assai più i primi che le seconde): ciò è consegnato alla storia e andrà comunque valutato non solo alla luce dei risultati economici, ma di una situazione politica interna e internazionale che non si può sbrigativamente dimenticare. È però indubbio che la presenza così massiccia di aziende a partecipazione statale ha avuto anche effetti negativi per un corretto sviluppo dei mercati.

In molti casi le aziende a partecipazione statale sono monopoliste nel loro settore, ma anche quando non lo sono dispongono di strumenti che logicamente utilizzano per ottenere posizioni dominanti; nei rapporti con la Pubblica amministrazione, solo per citare un esempio, si è lasciata diffondere nei funzionari pubblici l’opinione che le aziende di Stato debbano godere di diritti di prelazione, o possano garantire immunità amministrative.

Anche se i criteri «sociali» oggi non vengono più esplicitamente assunti dalle partecipazioni statali a obbiettivi aziendali (e quanto all’opportunismo politico, chi è senza peccato…), in molti casi questi obbiettivi per natura, arco temporale su cui si proiettano, mezzi disponibili appaiono difformi da quelli che un’impresa privata può far propri. In alcuni casi poi la stessa interiorizzazione di criteri privatistici ha contribuito ad allargare l’area occupata dal settore pubblico. Il riportare tutto a una logica di mercato dovrebbe essere l’obbiettivo positivo, prioritario e qualificante del programma.

Se si concorda con questo obbiettivo, c’è un mezzo molto semplice e rapido per realizzarlo. Non si deve solo pensare ai macrosettori delle Partecipazioni statali, i telefoni, l’acciaio, i cantieri, le linee aeree: all’interno di questi macrosettori esistono decine, forse centinaia di aziende minori (rispetto alle maxi-holding) che svolgono attività non centrali, ma che di fatto sottraggono spazio al mercato e all’iniziativa privata. Perché non fare un inventario di tutte le aziende o rami d’azienda, che fanno fatturati poniamo inferióri a 500 miliardi che potrebbero essere convenientemente isolate e vantaggiosamente vendute?

Le famose battaglie per i take-aver degli anni 80 hanno dimostrato che dal break up di grandi complessi industrial-finanziari si possono estrarre e valorizzare beni reali, con un’effettiva creazione di ricchezza e di efficienza. Sò per esperienza quante attività esistono all’interno dei grandi Gruppi, attività che, in quel contesto, vedono le proprie logiche sovente modificate e depriorizzate, mentre possono diventare imprese autonome ed efficienti. Se ciò avviene in Fiat o in Olivetti, credo che in Iri ed Eni ci siano da attendersi prospettive addirittura entusiasmanti.

Si dice che il panorama industriale italiano è fatto più di bonsai che di baobab: ma sono pure questi bonsai che hanno fatto i miracoli economici di cui non dovremmo dimenticarci. Dove sono oggi? Perchè non sfidarli sul loro terreno, offrendo loro non più sussidi o incentivi, ma occasioni di investimento, restituendo al mercato e al gioco della concorrenza tutte le società o business unit che svolgono attività accessorie o complementari? La questione del 51% in alcuni casi non si lascia risolvere rapidamente in modo aprioristico; il problema del collocamento delle obbligazioni o dei pacchetti azionari delle superholding presenta formidabili problemi: perchè non parallelizzare quel processo con un altro, che miri ciò che è più rapido e facile? A quelle dismissioni che paiono fatte su misura per la struttura industriale del nostro Paese, cui allude la nota metafora botanica? Gli stessi manager pubblici, una volta che fosse stato chiaramente stabilito che le Partecipazioni statali non potranno più allargare ad altri settori il loro campo di attività, potrebbero essere motivati e incentivati a ricavare il massimo dalle dismissioni di aziende o rami d’azienda non centrali.

Potrebbe sembrare un’ipotesi minimalista: prima di affermarlo credo varrebbe la pena fare un inventario. Non dimenticando i tempi di attuazione, che potrebbero essere assai rapidi. L’imboccare questa strada avrebbe poi conseguenze rilevanti anche per le attività principali, che da uso strategico dell’outsourcing e della sverticalizzazione potrebbero trarne importanti margini di efficenza. Sappiamo quante dissennatezze si siano coperte (e certo non solo in ambito pubblico) con i fomi di pretese sinergie. Oggi il mercato apprezza e valorizza sempre di più operazioni a contorni strategici ben definiti, il contesto competitivo esige attività maniacalmente focalizzate. E ciò vake non solo per i business «minori» ma anche per i business principali.

Recentemente, su «Il Sole 24 Ore», è stata indicata nella privatizzazione la via per arrivare alla costituzione dei famosi (o famigerati) poli industriali. Premesso che è ovvio che attività omogenee, complementari o addirittura concorrenti potranno essere convenientemente raggruppate, sono molto sospettoso dell’opportunità di introdurre elementi di dirigismo (chi deciderà quali poli fare e come farli?) in un sistema che così tardivamente cerca di liberarsene.

L’operazione, per i tempi rapidi con cui può essere attuata, darebbe credibilità all’intera manovra economica: restituire attività al mercato e alla concorrenza stimolerebbe l’iniziativa; la necessità di ripagarsi l’investimento sarebbe un formidabile incentivo alla razionalizzazione e all’efficienza; l’autotithy antitrust avrebbe l’occasione per favorire la creazione di un mercato più aperto, impedendo il ricrearsi di legami di forniture prevalentemente captiva. Certo tutto sarebbe più semplice se disponessimo di un mercato finanziario di dimensioni adeguate e funzionante.
Una siffatta dichiarazione di fiducia nelle capacità del mercato, se accompagnata da qualche altro segno concreto, sarebbe probabilmente uno stimolo anche alla rivitalizzazione del mercato finanziario: non possiamo attendere che questa prceda, ma piuttosto dobbiamo far sì che accompagni un tale processo.

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