Un primo passo per riformare il lavoro

maggio 11, 2000


Pubblicato In: Giornali, Panorama


Se fosse vero quello che ambiguamen­te fanno intendere i sindacati, e cioè che con il referendum si legalizzano i licenziamenti ingiustificati, ovviamente voterei No. Invece così non è, il divieto di licenziamenti antisindacali o discriminatori rima­ne in vita esattamente come prima; abrogando l’arti­colo 18 dello Statuto dei lavoratori si leva solo ai giu­dici il compito di stabilire se è vero o no che un’azien­da non ha più lavoro da dare, e quindi il potere discre­zionale di ordinare il reintegro del lavoratore licenziato: magari dopo due anni di incertezze per tutti.

Certo c’è un’enorme differenza tra il quesito referendario e la proposta di legge da me avanzata più di tre anni fa. Quella che io proponevo non era la pura eli­minazione della tutela, ma una sua redistribuzione: di meno ai lavoratori supertutelati, quelli con contratto a tempo indeterminato, ormai minoranza nel Paese; di più alla massa crescente di lavoratori parasubordinati, che oggi ne sono del tutto sprovvisti. «Abbassare le mu­ra e allargare le porte della cittadella delle tutele» di­ceva Pietro Ichino, ai cui lavori mi ero ispirato. I sinda­cati hanno fatto muro e così ci resta solo il referendum. Se sarà bocciato, di riformare un istituto che esiste so­lo in Italia tra i paesi europei non si parlerà più per an­ni. Se invece sarà approvato, si troverà subito una mag­gioranza parlamentare per varare una legge che riequi­libri l’edificio delle tutele. Questa è la scelta su cui si devono pronunciare gli elettori il 21 maggio.

«La missione del centrosinistra è una politica capa­ce di azioni coraggiose che hanno bisogno di fiducia per eliminare l’incertezza» ha detto in Senato Giuliano Ama­to presentando il suo governo. Noi vogliamo sottrarre i rapporti economici alle incertezze di un giudizio, vo­gliamo dare certezze: alle imprese certezze dei costi, ai lavoratori dei propri diritti.

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