Un PD e tre identità da capire

luglio 18, 2009


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore

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Sovente le metafore coniate dalle scuole di management sono state adottate dalla politica: raramente con profitto. Gli allievi delle varie Mc Kinsey sono ai vertici di grandi imprese e banche italiane, ma per avere successo a capo di strutture politiche o dotate di potere politico sono necessarie conoscenze diverse: perché del tutto diversi sono i meccanismi razionali ed emotivi attraverso i quali si sceglie un dentifricio da quelli con cui si esprime un voto.

Protetto da così esplicita dichiarazione, mi sia consentito usare un criterio da business school come spunto per una riflessione sul PD e sulle scelte che il suo congresso deve compiere. Questo: é perdente una strategia che si vanifica nel momento in cui si realizza.
E’ esattamente il tipo di strategia di cui Antonio Di Pietro sta dando esempio. Quella della sua IDV é tutta basata sul no sempre e comunque a Berlusconi; non (solo) ad alcuni provvedimenti del suo governo, ma a lui in quanto Berlusconi, a prescindere. Essa può anche avere un lusinghiero consenso, come le ultime elezioni hanno dimostrato: ma é evidente che, se e quando Berlusconi non fosse più il capo del Governo, l’IDV resterebbe sprovvista di strategia, costretta a ricostruirsi un’identità. Ed è poco credibile che le circostanze consentano a Di Pietro di intestarsene il merito dell’evento, obbligando chi si fosse “soffermato sull’arida sponda” a dover “dir sospirando «io non c’era»”.

E’per il PD che la faccenda diventa seria. La maggiore forza dell’opposizione non può non avere una strategia per il dopo Berlusconi. Su come ci si arriverà, se come termine di un ciclo politico, alla fine naturale di questa legislatura (come io ritengo più probabile), oppure per un evento che ne anticipi la data, si possono fare congetture diverse. Ma i due scenari, ora che il Quirinale non è più, per ammissione dell’interessato medesimo, un esito plausibile, sarebbero in sostanza variazioni sullo stesso tema: personaggi politici, quelli a cui fanno capo le varie componenti dell’attuale maggioranza, in competizione tra loro per la leadership. E’ su questo tavolo che il PD dovrà fare il suo gioco, che può solo essere quello di alleato con forze che oggi fanno parte della maggioranza. Altre ipotesi sono escluse: senza Berlusconi, mancherebbe il collante per le coalizioni eterogenee che abbiamo conosciuto, e di cui d’altronde nessuno si augura il replay.
In questa prospettiva, il compito del nuovo segretario si presenta complicato. Deve compattare il proprio campo, perché solo una forza coesa può interessare come partner in un novo quadro di alleanze. Ma deve farlo evitando parole d’ordine che scavino un fossato tra “loro” e “noi”. Deve cioè evitare che il berlusconismo venga considerato come una malattia contagiosa, inevitabilmente contratta da chiunque abbia sostenuto il cavaliere. Non fosse che per questa ragione l’antiberlusconismo è oggi più pericoloso che mai per la sinistra: sarebbe diabolico se, oltre ai danni che ha fatto quando Berlusconi c’era, li facesse anche quando non occuperà più la scena politica.

La difficoltà che si presenta al nuovo segretario è in qualche modo analoga a quella che dovettero affrontare, in tempi diversi, i due eterni contendenti dei DS: Massimo D’Alema durante la Bicamerale nel 1996-97, Walter Veltroni dieci anni dopo, durante la campagna elettorale del 2006. Difficoltà che consiste nel dover raffigurare il nuovo – una nuova forma di Stato e di governo, nuovi rapporti tra i poteri costituzionali, nel caso di D’Alema; un partito a vocazione maggioritaria, nel caso di Veltroni – mentre il Governo, di Romano Prodi in entrambi i casi, gestisce l’esistente. Il conflitto tra la necessità di indicare il nuovo orizzonte e l’opportunità di capitalizzare su ciò che esiste fu fatale ad entrambi i progetti, quello della bicamerale dalemiana e quello del PD veltroniano.
Analogamente, per il nuovo segretario, la difficoltà è individuare temi identitari e obbiettivi programmatici capaci di consolidare i consensi esistenti, e nello stesso tempo fungibili per una futura alleanza con pezzi della maggioranza. La difficoltà é risvegliare l’orgoglio di un’appartenenza, pur sapendo che – allo stato delle cose – sarà impossibile avere la leadership di quella alleanza. Servirebbe avere una visione di che cosa può fare la sinistra in questa crisi e nel mondo che ne uscirà: ma per ora il solo che sembra essere riuscito a raffigurarlo in modo convincente all’elettorato è Barack Obama. Per il PD, doverlo fare come partner di una coalizione, rende la cosa paradossalmente meno ardua.

Riuscire in questo compito è alla portata di ciascuno dei tre attuali candidati (perché nel caso di Grillo il problema neppure si pone). Ciascuno di loro, in modi diversi, appare adatto per inserirsi in qualcuna delle combinazioni che si presenteranno nel dopo Berlusconi; e le incertezze su quale sarà la combinazione più interessante sono troppe per indirizzare la scelta tra di loro. Chiunque sarà eletto, questo è lo scenario che avrà di fronte. Gli sarà utile aver sempre presente che il successo sta in ciò che si fa, non in ciò che accade.

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