Tv, la ricchezza via cavo

febbraio 21, 1995


Pubblicato In: Giornali, La Repubblica


Il sistema dei media è alla ribalta ovunque. Ma mentre da noi la discussione è polarizzata sulla «intricata partita sulle regole» di cui parla Rodotà (La politica in TV, la Repubblica del 14 febbraio), non passa giorno o settimana che Financial Times, Wall Street Journal, Frankfurter Allgerneine o Economist non riportino notizie di fusioni, acquisizioni, accordi, investimenti per miliardi di dollari.

Mentre nel mondo la liberalizzazione dei servizi di telecomunicazione porta a tutti gli utenti servizi migliori a prezzi fortemente calanti, chi ricorda che la privatizzazione dei servizi di pubblica utilità deve portare concorrenza e mercato dove c’è monopolio, viene sospettato dal presidente del Senato Scognamiglio (Corriere del 15) di essere membro del «partito trasversale e occulto», timoroso dei cambiamenti, nostalgico della proporzionale, quando non colluso con le degenerazioni partitocratiche.
Non si intende dire che il problema delle regole non sia importante. Ma ci sono regole per la carestia e regole per l’abbondanza. Siamo costretti a perdere tempo e opportunità dilaniandoci su un problema di retro-guardia—come dividere una risorsa scarsa (Io spettro delle frequenze disponibili) — mentre nel mondo si stanno preoccupando di darsi regole per utilizzare le risorse abbondanti (le trasmissioni via satellite e soprattutto cavo) che nel frattempo si sono realizzate. In Europa solo noi, la Grecia e il Portogallo non abbiamo reti-cavo. Mentre in Usa qualcuno ha proposto di interdire l’etere alla Tv, per riservarlo a servizi più pregiati, noi abbiamo i 2/3 di tutte le televisioni private d’Europa. Discutere sulla par condicio non viene gratis.
Se abbiamo la (fino a qualche tempo fa) migliore televisione del mondo gratuita o quasi, non è che siamo più furbi degli altri: la paghiamo tutti i giorni facendo la spesa. La paghiamo anche tagliandoci fuori da un mondo dove ci sono aziende che vorrebbero promuovere i loro prodotti, spettacoli che vorrebbero essere visti, servizi di cui potremmo disporre, lavori che potremmo fare. Almeno la bolletta telefonica dovrebbe interessare anche chi non si appassiona al problema del Cda Rai: dacché telefono, Tv, fax, dati, sono per la trasmissione, la stessa cosa, e tutti concorrono a usare le stesse infrastrutture.
Nel nostro Paese una risorsa scarsa (lo spettro di frequenze via etere) e una in monopolio (la rete telefonica fissa nazionale); altrove una risorsa sovrabbondante (le centinaia di canali trasmissibili via cavo). E chiunque capisce che risorsa scarsa vuol dire prezzi elevati.
Le regole della carestia sono diverse dalle regole dell’abbondanza. Rodotà giudica illusorio un insieme di garanzie che non riguardi anche il satellite e il cavo: purché non si finisca
per regolamentare qualcosa che non esiste, perché non può legalmente esistere. Si preoccupa che possa «venir meno la natura di servizio universale dell’accesso» alle nuove reti: purché questa preoccupazione non porti a che nessuno disponga di tali servizi. Paventa il formarsi di posizioni dominanti: ma solo un riflesso condizionato può portarlo ad associarle alla «logica privatistica»: la posizione
dominante, nelle telecomunicazioni, c’è già, è del concessionario unico nazionale, che, nella disattenzione generale, rischia di renderla inaccettabile annettendosi anche il monopolio delle reti-cavo.
La più importante di queste nuove infrastrutture, il cavo, almeno finché la legge 73 del 1991, che avrebbe dovuto liberalizzarlo, non avrà regolamento attuativo, è inibita a tutti, tranne che alla Stet. E Stet, lanciando 1′ esperimento Stream, si candida a essere proprietario e gestore della rete-cavo nazionale, che dichiara di voler rendere disponibile a tutti: usando argomenti affatto identici a quelli di Rodotà. Invece la «logica privatistica» temuta da Rodotà (e dal monopolista) ha portato l’Inghilterra in pochi anni a rilasciare 136 licenze a 24 operatori, nessuno dei quali ha più del 17% del mercato, creando un settore industriale valutato in 25.000 mld, e non solo senza farne sopportare costo e rischio tecnologico all’abbonato telefonico (gli investimenti sono interamente privati), ma contribuendo a ridurre il costo della bolletta. Perché qui sta il punto: le reti-cavo nascono solo se all’operatore-cavo viene consentito di fornire anche il servizio telefonico. Prospettiva sulla quale logicamente l’abbonato e il monopolista hanno opinioni diverse. Bloccare la nascita di operatori-cavo indipendenti equivale a svuotare di molto se non del tutto la portata pratica della liberalizzazione delle infrastrutture telefoniche di base, che Bruxelles ci impone a partire dal 1998.
Una delle regole di cui si parla riguarda il divieto di verticalizzazione: o meglio l’obbligo per i concessionari di reti-cavo di concederne l’uso a chiunque ne faccia richiesta. Preoccupazione fondata, ma che noi tendiamo a sopravvalutare. Siamo abituati a ragionare in termini di risorse scarse (1 etere), mentre il cavo, che rende simultaneamente disponibili centinaia di canali, ci immette nel mondo delle risorse abbondanti; dal mondo controllato dall’offerta, in quello determinato dalla domanda Chi ha investito somme considerevoli per realizzare una rete-cavo dovrà dispiegare un’intensa attività di marketing per scoprire tutte le nicchie di mercato possibili (e sarà gelosissimo del rapporto con il cliente), sarà lui alla ricerca di contenuti con cui saturare l’immensa capacità di trasporto di cui dispone. Sarà il suo
conio economico a-garantirci il pluralismo. Se invece si vieta rigorosamente la verticalizzazione, da un lato chi vende programmi e deve solo pagare per il loro trasporto, sarà meno costretto a dedicare risorse per sviluppare nuovi servizi; dall’altro chi deve costruire la rete sarà meno propenso a investire, dipendendo da altri peri propri ricavi. Ma all’opposto, se chi realizza la rete-cavo fosse anche concessionario del servizio di telefonia voce fissa, sarà impossibile otte-nere che ne conceda I uso a terzi se non a condizioni che non penalizzino le altre sue attività, quelle da cui trae i suoi attuali profitti.
Quindici anni fa, in assenza di regole, Berlusconi costruì il suo potere televisivo: ma almeno ruppe il monopolio statale esistente. Oggi, in assenza di regole, rischiamo di lasciar nascere un nuovo monopolio. Ma rischiamo anche di non far nascere nulla, se applicheremo le regole della carestia al mondo della possibile abbondanza.

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