Tv, il nervo scoperto a sinistra

maggio 27, 2008


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore

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Battaglie e pregiudizi

C’è poco da fare: la televisione, per la sinistra, resta sempre un nervo scoperto. È bastato che qualcuno etichettasse come “salva Rete4” un emendamento del Governo alla legge che recepisce una direttiva comunitaria, perché scattasse il riflesso automatico di ricorrere alla tattica ostruzionista.

La Commissione, nel luglio 2006, aveva mosso dei rilievi su alcune formulazioni della legge Gasparri. Di fronte a una “costituzione in mora” da parte di Bruxelles, la priorità per ogni Governo dovrebbe essere scongiurare il rischio di infrazione; e da qualsiasi Governo ci si dovrebbe aspettare la difesa di una legge approvata dal Parlamento. Salvo poi rimpiazzarla con un’altra. Il Governo Prodi, barando un po’ al gioco, si era difeso…accusandosi, cioè dicendo che la legge Gasparri l’avrebbe sostituita, come se si trattasse di una bocciatura in toto. Pensava così di renderne l’abrogazione un atto dovuto, spianando la strada all’approvazione della legge Gentiloni, con cui imporre a Mediaset di ridurre il proprio fatturato di un quarto. Il giochetto non riuscì al centrosinistra, che ora vorrebbe, come Tecoppa, che il centrodestra stesse fermo perché Bruxelles possa infilzarlo.

Adesso la Commissione è passata al “parere motivato” con 9 rilievi, di cui 2 riguardano la legge Amato del 2001, quanto all’istituzione del mercato delle frequenze, e 7 la Gasparri, quanto alle modalità con cui vengono rilasciate le autorizzazioni a trasmettere in tecnica digitale, che per Bruxelles limitano la concorrenza. Il modo più ovvio per rispondere è quello di adeguarsi al “parere motivato”, recependo in legge esattamente la formulazione richiesta da Bruxelles: ed è ciò che fa l’emendamento del Governo.
L’AGCOM ha predisposto il piano delle frequenze: quelle digitali possono essere assegnate. Invece per quelle analogiche, nell’atto di concessione non sono indicate le frequenze, la maggioranza delle emittenti, compresa Rete 4. hanno la concessione di diritto ma usa le frequenze di fatto. Il piano nazionale delle frequenze, previsto fin dalla Mammì, redatto dall’AGCOM, non è mai stato attuato anche a causa di varie pronunce dei tribunali amministrativi. Il problema è quasi inestricabile e, nella prospettiva del digitale, di fatto accantonato.
In ogni caso Rete 4, con le obbiezioni di Bruxelles, non c’entra nulla (è nominata solo in due note a piè di pagina). Entra invece in una vicenda affatto diversa, non parlamentare ma giudiziaria, attualmente all’esame del Consiglio di Stato. Infatti Europa 7 era ricorsa chiedendo un risarcimento perché, pur avendo una concessione, non aveva mai potuto trasmettere causa la non assegnazione delle frequenze. Il giudice aveva ritenuto di rivolgere alla Corte di Giustizia Europea una serie di quesiti circa la compatibilità di alcune nostre norme con i principi comunitari. La Corte ha risposto indicando alcune divergenze. Sarà ora il Consiglio di Stato a decidere se e come Europa 7 dovrà essere risarcita.

C’è da chiedersi che senso abbia, per chi ha lavorato alla costruzione del PD, contendere a scrittori di libelli e al partito di Di Pietro il loro piccolo e redditizio monopolio giustizialista; che vantaggi ci sia per il PD di ritornare al girotondismo del 2001-2006, e al radicalismo del 2006-2007. Del PD, della sua identità e della sua strategia, la fine dell’antiberlusconismo preconcetto è il punto di partenza. Ripudiare la demonizzazione dell’avversario significa combatterlo per quello che fa, ma accettarlo per quello che é. Berlusconi possiede tre reti televisive: può piacere o non piacere, ma questa è la realtà. Gli italiani lo sanno e per cinque volte in quindici anni gli hanno sostanzialmente dato la maggioranza dei voti. Li hanno dati a lui e alla coalizione di destra da lui guidata, e non a chi lo combatteva per la sua anomalia. Ci sono state sentenze della Corte e leggi dello Stato, nel frattempo la situazione si è evoluta: il regime non si è realizzato, anzi nessuno può negare che l’evoluzione sia stata verso un maggiore pluralismo. Oggi ci sono le condizioni perché la questione televisiva, e dunque anche di Mediaset, non siano più dei totem e quindi neppure dei tabù, nel senso che se ne possa discutere in sede legislativa e regolamentare come di un argomento “normale”.

La fine dell’antiberlusconismo preconcetto significa anche cercare nei propri errori le ragioni delle proprie sconfitte. Sperare che Bruxelles ci condanni per come si assegnano le frequenze, quando potrebbe condannarci per l’immondizia di Napoli; pensare che la migrazione che preoccupa la gente sia quella di Emilio Fede sul satellite, significa non avere il senso della realtà del Paese. Forse, più semplicemente, non avere il senso dell’opportunità.

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