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Archivio per il Tag »pandemia«

→  gennaio 15, 2021


Al direttore.

Come già l’antiberlusconismo militante, così anche l’antirenzismo andrebbe spiegato. E non solo quello con l’elmetto di Marco Travaglio, ma anche quello diventato un topos di giornalisti e commentatori normalmente equilibrati e pacati. Esemplare l’accusa di avere aperto una crisi “in piena pandemia”: punto. Non uno che dica: avere aperto la crisi con un “Recovery fund” (come ormai è invalso l’uso di chiamarlo) che presenta ancora tante criticità. Ovvio: il minimo residuo di onestà intellettuale obbligherebbe a riconoscere a Renzi la parte che ha avuto nel demolire la struttura piramidale prevista all’inizio, 300 esperti, guidati da manager dei grandi monopoli statali, e al vertice, s’intende, il premier. E la parte determinante avuta poi nel riequilibrare un poco verso gli investimenti un progetto scandalosamente sbilanciato verso i sussidi.

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→  dicembre 16, 2020


Al direttore.

L’influenza spagnola uccise, tra il 1918 e il 1920, da 50 a 100 milioni di persone, più della somma dei morti della Prima (17 milioni) e della Seconda guerra mondiale (60). Eppure sono 80.000 i libri che si possono sfogliare sulle guerre, sulla Spagnola ce ne saranno al massimo 400. Perché? Secondo Ivan Krastev, in “Is it Tomorrow Yet? Paradoxes of the Pandemic”, recensito dal Financial Times, la ragione è che è difficile descrivere una pandemia come lo scontro del bene e del male; manca una storia e manca una morale. Morire per una malattia invece che per una pallottola non è un atto di patriottismo o un eroico sacrificio, e non se ne può trarre nessun significato più profondo. Proprio così: dal morire di Covid non si può trarre nessun significato, e profonda è solo la sofferenza per arrivarci.

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→  dicembre 10, 2020


di Franco Debenedetti, Natale D’Amico e Francesco Vatalaro

Uno studio pubblicato su Nature mette a punto un metodo che prevede i casi reali dei contagi e la loro evoluzione

Per contrastare la pandemia (prima che arrivino i vaccini, e finché non saremo praticamente tutti vaccinati) ci sono sostanzialmente due modi: evitare i contagi e isolare quelli che possono contagiare. I lockdown e i tamponi. I due metodi sono opposti per molti aspetti: per la granularità, nulla nel lockdown totale, massima, fino al singolo individuo, con i tamponi; per la collaborazione richiesta, pura obbedienza nei lockdown, volontaria coi tamponi; per la lesione delle libertà personali, grave nei divieti di movimento inerenti ai lockdown, minima coi tamponi; per l’efficienza attesa dalla pubblica amministrazione, “militare” per i lockdown, elevata per i tamponi, dato che i positivi vanno seguiti e isolati. I costi sono per entrambi notevoli e dipendenti, per il lockdown dalla durata ed estensione, per i tamponi dalla frequenza di ripetizione. Infine dai pericoli per la privacy, nulli nel lockdown, lasciati all’attenzione del personale nei tamponi. Dall’insorgere della pandemia, le pubbliche autorità hanno deliberato su chiusure e aperture, su categorie e su attività consentite; sui tamponi invece, tranne casi isolati, non sono riuscite neppure ad assicurarne la disponibilità in quantità adeguata. In entrambi i casi prendendo decisioni sulla base di valutazioni spesso qualitative o di analisi di parametri e di soglie lasciate all’apprezzamento di esperti, sprovvisti di un feedback georeferenziato e tempestivo sugli effetti delle misure prese. E’ invece noto che si formano dei focolai di contagio ossia luoghi di “super diffusione” del Covid-19 che per di più variano nel tempo in intensità e localizzazione in modo a prima vista imprevedibile; specie quando il numero di casi infetti supera una certa soglia e diviene difficile prevedere dove si verranno a creare. Inoltre sono ben note le disparità nei tassi di infezione entro una popolazione, con impatto sproporzionato del virus sui gruppi socio-economici svantaggiati.

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→  maggio 13, 2020


Lo dice perfino il direttore dell’Istituto Superiore di Sanità: sui tamponi bisogna cambiare strategia. Perché solo adesso? C’era l’esempio del Veneto: perché in Lombardia no? Perché Sala deve mandare i tamponi da esaminare in Francia? Sono morti in troppi: indaghi un’alta commissione indipendente, prima che se ne occupi la magistratura. Senza adeguata capacità diagnostica la app di tracciatura sarà un flop.

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→  aprile 10, 2020


La pandemia limita, fin quasi ad annullarli, diritti che riteniamo intangibili: muoversi nel territorio del Paese, incontrarsi con altre persone. Se lo sopportiamo, tutto sommato con straordinario civismo, è perché sappiamo che è per il bene nostro e del Paese. Questo non può dirsi per le norme sul golden power annunciate ieri sera dal primo ministro Conte: ledono il diritto di proprietà, per giunta quando disporre della propria ricchezza potrebbe essere più necessario. E sono di danno per il Paese, quando si tratterà di ricostruire i danni di questa “guerra”. Con la differenza che i diritti di circolazione e di riunione verranno (forse perfin troppo presto) ripristinati, le lesioni a quello di proprietà rischiano di lasciare cicatrici permanenti.

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→  aprile 1, 2020


È una fortuna che il Governo goda di un giudizio positivo, anche se purtroppo non se lo merita. Dati, imprese, soluzioni. Idee per evitare che l’Italia guarisca morendo.

Sarà perché siamo tutto il giorno su Internet, sarà perché tutti siamo concentrati a cercar risposte agli stessi interrogativi, ma sembra che sia aumentata la velocità di circolazione delle idee: ancora pochi giorni fa erano quelle sui dati per conoscere il presente, adesso son quelle sul “dove stiamo andando” per evitare di perdere il futuro. C’è una logica comune tra la strategia per quali e quanti dati raccogliere, e quella per evitare che il Paese “muoia guarito”, per mutuare la frase di Renaud Girard, il grande cronista di guerra del Figaro. E ciò, com’è ovvio, chiama in causa il Governo, la sua strategia, la sua capacità di far ripartire il Paese. E il giudizio, come si vedrà, è del tutto diverso da quello che ci raccontano le analisi demoscopiche: giudizio sia su quello è stato fatto, sia su quello che ci si dovrebbe preparare a fare per riportare le aziende a produrre e la gente a lavorare; e sulle le ragioni culturali e politiche che ne sono alla base.

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