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→  gennaio 1, 2014


Chi si ricorda del Betamax Sony? Dove è finito Blockbuster? Sono episodi di una storia che si ripete. La stabilità di una posizione dominante è l’opportunità per un’innovazione che riesca ad aggirarla; chi se ne vede minacciato -allora erano i fornitori di contenuti – usa il proprio potere per soffocarla nella culla; se ci riesce, innovatori e innovazione finiscono nel dimenticatoio; se no, nasce un nuovo modello di business. Alla fine, a guadagnarci, possono essere anche quegli stessi che si sentivano attaccati. Pochi giorni fa un post su Techcrunch* faceva la ricostruzione di questa storia. Vale la pena ripercorrerla.

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→  dicembre 24, 2013


Una delle ragioni della bassa crescita, italiana ed europea, è che troppi lavoratori sono impiegati e troppi capitali investiti nei settori diventati meno dinamici dell’economia. E’ il tema di uno dei dossier preparati per il semestre europeo a presidenza italiana, per essere proposti a Enrico Letta. Spostare capitali e persone in settori trainanti richiede cambiamenti radicali: può non bastare il cambiamento del management, servono culture diverse, può essere necessario l’innesto di outsider, fino al trasferimento del controllo.

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→  novembre 11, 2013


di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

Alla fine degli Anni 80, la parte di attività economica gestita dallo Stato era in Italia superiore a quella di qualsiasi altro Paese europeo, eccezion fatta per la disastrosa parentesi dei governi Attlee e Bevan in Gran Bretagna.
Quel modello entrò in crisi all’inizio degli Anni 80, crisi politica e morale oltre che economica. Fu Giuliano Amato, prima da ministro del Tesoro, poi da presidente del Consiglio, ad avviare il processo per sottrarre le banche al controllo pubblico, creando i presupposti per la privatizzazione di Efim, Eni e IRI. Fu un cambiamento tanto radicale da paragonarlo (il paragone è dello stesso Amato) al passaggio tra regime fascista e Repubblica.
Perché, nonostante la ovvia differenza fra la dittatura mussoliniana e la Repubblica democratica, entrambe non conoscevano il senso del limite dell’intervento pubblico.
E sbagliato dire che non ci fosse una strategia e, ce lo consenta Raffaele Bonanni, non è da par suo sostenerlo sulla base dell’usurato folklore della finanza (giudaico-massonica?) a bordo del panfilo della regina d’Albione.
Prima ancora dell’esigenza di ridurre il debito (che comunque per effetto di quelle privatizzazioni scese in un quinquennio di 12 punti in rapporto al Pil, un risultato mai più ripetuto), c’era l’obbiettivo di restituire al mercato la parte di economia che per mezzo secolo era stata sottratta all’iniziativa privata.
Non solo questo aveva prodotto risultati che sarebbe impietoso ricordare (si pensi al fallimento dell’Efim che lasciò un buco stimato dal liquidatore, il professor Predici, in circa 7 miliardi di euro), ma soprattutto aveva impedito il formarsi di un vero capitalismo privato.
Per avviare le privatizzazioni venne approntato un nuovo quadro legislativo: il Testo Unico sulla Finanza, compresa la legislazione sull’Opa per rendere contendibili le aziende; la legge 474 per dare un quadro legislativo alle modalità di privatizzazione e alla destinazione del ricavato; le autorità di regolamentazione come condizione per privatizzare i servizi pubblici essenziali (se alcune non hanno funzionato è anche per il modo in cui la politica spesso ne ha gestito le nomine, non certo per colpa dei privati regolati).
Ma dopo averli tenuti nella bambagia per sessant’anni (con alcune importanti eccezioni), non si poteva pensare che spuntassero all’improvviso imprenditori italiani robusti.
A quello che era stato definito «capitalismo senza capitali» (e, potremmo aggiungere, con pochi imprenditori) si chiese di trovare i capitali, finanziari e umani, per acquisire oltre all’Iri, all’epoca la più grande azienda d’Europa, l’Enfi e altre più problematiche attività. Il tutto vincendo le resistenze interne dei manager delle aziende di Stato. Tutto si può fare meglio, ma essere riusciti a farlo comunque e in poco tempo, è stato un grande successo di cui andare orgogliosi. E, ci consenta di osservare, sin dall’inizio le critiche nascondevano la difesa di interessi particolari che le privatizzazioni avrebbero smantellato (ricorda la Stet?).
La riduzione delle spese è all’ordine del giorno. Ma, come abbiamo ricordato nell’articolo del 5 novembre, per tagliare le spese ci sono due modi: uno è ridurre quanto si spende per fare le cose, l’altro è ridurre le cose che si fanno. Il primo modo è sempre a rischio, richiede uno sforzo continuo nel tempo; il secondo è definitivo. Finché un’attività è dello Stato, lo Stato deve gestirla, e ciò costa soldi e comporta responsabilità. Dopo che ha venduto, lo Stato non gestisce più: la dimensione e i costi dell’amministrazione si riducono in modo permanente. Ciò che succede dopo, giusto o sbagliato che sia, lo è per gli azionisti, allo Stato non costa.
Vendere un’impresa pubblica non significa ridurre la ricchezza del Paese. Le aziende statali non sono, se non in senso strettamente contabile, «ricchezza del Paese». Al contrario, spesso la inibiscono impedendo od ostacolando la nascita di aziende che provino a far e le stesse cose senza la copertura del «papà Stato». La ricchezza di un Paese sta nella sua produttività e nella sua capacità di innovare, che non nascono certo fra imprenditori protetti dallo Stato. Il prestigio di un Paese non sono le aziende statali: è il fatto che la gente voglia venirci per lavorare e provare ad avere successo. Magari investendo in Italia, acquistando un’azienda. Ma perché dovrebbe farlo se sa che verrà pregiudizialmente accusato di essere complice di una «svendita»?

→  novembre 11, 2013


di Raffaele Bonanni

Caro direttore,
il dibattito innescato dall’editoriale di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sulle privatizzazioni ci ha riportato indietro nel tempo e precisamente ai primi di giugno del 1992 quando a bordo del panfilo della famiglia reale inglese «Britannia», in una riunione di esponenti della finanza internazionale e del mondo imprenditoriale italiano, si decise di vendere gran parte delle aziende pubbliche (Iri, ma e Imi) per fare cassa, senza alcuna strategia industriale e senza alcun disegno di democrazia economica e di partecipazione dei lavoratori.
Fu, davvero, una occasione perduta perché quelle aziende si sono disperse e hanno una avuto una forte regressione sia sul mercato, sia sul piano occupazionale.
Hanno ragione Alesina e Giavazzi quando sostengono che bisogna abbattere il debito pubblico, riducendo drasticamente la pressione fiscale, giunta ormai a livelli insostenibili per i lavoratori, i pensionati e le imprese.
Ma non è vendendo le poche aziende d’eccellenza a capitale pubblico che si risanano i conti dello stato. Parliamo di grandi gruppi industriali che operano sul piano internazionale, che fanno utili e distribuiscono dividendi persino superiori al loro valore di mercato.
Vogliamo distruggere questo patrimonio umano e professionale come è accaduto per le telecomunicazioni o per gran parte del settore agroalimentare italiano? Non è questa la strada giusta. Lo diciamo fui da ora con fermezza al ministro dell’Economia, Saccomanni: la Cisl si opporrà alla prospettiva di ulteriori privatizzazioni al buio, senza una discussione seria con il sindacato sulle ricadute occupazionali, sulle garanzie degli investimenti e sulla partecipazione dei lavoratori nei luoghi alti della decisione imprenditoriale.
La ricchezza economica di un Paese va salvaguardata non dilapidata. Questo è il compito di chi governa la cosa pubblica. Per abbassare le tasse, l’unica strada possibile è quella di tagliare la spesa pubblica improduttiva. Si cominci con il dismettere subito il patrimonio immobiliare e demaniale che ammonta a circa 400 miliardi di euro. Chiudiamo tutti quegli enti inutili, le troppe società in house piene di debiti delle Regioni e quelle aziende municipalizzate dove si annidano sprechi, ruberie ed inefficienze. Mettiamo sul mercato le micro aziende statali, regionali o comunali mal gestite, lottizzate dai partiti e che non fanno utili. Il governo faccia subito un decreto, imponendo i costi standard a tutte le amministrazioni pubbliche, a tutte le Regioni, agli enti locali, alla sanità. Riduciamo le consulenze e il numero esorbitante dei dirigenti pubblici spesso strapagati, legati alla politica e senza alcun controllo di merito. Anche noi siamo contrari a ulteriori patrimoniali che rischiano di ricadere solo sulle spalle della povera gente, come è accaduto con le eccessive tasse sulle case. Ma un Paese civile non può consentirsi di tassare la speculazione finanziaria al 20 per cento, meno del denaro «sudato», come avviene in tutta Europa. O di proteggere il gioco d’azzardo online e i videogiochi (che hanno un volume d’affari di 5o miliardi di euro) con una tassazione scandalosa dallo 0,6 al 3% del fatturato. Cerchiamo di favorire gli investimenti esteri in Italia, invece di pensare di vendere grandi aziende come Eni, Enel, Finmeccanica o Poste che producono reddito, ricerca e innovazione. E se il governo ha davvero gli «attributi», come sostiene il presidente Letta, cominci da queste cose e non dalla vecchia ed equivoca ricetta di svendere i «gioielli di famiglia», ciò che fa prestigio, ricchezza e benessere per il nostro Paese.

→  ottobre 28, 2013


Intervista di Federica Meta a Tommaso Valletti

Secondo l’economista “agitarsi” attorno al tema della sicurezza e dell’occupazione “è tipico di un mondo che vuol conservare lo status quo e vuole trovare pretesti da dare in pasto al grande pubblico”. Le operazioni fatte in difesa dell’italianità “servono solo a trasferire risorse”

L’italianità della rete? Un grimaldello. Lo scorporo? Avrebbe un vantaggio per il Paese, a patto che avvenga in un quadro di regole certe. Tommaso Valletti, ordinario di Economia all’Imperial College London e all’università Tor Vergata di Roma, analizza gli scenari economici e industriali legati all’operazione Telefonica.

Come giudica l’operazione Telefonica su Telco?
Per analizzarla vanno considerate tre questioni diverse tra loro: i debiti di Telco, il prezzo pagato da Telefonica e le conseguenze per Telecom Italia.

Andiamo nel dettaglio.
I debiti ci sono da oltre dieci anni, in parte per via dei giochi di potere tipici del nostro capitalismo, le famose “operazioni di sistema”. Generali, Mediobanca e Intesa Sanpaolo che nel passato si erano prestate volentieri a questo gioco, ora non sono più disposte ad investire. Per cui c’erano poche alternative alla salita degli spagnoli. Sul prezzo pagato, Telefonica ha fatto un buon affare dato che ha acquisito il controllo di Telco con pochi spiccioli. Ma questo lo consente la legge italiana sull’Opa che non tutela affatto gli azionisti di minoranza.

Le conseguenze per Telecom quali saranno a suo avviso?
La compagnia dovrà probabilmente dismettere, per motivi antitrust, le attività in Sud America. Ovviamente queste operazioni non avranno ricadute dirette sull’Italia, trattandosi di mercato separati. Ma comunque spiegano l’interesse di Telefonica per Telecom. Analizzando il mercato italiano, invece, non mi aspetto grandi cambiamenti: Telefonica, dal punto di vista industriale, è una società simile a Telecom Italia, più grande forse, ma con un volume di indebitamento simile. Le sinergie tra mercati sono poche, visto che le due società operano su mercati con connotazione geografica molto spinta. Semmai, se il mercato riconoscerà a Telefonica un minor rischio rispetto a Telecom Italia, il costo del capitale potrebbe diminuire e gli investimenti crescere un pochino.

L’operazione ha riacceso il dibattito sull’italianità della rete. Secondo lei ha un senso difenderla?
Assolutamente no. Gli spauracchi che si agitano sulla sicurezza e sull’occupazione sono tipici di un mondo che vuol conservare lo status quo e trova pretesti da dare in pasto al grande pubblico. È talmente ovvio che tutte le operazioni per difendere l’italianità che abbiamo fatto sino ad oggi – Alitalia in testa – non hanno comportato altro che il trasferimento di risorse dalla tasche dei cittadini a quelle di qualche gruppo privato.

Ma perché ci ricaschiamo ogni volta, allora?
Ci deve essere un errore di comunicazione o di informazione. Nel caso specifico non cambia nulla sulla sicurezza delle rete, checché ne dica il Copasir. Voglio dire che se la rete era già poco sicura, lo rimane. E poi mi pare che la memoria sia corta: problemi di sicurezza ce ne sono stati durante la gestione dell’italianissimo Marco Tronchetti Provera.

Altro tema sotto i riflettori è lo scorporo della rete. Ha ancora un senso strategico e/o economico?
Lo scorporo non ha un senso strategico per TI perché è l’asset non replicabile più importante che possiede, anche se ovviamente tutto dipende dal “prezzo”: se venisse “strapagata” la rete, ovvio che gli azionisti ci guadagnerebbero. Potrebbe avere un senso economico per il Paese: senza separazione vi è il rischio che l’operatore integrato verticalmente metta in atto comportamenti anti-competitivi nei confronti dei rivali a valle; cosa puntualmente sanzionata dall’Antitrust. Con la separazione invece questi comportamenti verrebbero meno. Detto questo, i problemi che vedo legati allo scorporo superano i vantaggi.

In che senso?
Bisogna chiedersi chi stabilisce il prezzo? A chi spetta il controllo della rete separata? Sotto quali regole di accesso? Domande regolarmente eluse nel dibattito attuale, perché tacciate di mera “tecnicalità”, ma talmente importanti da non poter avviare alcuna discussione altrimenti. Uno scorporo così vago non lo considero altro che un modo di ripianare debiti privati con risorse pubbliche – nel caso il pubblico si presti a partecipare in qualche modo, lasciando eventualmente il controllo effettivo della rete nelle mani di TI – senza risolvere alcun collo di bottiglia. Le operazioni di scorporo sono delicatissime e hanno bisogno di tempo, esperienza e risorse di altissima qualità. Non mi sembra ci siano i presupposti nel nostro paese.

I sindacati chiedono di non fare lo spin off, ma di puntare ad un aumento di capitale, anche riservato a Cdp. La proposta può avere un senso?
Non credo che la Cdp abbia le competenze per gestire una rete nazionale. E mi si perdoni il leit motiv: Cdp è esattamente il canale che serve alla classe politica affamata di spazi da occupare e nomine da controllare.

È partito l’allarme occupazione. C’è il rischio di perdere posti di lavoro?
Dipende dagli investimenti: se questi salgono, anche l’occupazione ne potrà risentire positivamente. Non mi aspetto molto da Telefonica, ma sono leggermente ottimista. Non posso dimenticare che gli investimenti di Telecom negli ultimi anni son stati sotto la media europea, quindi spero che si possa invertire questo andamento. Basta prendere statistiche “neutrali”, e non di parte: secondo la Digital Agenda Scoreboard 2013 della Commissione Europea, l’Italia è ultima come rapporto Capex/ricavi tra i 18 paesi analizzati (12,2%, la metà del Regno Unito ndr). Siamo anche ultimi come copertura della Nga e sempre nella parte molto bassa della classifica per la penetrazione della banda larga. Solo nel mobile ce la caviamo bene.

Governo e Parlamento stanno lavorando – rispettivamente – alla golden power e alla revisione della legge sull’Opa. La strategia scelta per stoppare Telefonica la convince?
La legge sull’Opa andrebbe cambiata, a prescindere dall’operazione Telefonica. Sulla golden power il mio giudizio è negativo. L’interferenza politica è una delle cause dei nostri mali. Ma mette tutti d’accordo: capitalisti indebitati che non rischiano di proprio, sindacati che proteggono le proprie posizioni, il grande pubblico male informato che cerca rassicurazioni. Arriva la politica che fa da deus ex machina e salva l’italianità Un copione già visto. La golden power, dunque, non fa altro che guadagnare del tempo per cercare di trovare anche questa volta la “soluzione di sistema”.

→  ottobre 25, 2013


Il Senato ha approvato una mozione che impegna il Governo a modificare la legge sull’Opa obbligatoria. Oggi scatta se un investitore raggiunge una quota del 30%; secondo la proposta, se si accerta un nuovo controllo di fatto. Che si tratti di una norma ritagliata su Telecom Italia è evidente, e i proponenti, Massimo Mucchetti del Pd e Altero Matteoli del Pdl, non ne fanno mistero. Telecom è controllata da Telco con il 22,4%; se Telefonica, che ha il 46,8% di Telco, ne diventa azionista di maggioranza, prende il controllo di Telecom stando sotto il 30%. Con la legge attuale non è obbligata all’Opa; Mucchetti vuole obbligarla a farla.

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