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→  febbraio 1, 2021


di Giuseppe Colombo

Nel saggio “Fare profitti” di Franco Debenedetti un’analisi sugli utili come ascensore sociale. E sui danni dello statalismo Covid

Se pensate che i buoni per eccellenza (leggere Papa Francesco) e i buoni del momento (il riferimento è al neo presidente degli Stati Uniti Joe Biden) possano salvarsi dalla penna arguta di Franco Debenedetti, allora siete costretti a premere il tasto “reset” prima di leggere il suo ultimo lavoro. Perché il saggio “Fare profitti. Etica dell’impresa” (Marsilio, pp.320) ha un’idea precisa e questa idea – il capitalismo è il capitalismo e le aziende devono fare profitti, sempre e comunque – viene portata avanti dall’inizio alla fine. E per arrivare al capolinea, per renderla credibile e soprattutto attuale oggi che la pandemia ha innalzato lo Stato imprenditore e guida a totem, compie una doppia operazione.

La prima è quella di ricordare le sbandate di chi capitalista lo è stato sempre, direttamente o indirettamente, per convinzione o anche solo per tradizione e status. Vacillare può capitare un po’ a tutti e allora meglio ricalibrare le origini e gli sforzi fatti per tornare a sostenere che l’azienda nasce per fare profitti. L’obiettivo, insomma, è rimpossessarsi di un dna che è venuto a mancare anche solo per un po’. La seconda operazione è quella di tirare giù dalla torre chi avversa il capitalismo con teorie e ragionamenti che secondo Debenedetti sfociano nel populismo piuttosto che nell’ambientalismo di facciata. Insomma gli avversari del capitalismo che sanno spiegare bene perché il capitalismo è il male assoluto e che però non riescono a rendere totalmente credibile uno scenario alternativo.

Il saggio non è un manuale di economia, ma un compendio di personaggi, date e situazioni capaci di entrare dentro alla prima e più delicata questione che il capitalismo genera, da secoli e ancora oggi. E se cioè l’azienda che pensa a incassare, senza farsi travolgere dai fattori esterni, in primis dalla politica, è un mostro a tre teste senza pietà o invece questa modalità è anche la sua essenza, la sua unica responsabilità. Debenedetti è un convinto sostenitore della prima opzione. Di fronte all’emergenza Covid, ma anche a quella ambientale, è immorale perseguire gli utili? “Cambiare tutto, modificare le regole di un capitalismo che ha mantenuto le sue promesse, fare profitti e creare ricchezza per tutti?”, si chiede l’autore. La risposta: “No, certo. Ci sono altri sistemi per aumentare i salari minimi, per ridurre le emissioni, per modificare il finanziamento della politica: la certezza della legge e le iniziative delle democrazie”.

Non è un caso se il saggio inizia con una citazione tratta da un articolo pubblicato dal premio Nobel Milton Friedman sul New York Magazine nel 1970. Eccola la citazione: “La responsabilità sociale delle aziende consiste nell’accrescere i profitti”. Cinquant’anni dopo inizia il viaggio di Debenedetti. E arriva fino ad oggi. Fare profitti nella pandemia? Assolutamente sì. “Proprio nella pandemia – scrive Debenedetti – è necessario che l’impresa usi le sue risorse e si impegni in attività per fare profitti; nella pandemia mostra la sua straordinaria capacità di innovare, per scoprire come combatterla con i vaccini, come renderla tollerabile con le comunicazioni, come modificarsi per le nuove esigenze”. Si innesta qui la critica all’interventismo di Stato che fagocita l’iniziativa privata e che invece di facilitare la riallocazione delle risorse rende il sistema più rigido. Un’impronta così pervasiva da mettere a rischio la più importante delle sfide che l’Italia ha di fronte: spendere bene e in tempo i soldi del Recovery Fund. Debenedetti avverte: si balla tra un’occasione sprecata e un ritrovarsi rinchiusi nel labirinto della burocrazia di Stato che si fa è fatta sempre più dirigismo.

Ma per resistere all’ondata statalista, il capitalismo non può eludere gli stravolgimenti che Covid ha causato nella vita lavorativa. A iniziare dallo smart working. Passa anche da qui – è un altro passaggio significativo del saggio – l’organizzazione, meglio la riorganizzazione capitalistica del lavoro. Ma i principi a cui guardare – dall’innovazione alla concorrenza – sono gli stessi che hanno determinato il successo della società per azioni fin dai tempi della Venezia medievale e della patente reale di Caboto nell’Inghilterra del Cinquecento. Se l’articolo di Friedman vale ancora dopo 50 anni una ragione ci sarà. Il capitalismo non è il nemico. Neppure durante la pandemia.

→  gennaio 19, 2021


Intervista a RaiNews24


RaiNews24, 17 gennaio 2021

Franco Debenedetti presenta il suo nuovo libro “Fare profitti. L’etica dell’impresa”.

Per lettura personale. Vietato divulgare


Franco Debenedetti: «Capitalismo sotto attacco ma lo Stato aiuta i perdenti»



di Francesco Specchia, 4 febbraio 2021

L’unica responsabilità per l’impresa è quella di fare profitto», scriveva il profeta del liberismo Milton Friedman sul New York Magazine, anno 1970.A quel tempo, FrancoDebenedetti era un ingegnere e manager in una media conglomerata, si apprestava a diventare amministratore delegato dell’Olivetti; ma quella frasetta l’aveva stampata in testa. Oggi, dopo una parentesi da senatore (tre legislature nel centrosinistra),da saggista e presidente dell’Istituto Bruno Leoni, mai avrebbe pensato di rievocare Friedman, rendendolo l’incipit del suo libro Fare profitti (Marsilio pp 320, euro 18) che spazia dal digitale a Papa Francesco), per trasformarsi nel templare di un mercato oggi preso d’assaltato dal Covid.

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Il capitalismo per uscire dalla crisi



di Roberto Roveda, 21 febbraio 2021

Come in ogni momento di crisi da un secolo a questa parte anche oggi, di fronte alle difficoltà economiche legate alla pandemia, il capitalismo è sotto accusa. Riemergono con più forza quelle voci ricorrenti che vorrebbero “resettarlo” e vorrebbero imporre nuove forme di responsabilità sociale per le aziende, in particolare quelle per azioni.
In direzione opposta va invece Franco Debenedetti nel suo ultimo libro dal titolo già di per sé esplicativo: Fare profitti (Marsilio, 2021, pp. 208, anche e-book). Per Debenedetti, una lunga carriera di imprenditore e di dirigente d’azienda alle spalle, il ruolo delle imprese all’interno della società non è certo quello di abbracciare la cosiddetta “decrescita felice”.

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FRANCO DEBENEDETTI: «Etica dell’impresa e pandemia: l’importanza di continuare a produrre profitti»



di Matteo Martinasso, 15 marzo 2021

Che ruolo hanno davvero le imprese nella società? Perseguire gli utili in un mondo sconvolto da crisi ambientali e pandemie è immorale o, al contrario, è proprio questa l’unica loro vera responsabilità? Prova a dare una risposta l’ingegner Franco Debenedetti che nel suo ultimo libro Fare profitti (edizioni Marsilio) guida i lettori attraverso un’analisi dell’etica dell’impresa. «L’impresa è l’unità base dell’economia capitalistica, potremmo dire il suo “mattoncino di lego”. Ad essa viene assegnata la responsabilità di creare ricchezza, producendo beni e servizi che la società vuole comprare a un prezzo superiore a quello degli imput necessari a produrli», spiega Debenedetti. «Questo surplus è il profitto, e i profitti di tutte le imprese formano la ricchezza della nazione. La pandemia distrugge ricchezza quindi a maggior ragione è necessario che le imprese che possono farlo lavorino e producano profitti, perché quelle che non ci riescono chiudono e chi vi lavorava al suo interno perde il proprio lavoro».

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Fare profitti, l’etica dell’impresa



di Andrea Cabrini, 1 aprile 2021

Andrea Cabrini intervista il presidente dell’Istituto Bruno Leoni Franco Debenedetti a Class CNBC Speciale

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“Fare profitti. Etica dell’impresa” di Franco Debenedetti



di Redazione, 27 aprile 2021

Dott. Franco Debenedetti, Lei è autore del libro Fare profitti. Etica dell’impresa edito da Marsilio: quali responsabilità hanno le imprese per i grandi problemi sistemici della nostra epoca?
Le imprese hanno una responsabilità che sovrasta tutte le altre. quella di fare ricchezza: è il compito che assegna loro la società, se non lo fanno loro, chi d’altro lo fa? Questo vale anche per i Paesi a cui arrivavano o argento dalle colonie, come fu la Spagna, o che estraggono il petrolio dal loro sottosuolo: consumano ricchezza, non la creano.
Nel farlo le imprese impiegano ricchezze finanziarie, risorse umane, consumano beni comuni. Sono quindi corresponsabili dei grandi problemi sistemici della nostra epoca, come lo sono tutti, dagli Stati alle persone.
Con differenze sostanziali. Gli Stati non dànno nessun contributo attivo alla soluzione, possono solo fissare obbiettivi, e sanzionare chi non li rispetta. Le famiglie possono contribuire modificando i propri consumi e le proprie abitudini individuali. Le imprese sono le sole che possono dare un contributo attivo e significativo: chi se no?

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War Room Books, Barbano intervista Franco Debenedetti, autore di “Fare profitti”, ingegnere, manager e Presidente Istituto Bruno Leoni



di Alessandro Barbano, 14 maggio 2021

Un viaggio al cuore dell’impresa, per definirne la natura, i soggetti, i diritti e gli interessi al tempo delle aziende Big Tech e della pandemia. Lo propone Franco Debenedetti, ingegnere, manager e Presidente Istituto Bruno Leoni nel suo ultimo libro “Fare profitti” edito da Marsilio. Lo ha intervistato Alessandro Barbano in questa puntata di War Room Books.

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Conversazione con Cesare Salvi sul libro di Franco Debenedetti “Fare profitti. Etica dell’impresa” (Marsilio)



di Claudio Landi, 07 giugno 2021

“Conversazione con Cesare Salvi sul libro di Franco Debenedetti “Fare profitti. Etica dell’impresa” (Marsilio)” realizzata da Claudio Landi con Cesare Salvi (giurista, già ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale).

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→  gennaio 18, 2021


di Giuseppe Pennisi

“Fare profitti – Etica dell’impresa”, Marsilio, è il nuovo libro dell’ingegnere Franco Debenedetti che dà spunti per una nuova linfa industriale che sembra persa nel nostro Paese. Un volume che il prof. Pennisi suggerisce di leggere insieme ad altri due scritti dagli economisti Ciocca e Zecchini, per completare un messaggio forte rivolto all’imprenditorialità italiana

Il nuovo saggio di Franco Debenedetti (“Fare profitti – Etica dell’impresa”, Marsilio Editori, 2021, € 18) esce al momento giusto. In Italia si sta tentando di riprendere la via dello sviluppo che pare smarrita da vent’anni. Il documento che dovrebbe tracciarne la rotta (il Piano Nazionale di Rilancio e di Ripresa, Pnrr) è in ritardo; secondo economisti di varie “scuole” è lacunoso e carente.

Lo stesso Pnrr, già nella sua introduzione, spezza una lancia a favore del capitale e dell’investimento pubblico, dichiarandolo più socialmente efficiente di quello privato.

Spira, in generale, da qualche tempo un’aria poco favorevole all’imprenditoria privata: se ne è fatta portavoce a livello internazionale Mariana Mazzucato, docente all’Università di Essex, molto apprezzata del governo Conte (nonostante uno dei suoi ultimi libri sia stato “stroncato” su The Economist del 16-22 gennaio 2021). Questo vento è molto seguito da alcuni cenacoli intellettuali come il Forum delle Diseguaglianze composto da economisti e giuristi che hanno proposto di recente “nuove missioni strategiche per le imprese pubbliche”, in sintesi una nuova combinazione di Iri ed Efim. In effetti, la Cassa Depositi e Prestiti sta da qualche anno silenziosamente trasformando la propria finalità da quella di essere il depositario ed il custode del risparmio postale degli italiani (e soprattutto dei ceti a reddito medio-basso) in qualcosa che assomiglia ad una nuova Iri-Efim- Gepi, affiancata in questo compito da altre holding come Invitalia. Gli esempi potrebbero continuare.

In questo contesto, giunge come “un rompiscatole” ed una “voce fuori dal coro” Franco Debenedetti a rivendicare il ruolo dell’impresa ed a ricordare che il suo primo dovere – un dovere “etico” – consiste nel “fare profitti”. È una massima cardine di tutte le scuole economiche, anche di quella marxista- Ricordatevi il “compagni contadini, arricchitevi!”, slogan di Bucharin nel lontano 1925. Ma che spesso da qualche tempo chi professa di essere economista dimentica.

Franco Debenedetti non è un economista, ma un ingegnere che ha guidato e fondato importanti imprese industriali, spesso in settori innovativi. Dopo la sua carriera industriale ed imprenditoriale, si è posto al servizio del Paese in modo differente di quanto lo aveva fatto da imprenditore. È sceso in politica ed è stato senatore per tre legislature. Non nei banchi della destra o del centro ma in quelli della sinistra. Terminata questa non breve esperienza politica, presiede un think tank, collabora a quotidiani e riviste e, giovanissimo più di prima, scrive saggi in cui mette a disposizione degli altri la propria esperienza.

Il libro, di trecento pagine a stampa fitta (escludendo gli indici), si legge tutto di un fiato anche e proprio perché non è un libro di economia ma il frutto di una vita di lavoro, oltreché di studio e di riflessioni. È in cinque parti, ciascuna costituita da agili capitoletti. La prima parte è quella che più fa riferimento alla teoria economica. In essa si enuncia, prendendo il là da Milton Friedman, come “fare profitti” sia la prima, anzi l’unica responsabilità sociale dell’impresa e si passano in rassegna i “favorevoli” ed i “contrari” di questa ipotesi per poi illustrare come l’impresa nasce, cresce e funziona. La seconda parte analizza come l’obiettivo di massimizzazione del profitto debba e possa realizzarsi “nel rispetto delle regole fondamentali della società sia quelle incorporate nelle sue leggi sia quelle dettate nei suoi costumi etici”. Viene, quindi, tracciata una netta demarcazione tra il diritto/dovere dell’impresa e quello della politica che deve stabilire le regole ed assicurare che esse vengano osservate. La terza parte affronta il problema delle diseguaglianze, spesso indicate come conseguenza del “fare profitti”: circa quaranta pagine dense non di teoria ma di esempi dalla storia recente spiegano come un’impresa che massimizza i profitti è anche il miglior “ascensore sociale” come indicato che quasi il 70% delle persone considerate da Forbes come le più ricche del mondo hanno fondato e guidato la propria impresa.

La quarta parte riguarda l’impresa e le tecnologie. Solo un cenno alla «prima rivoluzione industriale» per introdurre come la società e le imprese cambiano nell’età della tecnologia dell’informazione e gli inquietanti interrogativi che essa pone sia a chi deve regolare (e vigilare) le imprese sia a chi intende crearle e condurle. Ancora più inquietanti quelli posti dal “fare profitti” dalla pandemia sia dal prender spunto da quest’ultima per un’avanzata dello Stato, e della mano pubblica nell’economia in generale.

Da un lato, ci sono i “profittatori”, come in tutte le guerra (quella in corso e contro un nemico sconosciuto, subdolo ed in continua mutazione). Da un altro, lo spirito imprenditoriale viene stimolato dalle infauste circostanze: si pensi al breve periodo in cui centri di ricerca, principalmente di impresse, hanno sviluppato e messo in produzione vaccini. La net economy e la pandemia stanno anche modificando i paradigmi d’organizzazione e conduzione imprenditoriale. Ma l’obiettivo e la finalità etica non cambiano: fare profitti.

Questo è un brevissimo sunto di un libro ricco in cui le trecento pagine, organizzate in venti capitoli scritti in stile più giornalistico che accademico, si leggono agevolmente e volentieri. Anche se il loro sottostante ha ragionamenti densi sulla base di esperienze e di studi.

Potrà contribuire a sconfiggere l’offensiva anti-impresa guidata da Mariana Mazzucato, dal Forum delle Diseguaglianze e da tanti altri in questo primo scorcio di 2021? Potrà soprattutto contribuire a forgiare una nuova migliore politica economica rispetto a quella senza bussola che pare da qualche tempo dominare l’Italia? Molto dipende da chi lo leggerà ed in quale contesto. Il saggio scritto in uno stile piacevole ed accessibile tale da essere una lettura attraente per quelle che un tempo venivano chiamate “persone colte” è chiaramente diretto a quello che veniva definito il “ceto dirigente”.

Meriterebbe di essere letto insieme a due libri recenti, ambedue pubblicati da Donzelli Editore, di autori che non possono essere definiti contigui alla destra: “Tornare alla crescita: perché l’economia italiana è in crisi e cosa fare” di Pierluigi Ciocca e “La politica industriale nell’Italia dell’euro” di Salvatore Zecchini. Ciocca e Zecchini, a differenza di Debenedetti, non provengono dal mondo dell’imprese, ma da quello di grandi istituzioni economiche sia nazionali (Banca d’Italia) sia internazionali (Fondo monetario, Ocse) ed insegnamento universitario. I tre lavori si integrano e lanciano un forte messaggio: un Paese, tendenzialmente caratterizzato da lunghe fasi di stagnazione, ha avuto periodi di crescita nell’età giolittiana e dopo la Seconda guerra mondiale e può averne nell’Europa della moneta unica perché un diritto dell’economia semplice e trasparente, certezza delle regole ed apertura dei mercati hanno stimolato e stimolano l’imprenditorialità a svolgere al meglio i propri compiti e la propria missione.
Occorre chiedersi se è ciò che è avvenuto negli ultimi anni e se è alla base delle politiche pubbliche in gestazione.

Leggi la versione originale sul sito formiche,net

→  gennaio 11, 2021


Il capitalismo è oggi sotto attacco, tra voci critiche che vorrebbero «resettarlo» e nuove forme di responsabilità sociale attribuite alle aziende. Che fare, allora?
«Ci sono altri sistemi per aumentare i salari minimi, per ridurre le emissioni, per modificare il finanziamento della politica: la certezza della legge e le iniziative delle democrazie». Franco Debenedetti, con il suo “Fare profitti: Etica dell’impresa” (Marsilio 2021), propone un viaggio al cuore dell’impresa per definirne la natura, i soggetti, i diritti e gli interessi al tempo delle aziende Big Tech e della pandemia. Per leggere e affrontare i cambiamenti in atto, analizza la crisi della produttività, la tendenza al monopolio dei giganti del Web e le ricadute sulla politica, e riflette sul tema della diseguaglianza, tra classi sociali come tra vertici e dipendenti.

Sono intervenuti:
Michele Boldrin (professore di economia alla Washington University in St Louis)
Franco Debenedetti (presidente dell’Istituto Bruno Leoni)
Fiorella Kostoris (senior fellow della School of European Political Economy LUISS)
Coordina:
Serena Sileoni (vicedirettore generale dell’Istituto Bruno Leoni)

Durante il webinar è stato presentato il libro di Franco Debenedetti, “Fare profitti. Etica dell’impresa” (Marsilio, 2021).

→  gennaio 7, 2021


Fare profitti.
L’etica dell’impresa.

di Franco Debenedetti
2020, Marsilio

Come era accaduto durante la Grande Depressione, il capitalismo è oggi sotto attacco, tra voci critiche che vorrebbero «resettarlo» e nuove improbabili forme di responsabilità sociale attribuite alle aziende. Nell’epoca post-rivoluzione digitale, in cui sono migliorate le comunicazioni e si sono moltiplicati i canali di accesso all’informazione, politici ed economisti si domandano se società per azioni e industria finanziaria, vere artefici di questa rivoluzione, siano all’origine dei grandi problemi sistemici. Che fare, allora? «Cambiare tutto, modificare le regole di un capitalismo che ha mantenuto le sue promesse, fare profitti e creare ricchezza per tutti?», si chiede Franco Debenedetti. «No, certo. Ci sono altri sistemi per aumentare i salari minimi, per ridurre le emissioni, per modificare il finanziamento della politica: la certezza della legge e le iniziative delle democrazie».

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→  gennaio 7, 2021


di Dario Di Vico, 7 gennaio 2020

Un pamphlet pubblicato da Marsilio prende di mira Joe Biden, Papa Francesco e il «Financial Times». Franco Debenedetti: l’impresa genera benefici sociali solo se ripaga gli azionisti.

Se ne salvano pochi. Sotto le acuminate frecce di Franco Debenedetti e del suo Fare profitti, in uscita oggi dall’editore Marsilio, cadono uno dopo l’altro assoluti protagonisti del nostro tempo come Joe Biden e papa Francesco, prestigiose organizzazioni internazionali come la Business Roundtable e il forum di Davos, studiosi à la page come Branko Milanovic, un giornale bibbia del mercato come il «Financial Times» e non vengono risparmiati nemmeno mostri sacri del pensiero riformista come Anthony Atkinson e John Rawls. La loro colpa, il minimo comune denominatore che li porta alla condanna, è quella di fare rilevanti concessioni al populismo e allo statalismo, i due mali che affliggono l’economia contemporanea e che, se preesistevano largamente al virus, ora però si stanno servendo della pandemia per fare il pieno di potere e di consensi.

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