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→  novembre 19, 2008

il_riformista
Caro direttore,

Leggo sul Riformista del 18 novembre una lunga lettera di Franco Debenedetti (“Villari sì e Bassanini invece no”), zeppa di critiche e di insinuazioni velenose nei miei confronti. Le critiche sono tutte legittime quando non sono basate su una manipolazione dei fatti. Ma è invece ciò che fa Debenedetti fingendo ignorare che nel Consiglio d’amministrazione della Cassa depositi e prestiti non sono stato nominato da Prodi (come lui afferma falsamente) ma dagli azionisti di maggioranza, 66 Fondazioni bancarie non classificabili in termini di schieramenti politici.
E fingendo di ignorare che alla stessa presidenza della Cassa (come due anni fa alla vicepresidenza) sono stato designato dai medesimi azionisti di minoranza, e non dal Governo: anche se naturalmente la cosa è stata da essi trattata e concordata con Tremonti, nell’ambito di una riforma della governance della Cassa che affida all’amministratore delegato Varazzani tutti i poteri per la gestione dell’azienda e fa del presidente un organo di garanzia e di raccordo con gli azionisti e le istituzioni (Regioni, enti locali, commissione parlamentare di vigilanza).

Basterebbe questo dato, per vero, a smentire la ricostruzione critica di Debenedetti, il suo ricorso alla categoria del “collaborazionismo” (come un Franco Monaco qualsiasi!) e le illazioni sulla “valenza” della mia nomina (rectius elezione) per il Pd. Ma non si può non notare che anche Debenedetti (come, per vero, molti altri) sembra prigioniero di una cultura iperpoliticistica e ultrapartitocratica, per la quale qualunque cosa, e dunque anche le scelte del variegato mondo delle Fondazioni bancarie andrebbero ricondotte a logiche e convenienze di partito, e andrebbero su queste misurate. È peraltro la stessa distorsione culturale che ha spinto in passato lo stesso Debenedetti a contestare il ruolo e l’autonomia delle Fondazioni bancarie, come espressione della società civile («organizzazioni delle libertà sociali» secondo la felice formula usata da Zagrebelsky nella sentenza della Corte costituzionale che ne ha sancito la natura privata e l’incomprimibile autonomia), e che lo ha indotto a bollarle come insopportabilmente «autoreferenziali», perché non lottizzate dai partiti (almeno nella maggior parte dei casi). Ed è forse proprio questa una delle chiavi utili a capire le ragioni profonde della sua astiosa polemica.

Quanto alla intervista a Cazzullo sul Corriere, forse Debenedetti ignora che ci sono anche interviste (e intervistatori) non pilotati.
Cazzullo mi ha fatto le domande che voleva, e io gli ho dato risposte sincere. Per chi è convinto, come me, che le grandi riforme e le coraggiose innovazioni di cui il Paese ha bisogno richiedono, se non una grande coalizione, almeno un rapporto costruttivo e dialogico tra maggioranza e opposizione, era impossibile sottrarsi alla domanda sull’unica situazione politica che avrebbe consigliato una soluzione alla Merkel, il sostanziale pareggio elettorale del 2006. È peraltro una tesi che sostengo da anni, che ho illustrato nella prefazione all’edizione italiana del rapporto Attali (scritta con Mario Monti), che dunque nulla ha a che fare con la presidenza della Cdp.

Idem sul piano Rovati. È Cazzullo che ha notato qualche convergenza su quanto gli avevo appena detto e il piano Rovati. E Debenedetti, che riceve le newsletter di Astrid, sa perfettamente che da molto tempo andavamo riflettendo su quelle ipotesi (delle quali, all’inizio di quell’estate, avevo discusso con Bernabè, Colao, Parisi, Paola Manacorda, Francois de Brabant). La cena ferragostana con Prodi e Rovati è andata esattamente come ho riferito. Per ciò, pur giudicando intempestiva e inopportuna l’iniziativa di Rovati, l’avevo allora sostanzialmente condivisa nel merito e gli espressi all’epoca la mia solidarietà. So bene che ora questa ipotesi trova consensi nel centrodestra (ma non solo). E allora? Vogliamo porci il problema sostanziale, per il Paese, che è sottesa a quella discussione, o invece di privilegiare le peggiori logiche partitiche? Vogliamo capire chi può finanziare la ristrutturazione in fibra ottica del local loop della rete Tlc, che richiede non meno di 15 miliardi di nuovi investimenti? L’ipotesi di un intervento pubblico in una rete che (almeno per ora) è in regime di monopolio naturale, seguendo l’esempio del Giappone, della Corea (e della Francia), merita la pregiudiziale ideologica avanzata da Debenedetti? O non è questione (opinabile) da affrontare laicamente, confrontando soluzioni alternative?

Cordiali saluti

Franco Bassanini

Dallo statuto consultabile sul sito della Cassa non risulta che i soci che hanno più del 15% del capitale, cioè le Fondazioni, oltre al diritto di presentare una propria lista di consiglieri, abbiano quello di nominare né un vicepresidente né il presidente: con Prodi o con Tremonti, a essere “sovrano” è sempre il Tesoro. Se proprio si vogliono usare parole forti, “manipolazione” è indurre a credere il contrario. Parola forte è anche
“collaborazionismo”: non tocca all’autore difendere titoli e occhielli su cui non mette verbo, ma a Bassanini è sfuggito che, essendo messo al plurale, aveva senso affatto diverso. Quanto alle Fondazioni (bancarie, se è lecito precisare), è vero che la Corte ha sancito la loro natura privata, ma è altrettanto vero che la maggior parte dei membri degli organi di governo sono “nominati” direttamente o indirettamente dal pubblico.
È la differenza tra l’essere e il dover essere. Come al solito.

Franco Debenedetti

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→  novembre 3, 2008


di Edmondo Berselli

I sinistrati siamo noi. Brutalizzati alle elezioni, battuti culturalmente, spintonati ai margini di una società cattiva. Alcuni legati a un’idea troppo razionale di riforme difficili, altri pervasi dalla nostalgia di rivoluzioni impossibili. Risultato: vinceranno sempre gli altri. Perché noi siamo fuori tempo, fuori moda, fuori gioco. E con la triste euforia degli esclusi, fra l’autolesionismo e l’autocompatimento, ci prepariamo a diventare una minoranza permanente. Ma non è colpa nostra: scienziati autorevoli hanno dimostrato che si è di sinistra per via del Dna.

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→  ottobre 1, 2008

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L’intervista

Dopo la bocciatura del rescue-plan da parte del Congresso Usa, ieri il presidente Bush ha rivolto un appello perché si agisca subito, garantendo che si arriverà ad una soluzione. I mercati prima sono crollati, poi ieri, dopo l’annuncio, hanno reagito in modo positivo. Difficile prevedere lo scenario. Per Franco Debendetti «ci sarà una grande concentrazione di banche, quindi minore concorrenza, e questo è già un male. In America si finirà con 3 o 4 megabanche universali. In Europa dipende molto dalla velocità con cui si farà pulizia nei bilanci. Se non lo si farà, si rischia un esito alla giapponese»

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→  aprile 25, 2008

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“Caro Professore, perché si ostina a essere trattato come un cane in chiesa? Venga a prendere il posto che fu di Marco Biagi, in materia di lavoro avrà carta bianca”. Devono essere state queste, più o meno, le parole con cui Silvio Berlusconi ha chiesto a Pietro Ichino di fare il Ministro del lavoro nel suo nuovo Governo.

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→  aprile 16, 2008

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Rappresentanza. Tra vecchi e nuovi schieramenti

La semplificazione del quadro politico è uno dei risultati più appariscenti di queste elezioni. Non si tratta solo di un aspetto formale, anche se per Pier Ferdinando Casini PdL e PD sarebbero in realtà due cartelli elettorali. Il fatto è di sostanza: non sono solo sparite delle sigle, sono usciti dal gioco politico due paradigmi, due stelle fisse di ogni politica della sinistra: che per battere la destra ci vogliano un’alleanza e un’arma, l’alleanza con la sinistra estrema e l’arma dell’antiberlusconismo.

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→  febbraio 15, 2008

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di Francesco Verderami

Walter Veltroni ha dato il via a un’autentica rivoluzione. Da quando è diventato segretario del Pd ogni suo atto ha segnato una rottura con il passato. La decisione più importante è legata alla scelta di aprire il dialogo con Silvio Berlusconi. Quella mano tesa verso «il nemico» ha un valore che travalica i confini della politica, e se vuol essere il primo colpo di piccone al Muro italiano, se davvero vuol portare verso la riconciliazione nazionale, è necessario un ulteriore atto di coraggio. L’ultimo. Il leader democratico contribuisca a rompere il tabù che ha segnato la storia del nostro Paese, s’impegni per mettere definitivamente al bando le vecchie tesi discriminatorie della cultura di sinistra che impongono ancora a intellettuali, economisti, cattedratici, di non collaborare con l’altra parte, pena l’emarginazione e il dileggio. È l’ultima rupture, la più difficile, più complicata della formazione di un governo di larghe intese. Giorni fa sul Sole 24 Ore un intellettuale come Franco Debenedetti – già senatore dell’Ulivo – ha scritto che se il centrodestra vincesse le elezioni «anche la sinistra dovrebbe aiutare la destra» nella progettazione e nelle idee, così come fece il socialista Marco Biagi, a cui si deve la riforma del mercato del lavoro, e che fu osteggiato dal suo stesso mondo, colpevole di lavorare con il governo Berlusconi. Veltroni nel circuito della cultura di sinistra ha forte influenza, usi il suo carisma per farsi ascoltare. Organizzi nuovi girotondi, non più ostili ma dialoganti. Sarebbe l’ultimo atto di una felice rivoluzione.

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