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→  febbraio 28, 2013


Se campagna elettorale ed elezioni sono il momento culmine in cui si riassume il funzionamento della democrazia, quelli che pensano che la democrazia sia un metodo per la selezione delle élite hanno un motivo in più per provare sconcerto di fronte al risultato di queste elezioni. Non è solo che i sondaggi sembra non servano più a orientarci, che in questo Parlamento sembra impossibile formare una maggioranza, e che alla Camera il primo partito sia un movimento anti partito. Le ragioni di choc vanno molto più in profondità, toccano il meccanismo stesso di formazione del consenso democratico.

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→  dicembre 12, 2012


Qual è la notizia? Che si voti due o tre settimane prima? Semmai dovrebbe essere una buona notizia: il governo, non sfiduciato, può restare in carica nella pienezza dei suoi poteri; che la “strana maggioranza” avrebbe avuto fibrillazioni e sussulti avvicinandosi la data delle elezioni, era prevedibile: abbreviare la campagna elettorale è atto di saggezza.

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→  dicembre 11, 2012


Al direttore

Poiché Monti si dimette per una “non sfiducia” del Pdl, Napolitano lo può invitare a restare nella pienezza dei suoi poteri e non solo per l’ordinaria amministrazione. Quindi la differenza è solo che durerà ancora due mesi anziché due e mezzo. Per quanto riguarda l’attività legislativa, con l’approvazione della legge di stabilità assicurata, e i partiti comunque nervosi per l’avvicinarsi della data delle elezioni, non cambia un granché.

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→  novembre 29, 2012


Chi alle politiche volesse votare Pd se il candidato fosse Renzi, e non se fosse Bersani, non può votare alle primarie. E’ la conclusione logica di un corsivo sull’Unità (Pietro Spataro, 25 Novembre): non rispettare l’impegno della dichiarazione che gli han fatto firmare, è “non moralmente onesto”, “scorretto”, “doppio giochista” “poco serio”. Fermiamoci al “serio”, guardiamo piuttosto ai paradossi che così si aprono.

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→  novembre 2, 2012


Intervista di Matteo Rigamonti

Secondo Franco Debenedetti la candidatura di Albertini può riportare tra le gente l’entusiasmo degli anni del miracolo economico

«Una candidatura netta, non il risultato di un calcolo», che se porterà «entusiasmo» saprà raccogliere i voti di molta gente in Lombardia dimostrando così a tutti, destra e sinistra, la sua «vocazione maggioritaria». Spingendo oltretutto il Pd a decidere se abbandonare o meno vetuste logiche di partito. È limpido il giudizio con cui Franco Debenedetti, già senatore Pds e Ds, intellettuale della migliore sinistra riformista, ha sposato la causa di Gabriele Albertini, firmando l’appello dei 100 a sostegno dell’ex sindaco di Milano. Debenedetti, che non ne fa (solo) un «fatto personale», ha appena acquistato la cittadinanza milanese e se Albertini dovesse convincerlo, potrebbe anche decidere di votarlo.

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→  ottobre 31, 2012


di Oscar Giannino
Più sarà deciso sulla strada non compromissoria con i vecchi partiti, più potrà aggregare pezzi di società lombarda esasperata per la situazione che si è venuta a creare a livello centrale e locale

Il mio augurio è che quando leggerete questo articolo Gabriele Albertini abbia sciolto ogni esitazione. Mi auguro cioè che sia divenuto pubblico l’appello che conosco e che è in evoluzione da settimane, di un centinaio di rappresentanti della società civile fuori dai partiti, del mondo delle professioni, della cultura, dell’accademia, dell’impresa e del terzo settore, in cui si motiva la richiesta che Albertini possa essere il candidato alla presidenza della Lombardia. E che, accogliendo l’appello, scenda in campo senza alcuna attesa di segnali, decisioni od opposizioni da parte di questa o quella formazione politica.
La mia opinione, l’ho detto dieci giorni fa a Milano parlando in un’affollata piazza San Fedele, è che più tempo passava senza che Albertini raccogliesse l’appello della società civile, più era probabile che la sua ipotesi di candidatura si trovasse esposta a pagar pegno alla confusa e tumultuosa incertezza di linea del Pdl nazionale e locale. Al contrario, il senso della candidatura Albertini doveva essere proprio quello di azzerare di colpo ogni possibile ricaduta in Lombardia degli immensi guai con cui è alle prese il Pdl, che non riesce, non vuole e non sa come uscire dalla presa ricorrente di Silvio Berlusconi, dei suoi processi e dei suoi umori mercuriali. La Lombardia è cosa troppo seria e importante per farne una Sicilia bis. E lo dico con grande rincrescimento verso i siciliani, perché il suicidio del Pdl privo di uomini all’altezza ha fatto vincere l’alleanza Pd-Udc che in Sicilia rappresenta la continuità più diretta del sistema Lombardo. In Sicilia, capisco solo chi è rimasto a casa e chi ha votato Grillo.

Più Albertini sarà deciso su questa strada non compromissoria con i vecchi partiti, più potrà aggregare pezzi aggiuntivi di società lombarda esasperata per la situazione che si è venuta a creare, per le tante indagini che hanno travolto nel discredito l’istituzione Regione e la sua credibilità, e per il riverbero che la crisi politica nazionale di un anno fa ha avuto nell’accelerazione della crisi lombarda stessa. Mi auguro inoltre che il suo programma sia il più possibile chiaro e netto, a cominciare dal rafforzamento della sussidiarietà, dalla cessione di società partecipate, dal passaggio anche degli ospedali pubblici alla forma di Spa, in modo che abbiano bilanci più trasparenti. Dipendesse da me, sarei per il passaggio dai criteri di nomina attuale dei direttori generali delle aziende ospedaliere e sanitarie, scelti dalla politica, a una modalità per la quale si seguono procedure di mercato con tanto di bandi pubblicati sui giornali e commissioni terze che assegnano dei punteggi, con la politica che si limita a validare la scelta con un decreto di nomina. Ma, si sa, io sono considerato un filino troppo estremista…
Non c’è da illudersi. Non credo che la politica comprenda immediatamente la carica di rottura che potenzialmente una candidatura Albertini, se si mantiene fedele a questi presupposti, rappresenta rispetto al consueto schema bipolare destra-sinistra che abbiamo visto per 18 anni. Se questa consapevolezza fosse davvero diffusa, pare a me che il Pd per primo non avrebbe dovuto sbattere la porta in faccia a Umberto Ambrosoli, che da quanto ho capito ha chiesto alla sinistra che lo aveva interpellato quanto Albertini non deve chiedere ai partiti di centrodestra, ma direttamente alla società civile. Non mi meraviglierei invece se l’esito siciliano rafforzasse nel Pd e in parte del mondo cattolico l’impressione che anche a Roma alle prossime politiche si debba replicare uno “schema Crocetta”. Già non mi pare che l’ex sindaco cossuttiano di Gela possa davvero governare la Sicilia, e a maggior ragione non mi pare che un accordo di bassissimo profilo infarcito di candidati assai discutibili possa essere lo schema di governo nazionale. Piuttosto, se Grillo ha preso il 18 per cento in Sicilia in soli dieci giorni di campagna, vuol dire che in Italia se la società civile non si organizza e non crede alla necessità di scendere risolutamente in campo, fuori dai partiti, Grillo può prendere nell’intero paese il 25 per cento, se non più ancora.
Certo, lanciare il cuore oltre l’ostacolo significa esporsi. Di Berlusconi, il minimo che si possa dire è che non ha le idee chiare. Del suo ex stato maggiore, la stessa cosa. È da mettere in conto che il vecchio Pdl tenti di cambiare il più possibile il colore dell’acqua limpida da cui germoglia la candidatura di Albertini, dal basso della società lombarda. E al momento in cui scrivo non so come reagirebbe la nuova Lega di Bobo Maroni, che personalmente incoraggio ad adottare a sua volta logiche nuove che antepongano Nord, e macroregioni del Nord come del Sud, a vecchi slogan che non hanno funzionato. Quanto e come può reggere, per Maroni e Tosi pensando al futuro, un eventuale patto con il fondatore del Pdl ormai polvere rispetto a quel che era? Vedremo.

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Tempi, 30 ottobre 2012