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→  novembre 11, 1992


Il documento Barucci sulle privatizzazioni, se le indiscrezioni verranno confermate, ha elementi di novita’ e di positivita’ che sarebbe sbagliato non riconoscere e sottolineare. Novita’ perche’ qualifica il processo di privatizzazione come la “pietra miliare” della politica economica di questo e dei futuri governi; positivita’ perche’ istituisce un nesso tra privatizzazioni ed eliminazione di vincoli alla concorrenza; perche’ lascia ampio spazio alle collaborazioni internazionali; perche’ prevede di allargare e potenziare il mercato mobiliare (anche utilizzando le tecniche dell’underpricing) ; perche’ fa spazio al metodo del price-cap per coniugare contenimento delle tariffe, miglioramento dell’efficienza e reperimento dei fondi per lo sviluppo.

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→  novembre 1, 1992


Le discussioni intorno agli alti tassi di interesse, ed alla tempesta finanziaria che ci ha colpiti, hanno portato in primo piano e divulgato i problemi macroeconomici legati alla ristrutturazione dei neue Bundeslaender, come viene chiamata l’ex-DDR. Ho avuto l’occasione di visitare alcune aziende recentemente privatizzate, e così soddisfare la mia curiosità di avere alcune impressioni di prima mano sulla realtà microeconomica, sul concreto operare delle aziende e degli uomini che in esse lavorano. La prima azienda da cui inizio il mio giro si trova in una cittadina del Brandeburgo, 100 chilometri a nord di Berlino. Che fosse sede di una guarnigione dell’esercito prussiano sí deduce dalle grandi caserme allineate lungo la strada di accesso: ora sono vuote, dopo che i russi che vi erano acquartierati sono partiti.

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→  ottobre 27, 1992


Sul fronte delle privatizzazioni, grande e’ la confusione. Dopo un periodo fervido di spunti e proposte, ora alcune operazioni dimostrative ( Credit e Nuovo Pignone) si snodano tra incertezze ed ambiguita; passa l’incredibile operazione STET-Finsiel; il disastro EFIM aggiunge ulteriori elementi di complicazione. Alla rottura dell’attuale equilibrio si oppone il blocco politico-sindacale su cui esso si regge; forse perfino una parte dell’imprenditoria privata ha tiepidi interessi, in momenti cosi’ difficili.
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→  ottobre 2, 1992


Carlo attacca sull’«Espresso» le follie della Bundesbank, Franco sulla «Stampa» lo contraddice

Carlo parla di «follie della Bundesbank», chiede l’uscita del marco dallo Sme, invita l’Europa a «non farsi strozzare da quella politica dei tassi che appare suicida per la stessa Germania». Morire per Dresda? Assolutamente no. Franco, il fratello, è di diverso avviso. Certo, dice, «adesso temiamo di morire per Dresda». Ma noi italiani, avverte, quei tre punti in più nel differenziale dei tassi d’interesse reali «non li dobbiamo alla Bundesbank»: alla fine è in gran parte colpa nostra. E poi sì, «i rischi derivati dalla politica tedesca di finanziare la ricostruzione dell’Est» ci sono, eccome. Ma non dimentichiamo nemmeno, per favore, che «già nel ’92 un terzo della crescita dei Paesi Cee dovrebbe derivare dagli investimenti tedeschi all’Est».

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→  ottobre 1, 1992


I prezzi delle azioni scesi del 60 per cento (dal 1989), i valori dei terreni crollati di un terzo, la produzione industriale caduta del 4,6 per cento nel primo quadrimestre (e dell’8,7 per cento in maggio), i profitti delle società in calo del 22,5 per cento nel primo semestre: si è rotto qualcosa nella meravigliosa macchina giapponese? E’ abbastanza chiaro che cosa è successo e perché: alla fine degli anni ’80, a causa del suo enorme avanzo commerciale, il Giappone si trovò oggetto di irresistibili pressioni da parte della comunità internazionale per ridurlo aumentando la domanda interna. Abbassò quindi i tassi di interesse per stimolare l’economia ed incrementare le importazioni.

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→  ottobre 1, 1992


«Perché voi italiani siete così a favore di Maastricht?» mi chiedeva diversi mesi fa un industriale francese.
Già, perché non occorre andare indietro di parecchi mesi, ma solo di qualche settimana: «a Maastricht, a Maastricht!» era l’invocazione generale. «Righiamo di perdere l’appuntamento di Maastricht», era la minaccia incombente. D’accordo, la lettura del trattato pare sia un’impresa scoraggiante anche per gli specialisti, ma non mi pare fuori luogo chiederci perché solo oggi vi ravvisiamo difetti. E’ colpa della svalutazione? Dobbiamo pensare che le famigerate forze della speculazione, oltre ad avere il merito di far funziona-re i mercati, hanno anche quello di far capire i trattati?

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