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→  maggio 3, 2012


di Francesco Giavazzi e Alberto Alesina

La difficile riduzione delle spese

La spending review , e cioè l’analisi e revisione della spesa pubblica, ha partorito un timido topolino, un risultato quasi imbarazzante per il governo.

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→  ottobre 26, 2011


di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

Una svolta per la crescita

In extremis il premier annuncia un intervento sulle pensioni. Ma le ipotesi valutate finora per far riprendere la crescita sono pannicelli tiepidi per un malato che rischia l’arresto cardiaco. I provvedimenti fiscali di mezza estate ridurranno il deficit di un ammontare pari a sei punti di prodotto interno lordo (pil) sull’arco di un triennio, intervenendo quasi esclusivamente con maggiori imposte.

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→  settembre 19, 2011


di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

Se consideriamo i conti pubblici al netto degli interessi sul debito – il miglior indicatore della politica fiscale di un Paese – nel 2012 la Francia avrà un disavanzo pari al 2,4% del Prodotto interno lordo, l’Italia un avanzo del 2%. L’avanzo italiano sarebbe addirittura superiore a quello tedesco, stimato all’1,4%. Perché allora, se i nostri conti pubblici stanno tanto meglio di quelli francesi, Moody’s sta considerando di declassare l’Italia e non la Francia? E perché i mercati sono tanto preoccupati per il nostro Paese?

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→  agosto 30, 2011


“Una gara a chi inventa quella più esotica”: così Emma Marcegaglia commentando la “patrimoniale sull’evasione”, l’ultima variante dovuta alla fantasia –fertile o ironica? – del Ministro Calderoli. C’era stata la “patrimoniale catastale” di Pellegrino Capaldo, sull’incremento di valore degli immobili, con modalità da lasciare alla politica “intesa nel senso nobile della parola”; quella “30-30-30” di Amato, 30 mila euro per ogni italiano facente parte del 30 per cento più abbiente, per abbattere di 30 punti il rapporto debito/PIL; quella “perforante” di Bersani, volta a colpire i patrimoni nascosti sotto lo scudo tremontiano; quella ”corretta” di Luca Cordero di Montezemolo, una botta una tantum nell’intervista al Corriere per conquistarsi il podio, diventata imposta annuale con aliquota minima nell’esegesi della sua fondazione.

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→  marzo 7, 2010

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di Alberto Alesina e Andrea Ichino

Molte voci, nel mondo cattolico, hanno descritto il nostro libro sull ‘Italia fatta in casa come un atto di accusa contro la “Famiglia”. Tra queste, la più autorevole è quella del Cardinal Antonelli, Presidente del Pontificio Consiglio competente per questa materia, che ci attribuisce la tesi secondo cui la famiglia (senza altre specificazioni) «danneggerebbe lo sviluppo economico e sociale del paese». Secondo il Cardinale, inoltre nel nostro libro non è «riconosciuto il valore del lavoro di cura, della solidarietà orizzontale tra le famiglie e verticale tra le generazioni». Simile è la lettura data da numerosi articoli usciti su www.Ilsussidiario.net e quella di Marco Vitale su Vita, che critica il nostro come un «cattivo libro » che può «fare danni».

A noi pare una lettura molto unilaterale e preconcetta di un libro che, per primo, ha calcolato con la maggior precisione possibile il grande contributo dato dalle famiglie al benessere dei cittadini di quattro paesi avanzati, Italia innanzi a tutti, e non rilevato dalle statistiche ufficiali. Abbiamo scritto che il benessere (misurato con tutti i limiti del caso) raddoppia in Italia se si considera il ruolo della famiglia, dimezzando così la distanza economica che ci divide dagli Usa. Abbiamo scritto che la soluzione italiana basata sulla famiglia come erogatrice di servizi sociali produce un assetto che consente di conservare al suo interno non solo gli anziani ma anche la memoria storica, le relazioni, le infinite tradizioni che a essi si accompagnano. Molte madri ci hanno inviato commoventi messaggi di ringraziamento per aver valorizzato agli occhi di mariti e figli il loro prezioso lavoro. A noi tutto ciò non pare poco. Vedere solo il ” bianco” o solo il “nero” nelle cose umane non ha mai prodotto grandi risultati; così, anche il singolare modo di una parte del mondo cattolico di leggere il nostro libro implica un rifiuto della possibilità di migliorare il modo in cui la famiglia contribuisce al benessere del nostro paese. Qualunque parola critica sulle conseguenze negative di un certo tipo di organizzazione familiare meriterebbe un anatema, ma la ricerca sociale non si fa con affermazioni preconcette, e noi siamo appunto ricercatori sociali.
Non ci siamo proposti di incensare la famiglia italiana, ma certo nemmeno di auspicarne la disgregazione. Anzi, in un paragrafo intitolato “Il familismo morale” descriviamo come una catastrofe sociale la distruzione delle
famiglie, citando esempi storici che hanno generato tragedie e dolore in molti paesi. Il nostro obiettivo è invitare gli italiani a riflettere sui costi e sui benefici del ruolo affidato alla famiglia. I costi sarebbero almeno in parte evitabili senza alcuna “disgregazione delle famiglie italiane”, che nessuno di noi si sogna di proporre.
Parliamo di esempi concreti. Ipotizzare che una riduzione dei compiti affidati alla famiglia possa migliorare le cose, non significa proporre di trasformare il paese in una comune di “senza-famiglia”. Difficile, ad esempio non considerare come potenzialmente patologico il fatto che il 73% dei giovani italiani tra i 25 e i 29 anni viva in casa con i genitori (la stessa proporzione oscilla tra il 20 e il 24 per cento in paesi come Francia, Olanda o Regno Unito) e che, anche dopo l’uscita di casa,il 45% delle coppie italiane viva a meno di 1 km di distanza da almeno un genitore. Eppure queste cifre sono il risultato del ruolo che gli italiani hanno scelto di affidare alla famiglia, come produttrice di beni e servizi, tra cui,in particolare,l’assicurazione contro la disoccupazione, l’assistenza sociale e il reperimento di un lavoro nei “paraggi” familiari.

Un ruolo che richiede la protezione assoluta del reddito del capofamiglia maschio a cui lo stato garantisce dunque il lavoro o comunque il potere d’acquisto mediante la Cassa integrazione e, nella peggiore delle ipotesi, il traghettamento senza troppi traumi alla pensione anche anticipata. Questo è il modello di Welfare che il Ministro Sacconi, in continuità con i suoi predecessori, ha deciso di potenziare durante l’ultima crisi. Ha funzionato? A nostro modo di vedere si e no. Prima di tutto l’Italia ha sofferto, in termini di perdita di reddito, molto più della media Ocse e della media europea (-5% del Pil). Solo un paio di paesi europei particolarmente esposti alla crisi edilizia, hanno fatto peggio, gli Stati Uniti hanno perso meno di noi. È vero che l’occupazione ha resistito abbastanza bene perché è stato difeso a oltranza il posto di lavoro del capofamiglia (anche se con meno ore lavorate), che hanno potuto così continuare a svolgere il loro ruolo di erogatori di welfare nei confronti degli altri membri non occupati delle loro famiglia. Ma il costo maggiore, sebbene meno immediatamente evidente, è che questi altri membri, soprattutto giovani, fanno e faranno sempre più fatica a trovare un impiego. E lo stesso è accaduto anche nelle crisi precedenti aggravando di volta in volta le prospettive delle giovani generazioni. Inoltre, quello che conta non è tanto la disoccupazione ufficiale (comunque maggiore in Italia che nei paesi scandi-navi con welfare statale), ma la “non occupazione” effettiva. Ovvero, quanti lavorano in Italia? Relativamente pochi, e molti di coloro che non lavorano, soprattutto giovani in attesa del primo impiego, non sono contati tra i disoccupati perché il lavoro non lo cercano.

È miope non vedere che anche il welfare familiare ha i suoi costi, perché danneggia le nuove generazioni, rendendo il paese meno capace di evitare o ridurre gli shock negativi e soprattutto di sfruttare le occasioni di crescita quando la crisi sarà alle spalle. Perché non pensare invece a un sistema di welfare che, favorendo una maggiore mobilità geografica (oggi meno dannosa per le relazioni familiari grazie ai migliori mezzi di trasporto), tuteli il lavoratore nel mercato, aiutandolo a riconvertirsi quando ne-cessario, invece di preservare a ogni costo posti di lavoro improduttivi?

L’immobilità geografica necessaria a mantenere vicini figli, genitori e nonni rende il paese meno efficiente, obbliga a portare il lavoro dove sono le persone e non consente di fare (anche) il contrario. Efficienza non è una parolaccia “da tecnocrati”. Efficienza significa più reddito e più reddito significa meno povertà e maggiori possibilità crescita umana e sociale. Un sistema che protegge ” solo” il lavoro e il reddito degli anziani a scapito di quelli dei giovani priva il paese della produttività e dell’inventiva dei suoi cittadini nel periodo della loro vita in cui queste sono massime.

Veniamo poi al tema di chi,all’interno della famiglia, dovrebbe assicurarne la sua funzionalità. Mentre in altri paesi donne e uomini lavorano approssimativamente lo stesso numero di ore, sommando il tempo dedicato al mercato e quello dedicato alla casa, in Italia mogli, madri e sorelle lavorano 80 minuti in più dei loro familiari maschi. E questo non soltanto perché ci sono molte donne che lavorano solo in casa, ma soprattutto perché ce ne sono molte che, “oltre” a lavorare nel mercato lavorano ” anche” in casa. Siamo noi i primi a considerare nel libro, la possibilità che questa peculiarità corrisponda alle preferenze degli italiani di entrambi i sessi. Esiste però anche la possibilità che questo squilibrio nella divisione dei compiti familiari non corrisponda alle preferenze di “tutte” le donne, almeno di quelle che si trovano a fare due lavori. E non è nemmeno escluso che ci possano essere uomini che vedrebbero di buon grado un loro maggiore coinvolgimento nella vita produttiva familiare, ma non possono farlo perché a loro viene di fatto imposto il ruolo di “bread winner”. È vero, come scrive il Cardinal Antonelli che la figura materna e paterna sono in parte complementari. Ma sono anche in parte sostituibili e non ci possono essere né complementarietà né sostituibilità se la figura paterna è assente.

Un modello più equilibrato di carichi familiari è difficile da realizzare, anche per coppie che sarebbero felici di adottarlo, perché i datori di lavoro si attendono che sia comunque la donna a farsi carico della famiglia e quindi a lavorare nel mercato con minore impegno. Le condizioni retributive e le possibilità di carriera offerte alle donne sono peggiori e inducono le famiglie ad affidare alle donne meno impegni lavorativi nel mercato e maggiori compiti familiari. Le aspettative dei datori di lavoro trovano conferma nei comportamenti delle famiglie e viceversa: il cerchio è chiuso. Per quale motivo auspicare la possibilità che donne e uomini possano scegliere più equilibrio dei carichi familiari dovrebbe implicare la disgregazione dei legami di sangue o la riduzione del ruolo della famiglia nella società italiana?

Il dissenso del cardinale e dei laici

Il libro L’Italia fatta in casa , di Andrea Ichino e Alberto Alesina è stato attaccato da molti organi del mondo cattolico italiano.
Il cardinale Ennio Antonelli in un convegno europeo sulla famiglia ha sostenuto che nel saggio «si afferma che la famiglia danneggerebbe lo sviluppo economico e sociale del paese» e che «non si prendono in considerazione i pesanti costi sociali della “Non-famiglia” ». Il cardinale ritiene inoltre che i ruoli materni e paterni siano molto diversi. Fa l’esempio del quadro di Van Gogh Primi passi, «in cui il bambino è posto tra il mondo della madre, la casa, e il mondo del padre, il campo; la madre sta con il bambino e lo protegge; il padre ha interrotto il lavoro agricoloe lo invita affettuosamente a distaccarsi dalla madre e a venire verso di sé. La figura materna e la figura paterna son complementari: l’una incarna la calda accoglienza, la comprensione, la sicurezza affettiva e il benessere; l’altra l’autorità che fa crescere verso l’indipendenza, l’iniziativa, l’autonomia, la responsabilitàetica, l’altruismo».

Marco Vitale su «Vita» accusa gli autori di essere «sicuramente favorevoli a che i meccanismi di mercato penetrino sempre di più nell’attuale assetto della famiglia italiana, e lo mutino profondamente se non lo scardinino ». Ciò appare in tante parti del libro, come quella a conclusione della trattazione sul lavoro femminile: «O si cambiano questi incentivi o le donne continueranno a lavorare poco nel mercato e troppo in casa. Ma forse è questo ciò che gli italiani vogliono. E allora non si lamentino se il Pil ufficiale è più basso della media europea: è questo il prezzo da pagare per avere tante regine della casa».

Luigino Bruni su «Avvenire» scrive che per gli autori la famiglia «è una somma di individui separati. Non si vedono rapporti, ma individui». Alla «tassazione differenziata» preferisce dunque il «quoziente familiare».
Una raffica di accuse di voler distruggere la famiglia a favore del mercato è arrivata dal Sussidiario. net, i cui opinionisti, tuttavia, in alcuni casi ammettono di non aver letto il libro.

ARTICOLI CORRELATI
I costi del familismo

di Franco Debenedetti – Il Sole 24 Ore, 13 dicembre 2009

Sud e isole, far crescere il capitale sociale
di Alberto Alesina e Andrea Ichino – Il Sole 24 Ore, 22 dicembre 2009

Famiglia: Le virtù e i costi (alti) del Welfare all’italiana
di Francesco Giavazzi – Il Sole 24 Ore, 29 novembre 2009

Spaghettate fuori dal PIL
di Alberto Alesina e Andrea Ichino – Il Sole 24 Ore, 15 novembre 2009

→  dicembre 22, 2009

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di Alberto Alesina e Andrea Ichino

Numerosi studi di sociologi ed economisti mostrano che una delle principali cause dell’arretratezza del Mezzogiorno ha radici antiche dalle quali dipende una carenza di “capitale sociale” e di “senso civico”. Al sud manca una sufficiente fiducia reciproca e una capacità di collaborare che vada oltre le mura familiari e che, quindi, faciliti contratti e interazioni economiche tra estranei. La produzione e lo scambio di beni diventano difficili, se non ci si può fidare delle persone con cui si interagisce.

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