Sulla reintegrazione dei tre sindacalisti licenziati dalla Fiat a Melfi

agosto 11, 2010


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A Melfi il giudice del lavoro ha annullato i licenziamenti intimati dalla Fiat ai tre sindacalisti della Fiom accusati di aver compiuto atti di ostruzionismo per bloccare il processo produttivo durante uno sciopero. Cosa ne pensa?
Commentare una sentenza senza conoscere le difese delle parti e le risultanze istruttorie sarebbe scorretto.

Ma lo fanno in molti.
Fanno un cattivo servizio ai loro lettori: come si fa a stabilire chi ha ragione e chi ha torto senza conoscere i fatti?

Nichi Vendola dice che i licenziamenti “avevano carattere esclusivamente repressivo e intimidatorio” e che l’atteggiamento dell’azienda “riflette una precisa strategia anti-operaia e antisindacale” che vuole riportare le relazioni sindacali “a una dimensione ottocentesca”?
Evidentemente lui ha studiato a fondo gli atti del giudizio e parla con conoscenza di causa. Io, non conoscendoli, posso dire solo questo: se fosse vero che i lavoratori licenziati non si erano limitati ad astenersi dal lavoro, ma avevano compiuto atti deliberatamente volti a bloccare il lavoro di altri dipendenti e il funzionamento del processo produttivo, il licenziamento potrebbe essere giustificato. Se invece, come sembra che risulti dall’istruttoria svolta dal giudice, questi atti non sono stati compiuti, o comunque l’impresa non è stata in grado di dimostrarli in giudizio, allora è giusto che il licenziamento venga annullato.

Questa vicenda può considerarsi come il primo atto di una stagione di scontro giudiziale tra Fiom e Fiat, dopo l’accordo di Pomigliano?
La vera questione tra Fiat e sindacati non è certo riducibile a questa battaglia di retroguardia su qualche licenziamento disciplinare. La vera questione riguarda ciò che Marchionne chiede e non riesce a ottenere dal nostro sistema di relazioni industriali: la validità delle deroghe contenute nell’accordo rispetto al contratto collettivo nazionale e l’effettività della clausola di tregua.

C’è un modo per risolvere positivamente la questione?
Sarebbe necessario un accordo interconfederale sulle regole del gioco, firmato da tutti i sindacati maggiori. In mancanza di questo, dovrebbe essere il legislatore a dettare due regole semplici e snelle, in via sussidiaria e provvisoria. Sarebbe tecnicamente e politicamente possibile farlo nel giro di un mese.

A quale sistema di relazioni industriali pensa Marchionne?
Marchionne chiede al sistema di relazioni industriali italiano quello che i sistemi dei maggiori altri Paesi garantiscono: la possibilità di pattuire al livello aziendale un piano industriale innovativo potendo fare affidamento sulla validità e sulla effettività di quanto concordato. E la certezza che, stipulato l’accordo, i lavoratori a cui esso si applica non scioperino contro di esso. Oggi il nostro sistema non è in grado di garantire né l’una né l’altra cosa. Se vogliamo evitare le tensioni e i rischi che ne derivano, dobbiamo colmare le lacune del nostro sistema senza perdere tempo.

Se è così, perché la maggior parte dei giuslavoristi italiani prende posizione contro quelle che qualificano come “le pretese autoritarie” di Marchionne?
Perché la nostra cultura giuslavoristica è ancora molto provinciale e autoreferenziale. Ed è convinta che il nostro diritto del lavoro attuale sia il migliore del mondo. Invece non lo è affatto, né dal punto di vista delle imprese, né dal punto di vista dei lavoratori.

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